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Sovra ogni altura  è un tetto e una finestra

e al fianco un fiume scorre in fonda valle,

rocce con grotte cui verd’erba adorna

l’entrata da millenni frequentata:

 

è la Calabria mia che verso il mare

scende e al monte ha il capo e i piedi a proda;

le ride il sol quando da galleria

esci e il treno punta verso il piano.

 

Talor tra il verde fanno capolino

villette o dei monti il bel profilo

fa da cornice a un cielo sempre azzurro,

 

che all’altra parte con il mar confina

e vi si specchia, quando il sol coi raggi

la tiepid’aria fende e bacia l’onda.

 

Franco Pedatella

 

Costiera dell’Alto Tirreno Cosentino, 28 dicembre 2013

Blog: francopedatella.com

Roma fu sempre meta di straniere

genti, di religioni esterne e lingue,

che la romana féro universale,

di civiltà che fêr quella romana.

 

L’Italia porto fu di più nocchieri,

che in mar viaggiando e conoscendo il mondo

qui l’esperienza del vagar portâro

e lor notizie fûser con le genti

 

distribuite in pace nelle valli

ad onorar Saturno e infiocchettare

di bionde foglie a Demetra le chiome.

 

Or sopportare può che brutto ceffo

celtico, aduso a barbari costumi,

da vicepresidente travestito

 

di quel che un dí fu il nobile Senato,

insulti rozzamente chi è ministro

della bella Repubblica Italiana

perché la pelle ha nera e vien dal Congo?

 

Questo non féro a Terenzio in Roma,

né ad Apuleio tolsero l’onore

d’esser nomato amabile scrittore,

né ad Agostino tolser l’occasione

 

di ascendere agli onori dell’altare,

anzi la vita e il cogito profondo

entrar lo féro nel cristian mistero

sicché fu proclamato in Roma santo.

 

Eppur venivan d’Africa costoro!

Ed il Sultano a onor di Federico

fermò a Jerusalem sul minareto

i versi del Corano che a preghiera

 

il popolo chiamavan  musulmano.

 

Roma, 16 luglio 2013                 Franco Pedatella

Bog: francopedatella.com

Paese mio.

Paese mio, ovunque vedo un ciuffo

di bosco sopra un monte il tuo castello,

che ti corona e fa da sentinella,

vedo e più chilometri il pensiero

 

percorre e valli e monti in un baleno

varca e non lo ferma vento o pioggia,

ma entra nelle case e per le vie

si ferma, ascolta, parla e vecchie storie,

 

parole antiche scrive e rinnovella

e la tua vita sul pel d’acqua porta,

come fa cresta d’onda quando s’alza,

 

s’increspa e su dal fondo a chi l’osserva

riporta quel che in sen segreto tenne

per conservarlo intatto a chi l’adora.

 

Roma, 15 dicembre 2013     Franco Pedatella

Turrite mura e pietre al sol riarse

tra le ondeggianti cime capolino

fanno e al passegger di mille anni

e più la storia narran della gente

 

che l’abitò e vinse e fu sovrana

degli altri borghi intorno e d’invasori

fu serva  ed a tremuoti fu soggetta

che il volto e il petto e il piè ne deturpâro.

 

Or te ne stai solingo, mio castello,

sopra il costone donde le vallate

d’Oliva, Guarna, del Maiuzzo e l’Onti

 

osservi da padrone e non ascolti

gli strilli dei bambini sul tuo piano

che giocano a pallone e gridan: “Goal”.

 

Roma, 15 dicembre 2013         Franco Pedatella

Partito Democratico, la bussola

hai perso tu da quando del PCI

di soffocare l’anima hai deciso

me consegnando in pasto al mio padrone.

 

Cambiasti nome tante volte e insegna,

mutasti le alleanze e i primi attori

non sempre fûro al fianco a chi lavora

in miniera o in catena di montaggio

 

o a chi sta fisso innanzi ad un computer

rompendosi la schiena e pur la vista.

Ove ancor c’è dei comunisti il fiato,

 

vai costruendo intorno una trincea

per chiuderlo in riserva qual diverso

da astringere al silenzio e da strozzare.

 

Cleto, 21 gennaio 2014      Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

Miro me vecchio e lento e al passo svelto

di giovinetta vo commisurando

il mio che faticoso al primo segue.

Poi torno con la mente agli anni verdi,

 

quando vincea la corsa a mille metri

o quando al campo sportivo della Macchia

terzino volante difendevo

la porta mia, volando sul pallone.

 

Ma dolce è il passo della giovincella,

lieve quanto pesante era il mio,

e ciò tornar mi fa alla differenza

 

tra il baldo giovincel, qual ero io,

e l’agil corpo della verginella

che il viso, il guardo, il cuor ha di una dea.

 

Roma, 30 gennaio 2014         Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

La bella Italia, dama di gran gala,

un giorno ereditò tante province

dalla dea Roma, che le avéa create

per reggere un impero sterminato.

 

Gioielli ne avéa fatto la gran dama,

le avéa portate in picciol territorio,

il suo, ch’è somigliante allo stivale

che in mare che l’abbraccia si distende.

 

Era felice di mostrare al mondo

le sue province, chiuse in uno scrigno

come diamanti: portano in corona

meravigliosi stemmi dei Comuni,

 

di gloriose Repubbliche sul mare

fornite di galee per merci e guerre,

che con il sangue di lor figli prodi

la storia hanno scritto dell’Italia.

 

Tante città, d’autonomia bandiere,

hanno trovato il modo, nella storia,

di ritrovarsi in piena comunione

d’intenti e volontà particolari

 

e di diversi han fatto un solo Stato

che nome ha Repubblica Italiana.

Han le province a capo un Presidente

eletto ed un Prefetto  nominato:

 

il popolar potere rappresenta

l’uno, l’altro il potere del Governo.

E se d’entrambi il bene dello Stato,

ch’è fatto dall’insiem dei cittadini,

 

è volontà comun nell’operare,

del vivere civil ei son baluardi.

Son le province gli Enti più vicini

sopra il Comune per il cittadino,

 

che ad esse si rivolge se ha bisogno,

quando non ha in Comune chi lo ascolti;

ed è per lui il Prefetto emanazione

diretta dello Stato, se giustizia

 

domanda, e il Presidente gli è garante

del vivere civil con scuole e strade,

difende il suolo, veglia sull’ambiente,

è cuor battente di atti produttivi,

 

turistici, sociali e culturali

e d’altro in area ch’è di competenza.

Or come gran signora in decadenza

disfarti vuoi di questi bei gioielli,

 

perché non puoi curarli come devi

né puoi lustrarli sí che ancor sian belli?

Oh Italia, puoi negare la tua storia,

tenere i soldi in note tasche ascosi

 

e non utilizzarli a mantenere

le tue province, che son gli ornamenti

avuti in dono dalla Madre Roma

come trofei preziosi di famiglia?

 

o come fori doviziosi ed ampi

o atrii maestosi e adorni d’arte,

che menti creative e mani esperte

pensâro e  poi il progetto fecer atto?

 

Pensa, mia bella Italia, pria di andare

a svendere al mercato i tuoi ornamenti,

se proprio non hai in cassa il denaro

per renderli più belli e trarne vanto!

 

Pensa s’è ben ridurti a mendicare

e tendere la man limosinante,

il riso suscitando o la pietate

di quei che ti fûr servi o corteggianti!

 

Roma, 7 luglio 2013        Franco Pedatella

 

Blog: francopedatella.com

Lèvasi alla mattina il contadino

che al far dell’alba all’orizzonte vede

spuntare il sol e illuminargli il viso

e forza dargli in corpo che non cede.

 

Vanga la terra a che lauta fecondi

e agli uomini, alle piante, agli animali

felicità coi frutti ognór secondi,

e nettare ed ambrosia agl’ immortali.

 

Questo lo fa signor dell’universo,

quando delle belanti il latte beve

o col paziente bove il suol riverso

 

rende, perché la zolla, che riceve

il seme, in sé lo stringa e fiore terso

lo faccia e vita renda che riceve.

 

Franco Pedatella

Cleto, 23 novembre 3013

 

Si d’ ‘a Giojusa ‘u nume tu rispíetti,

quandu ‘e manciare duni a ri ‘mbitati

si nde van’ iɖɖi  ccu ri díenti stŗutti

ppecchí  ccu ccore séntenu ha’ tŗattati.

 

Giojusa è ru nume ‘e sta contŗada

ppecchí  le dû ru sule frutti bíeddi,

de raggi li nde spande ‘nna quadara,

de gioja l’aria l’inchjenu l’acíeɖɖi.

 

Mo ca ‘u juornu fai d’ ‘u compleannu,

tŗattete buonu, tŗatta buoni  ‘ amici,

ca nde va’ buonu tu ppe ttuttu l’annu.

 

Yuri, te fazzu tanti aguri  ‘ntisi:

pped’ oje, ppe ddomane, ppe ccent’anni

godissi l’ure, i juorni, i nuotti, i misi!

 

Petŗamale, ‘u vintuottu  ‘e frevaru  d’ ‘u duemilaeqquattordici

Franco Pedatella

 

 

Un papa tra la gente è quel che il mondo,

ch’è senza moral guida, s’aspettava,

perché con la parola e con l’esempio

mostrasse di giustizia la via retta.

 

Le sue parole, i gesti lineari

parlano dritti al cuore della gente

e, mentre disdegnoso d’ogni fasto

il protocollo vaticano ignora,

 

s’insinüa paterno nella mente

e la conquista, l’odon pure i sordi,

convince i riottosi, scioglie i dubbi

 

ed i malvagi addita, fère, piega.

La forza che ha è la bontà di spirito,

che si traduce in un linguaggio semplice.

 

Ai semplici la lingua costruisce.

 

Franco Pedatella

Roma, 13 novembre 2013

Blog: francopedatella.com