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Archive for 22 marzo 2012

(I privilegi)

Il componimento è stato scritto quando la tutela dei diritti, della salute, della dignità, della libertà, direi dell’umanità, del lavoratore è stata definita, da parte padronale e governativa, un privilegio. Viene definito privilegio il fondamentale diritto al lavoro, che poi è diritto alla vita ed alla partecipazione all’organizzazione sociale, civile, economica e politica del Paese da parte di tutti i cittadini, come  viene enunciato nel primo articolo della Costituzione Repubblicana e precisato in quelli successivi. Mi è sembrato di trovarmi di fronte ad un capovolgimento dei valori, ad una specie di rovesciamento della storia e della civiltà, senza che questo abbia suscitato un sussulto di sacro sdegno in tutti coloro che sono in grado d’intendere e di volere.

Tu, che col freddo intenso o sotto il sole

cocente di canicola coltivi

la dura terra avara e del suo frutto

ben poco prendi, ch’altro è del padrone,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che alla catena di montaggio

compi infiniti gesti, tutti uguali,

e li ripeti pure fuor d’azienda,

fin quando dormi par li fai a comando,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che profonde scavi gallerie

e vivi la gran parte di tua vita

sotto gli abissi di tartarea terra

che tienti al buio e il sol ti nega agli occhi,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che trascorri gli anni in fonderia

e guardi solo masse di metallo

incandescenti sciogliersi e versarsi

in stampi e sparger acidi e calore,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che in miniera vivi come talpa

e v’entri a mane e fino a notte i’ resti

ed il sereno non conosci e ignori

lo svolazzare degli uccelli in festa,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che dopo una vita di fatica

una pensione percepisci, scarna,

ché non v’è chi t’impieghi perché, lento,

regger non puoi a produzion globale,

 

privilegiato sei, ché hai lavorato!

 

Invece quei che su fornite navi

trecento giorni all’anno sta in crociera

e il resto siede in riverite scranne

fingendo di operare e mille servi

 

gli stanno intorno a prendere comandi;

e quelli che non han capienti tasche

a metterci il denaro mal ghermito,

che spender poi, ahimè, è grande affanno,

 

pretendono di tôrre i privilegi

a quelli che s’affannano a produrre

ricchezza a lor e scambian le parole

mutando il suono e il senso delle frasi

 

sí che chi deve dare invece prende

e quei che prender deve invece dona.

Amico, sembra un giuoco di parole,

invece è dura, amara realtà:

 

sudar, venir sfruttato è privilegio,

curarsi, se infermo, è privilegio,

avere il dí festivo la domenica

e riposar, se stanco, è privilegio.

 

E se, a lavoro fatto fido e pronto,

al tuo padron val bene licenziarti

e forze assumer nuove e braccia fresche,

perché le tue succhiate ha come un uovo,

 

non val che la tua vita sia distrutta

per lui; deve poter buttarti fuori

senza di legge straccio a tua difesa,

che ti protegga dalla belva umana.

 

Il non poter buttarti in strada pronto,

il non poterti fare schiavo a pieno,

togliendoti la consapevolezza

che il sei, e in te annullar coscienza d’uomo,

 

non esser merce, questo è il privilegio.

 

Un giorno eran diritti conquistati

dopo millenni di cruente lotte

avverso all’arroganza dei potenti.

Oggi nel nostro mondo capovolto,

 

mutato il suono e il senso alle parole,

il povero divien privilegiato

e il ricco a sé la libertà reclama

di dare o tôrre al povero il lavoro

 

secondo l’esclusivo suo interesse,

che a nulla che a suo lucro è sottoposto.

Che importa, poi, se quei con la famiglia,

ancora pigolante, sotto un ponte

 

finisce o in marciapiede a tender timida

la mano a viso basso e tremebonda,

ché non adusa, ad aspettar tintinno

da mano amica, cui quel che ha è bastante?

 

L’articolo diciotto, che protegge

il tuo diritto d’essere soggetto

e non oggetto dell’altrui volere,

donando dignità al tuo lavoro,

 

è un privilegio, anzi è il privilegio.

Così lo definiscono i signori.

Cleto, 13 marzo 2012         Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

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