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di Franco Pedatella

Amantea, 19 febbraio 2014 – È la seconda volta in pochi giorni che l’I.C. “G. Mameli” di Amantea si pone al centro della vita culturale e sociale della ridente cittadina tirrenica e del circondario con un’interessante e significativa iniziativa dedicata al tema della solidarietà, portata avanti dagli alunni delle scuole di Amantea e di Lago che fanno parte dell’I.C., che si conclude con una manifestazione svoltasi questa mattina nel Teatro audutorium Campus Temesa. La manifestazione, organizzata in collaborazione con il Lions Club di Amantea, alla presenza dell’Arcivescovo di Cosenza e Bisignano, Mons. Salavatore Nunnari, si è conclusa con la premiazione degli alunni della Scuola Secondaria dell’Istituto che hanno partecipato al concorso L.C. “Un poster per la pace – il nostro mondo, il nostro futuro”. Inizia con l’accoglienza particolarmente calorosa riservata all’Arcivescovo con le note dell’Orchestra dei ragazzi dell’I.C. “G. Mameli” diretta dal Maestro Santino Bruno, professore di tromba. La stessa saluta l’alto prelato con l’esecuzione, dinanzi al numeroso pubblico levatosi in piedi, dell’inno normalmente suonato in onore del Pontefice.

Apre la serie degli interventi il Dirigente Scolastico, prof.ssa Caterina Policicchio, che, porgendo il saluto della scuola a mons. Nunnari, ricorda il precedente incontro del 12 dicembre 2012 ed esprime tutta la gratitudine per la sua visita, perché “la Sua visita ci è gradita, ci rasserena, ci fa piacere, è importante, ci conforta ed io ci tengo ad averLa perché Lei è un punto di riferimento”. Segue il saluto di ringraziamento per la presenza agli ospiti, all’Amministrazione Comunale di Amantea e a quella di Lago, ai rispettivi Sindaci, all’Assessore Giovanni Barone di Lago, all’Assessore Sante Mazzei di Amantea, all’Ass.re Monica Sabatino e al dott. Tonino Chiappetta, addetto stampa del Comune di Amantea, ai Comandanti delle Stazioni dei Carabinieri di Amantea, Belmonte C. e Aiello C., al Comandante della Polizia Municipale, dott. Emilio Caruso, al dott. Nicola Penta, Direttore dell’U.S.P. di Cosenza, che non ha potuto essere presente per impegni d’ufficio, alle associazioni che operano nel territorio, a cominciare dal Lions Club nelle persone del Presidente, Arch. Tarquinia Alfano e della prof.ssa Ada Cameriere Grimaldi, associazione che ha decisamente contribuito allo svolgimento dei lavori dei ragazzi che si sono cimentati nella partecipazione al concorso internazionale. Questi saranno chiamati per ricevere il premio che è stato loro assegnato. Un ringraziamento rivolge al prof. Franco Pedatella, rappresentante dell’Associazione Cletarte, ed alle associazioni Prospettive, Fidapa, Il Coviello, Auser, Rotary Club, Unitalsi, Tassello, Azione Cattolica Italiana. Un ringraziamento rivolge alla prof.ssa Concetta Mileti, Funzione Strumentale al POF area 4, per aver organizzato l’evento ed essersi occupata dei contatti con il territorio, ed al prof. Don Luigino Zoroberto, referente del ‘’Progetto Solidarietà’’.

“Un detto africano – continua il Dirigente – dice che per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Noi faremo così e per i nostri bambini noi, scuola e territorio, famiglie e istituzioni, saremo quel villaggio che li farà crescere bene”. Rivolgendosi ai ragazzi che sono in sala, ne evidenzia il desiderio di costruire un mondo migliore. Li nomina tutti, plesso per plesso, di Lago e di Amantea e ricorda loro che lei nella sua carriera scolastica ha avuto ed ha due modelli: don Bosco e don Milani, dei quali ricorda l’amorevolezza che sentivano e praticavano nei rapporti con i bambini. Coglie l’occasione per accennare anche al significato e all’esperienza della Scuola di Barbiana come esempio di vicinanza ai bisogni e al mondo dei bambini più disagiati. “I nostri giovani – sostiene la Dirigente – hanno bisogno di punti di riferimento; questi sono i maestri. Maestro, nell’etimologia della parola che viene dal latino ‘magister’, vuol dire ‘di più’, più precisamente ‘tre volte di più’. La scuola è centrale nella formazione dei giovani. Ma la scuola da sola non basta. Da soli non andiamo da nessuna parte. Insieme alla scuola anche i genitori devono fare la loro parte. Oggi purtroppo i genitori corrono insieme ai figli: li portano di qua, li portano di là nei luoghi delle varie attività che intendono fare svolgere loro. Ma non hanno il rispetto dei tempi dei figli”. E qui richiama Piaget per la sua concezione dell’età evolutiva e della necessità di dosare le offerte in base ai bisogni che emergono volta per volta secondo il livello di evoluzione del bambino. “Dobbiamo cercare di lasciarli legati alle loro radici, senza forzarne i tempi. Stiamo vicini a loro! I genitori però devono aiutarci in questo compito che abbiamo da assolvere come scuola. Essenziale è a questo proposito un rapporto corretto tra docenti e alunni, in cui i docenti sono parte decisiva nel mettere gli alunni nelle condizioni più favorevoli all’apprendimento e alla formazione. Diceva John Dewey: ‘I nostri figli devono stare bene a scuola come a casa’. E Nelson Mandela: ’Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare e, se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio’. Quindi è possibile la pace tra gli uomini perché ‘la pace non è un sogno: può diventare realtà; ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”. Quindi si avvia alla conclusione del suo appassionato intervento e di fronte alle difficoltà, alle mode e alle deviazioni che il mondo tante volte oppone ad un vero e valido progetto educativo richiama le parole di Papa Francesco: ”Non abbiate paura di andare contro corrente”. Alla fine rivolge un saluto ed un ringraziamento ai maestri dell’Orchestra, che cita uno per uno con rispettivo strumento: Santino Bruno, Roberta Ficara, Luana Martire, Alessandro Feroleto, Giuseppe Gloria, Luca Petrone, Fabio Iannuzzi e Raffaele D’Urso.

Segue un intermezzo musicale in cui l’Orchestra dedica all’Arcivescovo l’esecuzione dell’Inno Pontificio.

Don Luigino Zoroberto, intervenendo a sua volta, ricorda che questo è il secondo appuntamento dedicato alla solidarietà, dopo quello in cui il 13 dicembre 2013 “Il Cestino della Solidarietà” è stato donato all’Associazione della Confraternita Maria SS. Addolorata che s’impegna nelle opere di beneficenza e volontariato nel territorio di Amantea (CS). Quindi si concentra sul tema in questione e sostiene che la solidarietà si coniuga con la pace. Cita a tal proposito qualche proverbio in negativo, come “la lingua ossa non ha, ma ossa rompe”, allo scopo di avvalorare il contrario. “La solidarietà ha a che fare con la solidità, è un grande valore, stabilisce il legame che si esprime tra persone che vivono in condizione di disagio. Opera a livello intellettivo e volitivo, deve congiungersi con la sfera affettiva. La solidarietà è per la Chiesa, una virtù, un ‘habitus’ a fare il bene. Ma non è solo ‘fare il bene’ quello di cui parliamo; nel fare il bene bisogna metterci tutta l’intenzionalità, bisogna dare il meglio di sé, perché è importante il cuore per evitare di avere effetti negativi. Bisogna essere educati alla solidarietà. Relativamente all’educazione si parla di agenzie educative. La prima è la comunità familiare, poi seguono quella ecclesiastica e quella scolastica, ma ci vuole sinergia tra di esse per completare l’opera, perché la comunità civile ha bisogno poi di tante persone solidali tra di loro”. Elevando il tono del discorso, il relatore accenna ad un altro che si è fatto solidale con l’uomo: il Padre Eterno. È il primo solidale. Si è fatto vicino all’uomo. Dio, in ebraico Immanuel, non è solo colui che è con noi, ma è in noi. Qui don Zoroberto si ricollega ai rabbini ebrei e alla figura del “Maestro”, che vuol dire “tre volte grande”. “I rabbini – dice -raccontavano delle parabole, cioè inventavano dei racconti, che non erano delle pure invenzioni ma i loro elementi erano presi dalla realtà”. E  racconta la “Parabola del Buon Samaritano”, mettendo in evidenza che i personaggi in questione erano tra loro nemici perché il povero malcapitato assalito, derubato degli averi, picchiato a sangue e lasciato mezzo morto dai briganti era ritenuto un nemico per gli abitanti della Samaria, eppure il samaritano non passa oltre, come il sacerdote e il levita che lo hanno preceduto, ma ne ha compassione, si ferma, gli presta i primi soccorsi e poi lo affida alle cure di un albergatore a proprie spese. Fuori parabola – spiega il relatore – il samaritano è Dio, il malcapitato è l’uomo. Con questa parabola Gesù insegna a noi, come al dottore della legge del racconto evangelico, chi è il nostro prossimo e quel “va’ e anche tu fa’ lo stesso” è un invito fatto anche a noi ad  “avere compassione” di chi ha bisogno, che non è il nostro amico o familiare o il compagno di giochi, e ad intervenire in suo aiuto. “Così ci dice Gesù”.

Segue un altro brano, “Dolce sentire”, eseguito dall’Orchestra, accompagnato dal canto del gruppo vocale degli alunni.

Successivamente il Presidente del Lions Club International di Amantea, arch. Tarquinia Alfano, saluta e ringrazia l’Arcivescovo per aver accolto l’invito rivoltogli e il Dirigente Scolastico per aver voluto la presenza del Lions Club nel Progetto, che l’Associazione medesima ha sponsorizzato. Quindi invita i presenti a guardare la proiezione del video, di cui sono protagonisti i bambini i cui nomi scorrono in sovraimpressione sullo schermo, che riproduce figure e disegni vari, dai colori vivi che esprimono la festosità e la gioia con cui essi sentono e vivono l’idea della solidarietà. Quindi rivolge sentiti ringraziamenti alle prof.sse Erminia Lico e Concetta Mileti ed alla Dirigente dell’I.C. “G. Mameli” e, a ricordo della giornata speciale, consegna alla scuola il “Poster per la pace” ed a Mons. Nunnari il guidoncino Lions Club. Ringrazia anche la prof.ssa Ada Cameriere Grimaldi e le consegna un attestato. Relativamente al Concorso comunica che sono pervenuti ventidue disegni, tra i quali è stato scelto il vincitore e tre ex aequo. A questo punto vengono consegnati gli attestati di partecipazione agli alunni Alfano Antonella, Alfano Enola, Cartolano Domenico, De Grazia Anais, Malito Simona, Mannarino Gaia, Morelli Martina Maria, Pentasuglia Pierluigi, Perri Luca, Pescio Erman, Pinnicchia Teresa Eliana, Posteraro Alessandro, Pulice Ismaele, Pulice Sonia, Ragusa Aurora, Suriano Giovanni, Tiberi Maria, Vommaro Carmine. Attestati di Merito vengono consegnati a Manuel Alfano per “attinenza al tema”, a Beatrice Simari Benigno  per “l’originalità”, ad Arianna Posa per “merito artistico”. Vincitore del concorso risulta Lucia Letizia Ianni, studentessa della classe 2^ D della Sc. Sec. di I Gr., con la seguente motivazione: “Con il suo disegno ha espresso il desiderio di vedere in futuro un mondo migliore e unito, avvolgendo il nostro pianeta in un’atmosfera luminosa e festosa”.

È il momento dell’atteso intervento dell’Arcivescovo, il quale crea un’atmosfera di affettuosa cordialità sin dalle prime battute e poi sviluppa e dilata il discorso a tutto campo e spazia dal mondo biblico ed evangelico ad alcuni momenti significativi della teologia cattolica ed alla quotidianità. Ringrazia la Dirigente Policicchio perché questo invito ad Amantea che ella gli ha rivolto “è un tuffo nella gioia”. Saluta le autorità civili e militari, la Presidentessa del Lions Club, don Luigino Zoroberto che ringrazia anche “per la bella lezione sulla solidarietà”. È venuto da Cosenza imbandierata per il successo della squadra calcistica locale. Aggiunge, scherzando, di essere tifoso della Juventus, mentre la squadra della sua Reggio Calabria va male, ma non fa niente. Dopo la breve digressione, torna al tema del giorno commentando una frase che ha visto scritta su qualche muro, attraversando la città: “Auguri, Cosenza! Ma tutto il resto è noia”. “Dovevano essere qui, perché invece avrebbero scritto che tutto il resto è vita”. Poi racconta l’episodio di un bambino che portando sulle spalle il peso di un fardello scappa dal suo paese perché c’è la guerra ed incontra una giornalista che, come lo vede, se lo abbraccia. “Ecco chi è il prossimo per quella giornalista. Il prossimo non è quello vicino a me, ma quello a cui mi faccio vicino. Il Samaritano, appunto, si avvicina. Il prossimo non è l’amico, ma chi nel prossimo vede un fratello”. Da qui passa ad esaminare il racconto biblico di Caino ed Abele, quando Dio chiede conto a Caino del fratello ucciso e quello risponde: “Sono forse il custode di mio fratello?”. È una risposta terribile. Invece “ciascuno è custode dell’altro, noi siamo custodi degli altri, cari ragazzi”. E poi torna alle immagini, viste in TV, dei bambini africani che scappano dai loro villaggi e dalla guerra ed a quella del bambino che scappa con il peso sulle spalle per fuggire la guerra. “Anche Gesù fuggiva dalla guerra, la persecuzione scatenata contro di lui da Erode nella sua terra, per andare in Egitto e salvarsi dalla morte che il re tentava di dargli. Il mondo ha bisogno di pace, ma senza giustizia non c’è pace, come dice il profeta Isaia”.  Qui approfondisce il concetto di pace ed aggiunge, fra le altre cose: “Io vengo da Reggio Calabria e lì nel 1986 si parlava di pace mafiosa, cioè di un accordo tra bande mafiose per eliminare il disordine che nasceva dalle ‘guerre di mafia’, cioè dagli scontri armati tra famiglie mafiose. Questa non è la pace che cerchiamo noi. Per noi la pace è frutto della giustizia”. E richiama S. Agostino e l’enciclica ‘Pacem in terris’. “I pilastri importanti della pace sono la giustizia, la libertà, la verità e l’amore. Educhiamoci ad amare i nemici, quelli che ci hanno fatto un torto. D’altronde quando diciamo nella preghiera ‘padre nostro’, significa che ognuno di noi si riconosce figlio di un unico padre e quindi noi siamo tutti fratelli. Puoi dire ‘padre nostro’, se ti senti figlio di quel padre comune e senti gli altri fratelli”. Qui il pensiero va a Papa Francesco, che abbraccia i bambini e fa tenerezza. Quindi racconta il suo incontro con il Santo Padre nella Domus Sanctae Marthae in Vaticano quando il Papa attraverso il proprio segretario gli ha fatto recapitare un biglietto di invito a cena e lo ha messo a suo completo agio con semplicità ed immediatezza di modi, mentre lui era in grande difficoltà e dubbio circa il modo di comportarsi e le parole da usare dinanzi al Pontefice. “Lo stile del Papa è immediato, Egli ha rovesciato la piramide, ama i bambini e ci sta dando una grande lezione. Coraggio, bambini di Amantea, di Lago e dei paesi vicini, uscite dal guscio dell’egoismo! Siamo accanto a voi, non per chiuderci ma per camminare al vostro passo. Il Dirigente e i professori camminano insieme a voi alunni e voi vogliate bene a chi ha bisogno”. A questo punto ricorda l’episodio di sedici baracche bruciate a Cosenza e della gente rimasta fuori senza neppure quel misero ricovero. “Sono corso subito per offrire il mio aiuto e dare ricovero ai malcapitati, ma ho trovato che per loro era già stato fatto spazio nelle baracche vicine. Questo mi fa dire che per i bisognosi bisogna fare spazio nelle altre baracche e nel nostro cuore”.

Concluso l’appassionato intervento di Mons. Nunnari, l’Orchestra in atto di ringraziamento esegue l’Ave Maria. La giornata termina con l’omaggio musicale all’Arcivescovo da parte dei docenti di strumento delle Scuole di Amantea e Lago. Ed è proprio sulle note dell’Ave Maria, un brano dolce ed innovativo nella forma, una preghiera rivestita dallo splendore musicale e dal sentimento religioso, che con grande bravura i maestri  suscitano emozioni, catturano sensazioni, trasmettono serenità.

Segue la donazione dei profumi e dei sapori di Amantea e Lago a Monsignore con l’offerta di fiori, olio e cestini vari da parte degli alunni della Scuola dell’Infanzia, della Primaria e della Secondaria di I grado dell’I.C. Terminata questa fase della manifestazione, il Dirigente ringrazia i docenti, i collaboratori scolastici, le autorità, l’Arcivescovo, coloro che sono intervenuti dopo l’inizio dei lavori. La manifestazione si conclude con il saluto finale dell’Orchestra.

Parte dal Municipio la sfilata

tra gonfaloni e fasce tricolori

delle comunità del circondario,

che in festa son presenti ad Amantea

 

a tributar l’onore a questo evento,

cui diè l’Imperator di Spagna inizio

cinquecent’anni or sono con decreto

istitutivo di regal volere.

 

A tutte viene dietro Amantea

col gonfalone suo e con le guardie,

che seguon quelle di altri Centri urbani

così come convien per cortesia.

 

Di festa è l’aria, i bar di gente pieni

paiono con gli odori giorni belli

aprire pria che il sol coi raggi suoi

illumini le prime bancarelle.

 

Mentre il corteo traversa strade e piazze,

empie le vie il rullo dei tamburi

e la città s’affaccia alle finestre

o sopra  i marciapiedi sosta e guarda

 

i figuranti involti nelle vesti

tradizionali, ricche di colori,

che in casse conservate avean bramato

esporsi al sol che col suo raggio esalta

 

le tinte e ne ravviva gli orli e i punti.

Tra gli altri, quelli spiccano di Cleto,

che a tre fanciulle di Amantea uniti,

coi bei colori delle popolane,

 

rubano un raggio al sol e di riverbero

lo spargono di ardor moltiplicato.

È accanto a lor lo sposo tillesiano

che al passo del leon rampante avanza:

 

cilindro in testa, frac, bastone in mano,

il papillon, solenne portamento

ne fan l’esempio di eleganza in moto,

che soddisfatta incede  in sé raccolta.

 

 

Di Guardia Piemontese brillan gli ori

in mezzo ai costumi dei paesi

che guardan da millenni questo mare,

mentre dal centro avanza il gonfalone

 

della città natale di Telesio:

Cosenza, di provincia capoluogo,

che vuol con questo gesto dimostrare

la grande rilevanza dell’evento.

 

La cerimonia a Piazza del Commercio

l’apice tocca dello svolgimento:

è l’atto del passaggio dei poteri

sopra la fiera al Mastrogiurato,

 

con un cerimoniale che ripete

gesti, costumi e riti  di una volta.

I visi in alto volti verso il palco

ascoltan le parole rituali,

 

ma in tutti leggo che segreto vola

al sindaco il pensier, che più non è.

A Piazza Cappuccini sono al centro

dell’attenzione gli sbandieratori.

 

Squilli di trombe e rullo di tamburi

danno il segnal di moto alle bandiere.

S’intreccian queste, volan, fan tutt’uno

con braccia e gambe. Una  il cielo sfiora

 

e s’accavallan  tutte e fan castello

coi corpi snelli e i guizzi ratti in alto

di Bisignano gli sbandieratori.

In fine poi tra scoppi e scie di luci

 

muraglia fanno ai fuochi d’artificio

tra sguardi aneli e applausi scroscianti

del numeroso pubblico presente,

cui in petto il cuore esulta per la gioia.

 

Come ogni salmo poi finisce in gloria,

cosí la festa a Piazza Calavecchia

si chiude con un piatto di spaghetti

con la mollica, sí vuol tradizione,

 

e un buon bicchier di vino paesano,

che dal barile mani generose

agli ospiti lïetamente versano

e la serata aspergono di gioia.

 

Domani il cioccolato, caramelle,

dolci, sapori, odori fian padroni

a gole, nasi, orecchi, mani ed occhi

in brulichío di gente nelle strade.

 

Che dir se il bimbo al padre tira il braccio

o della mamma cerca l’attenzione

per indicar la palla o il “buccunottu”

che soddisfare può la sua giornata?

 

L’adulto non sarà da tanti gusti

esente, ché anche a lui la merce piace,

sia che alla gola è grata o agli occhi o al tatto.

Cosí fa festa tutta la famiglia.

 

A organizzare tutta la vicenda

eletto figlio hai, Amantea:

con “Il Coviello” il professore Sciandra

di tutto cura la scenografia.

 

Amantea, 27 ottobre 2013         Franco Pedatella

Lo studio delle stelle t’ha elevata

a loro altezza nell’umana fama

e i tuoi pensieri e modi ha plasmato

al rigore dei moti universali

 

cosí ch’autorità in mezzo agli uomini

negli atti e nel pensier divenne il nome

di Margherita Hack, la studïosa

degli astri e della legge che li regola.

 

La vita or ti s’è spenta in un tramonto

di quella stella che più d’altre scalda

la Terra e poi a sera l’abbandona,

 

come fai tu che orfana la lasci

di tal pensier, nell’Infinito entrando,

cui laiche dedicasti riflessioni.

 

L’asteroide che lí ti è dedicato

continuerà perenne ad orbitare

e, volteggiando tra compagni augello,

ad eternare il nome tuo nel mondo.

 

Roma, 29 giugno 2013     Franco Pedatella

 

Blog: francopedatella.com

 

I versi sono stati  ispirati dalla notizia, tragicomicamente ridicola, secondo cui i capi di governo della sviluppatissima, industrializzata e civile Europa sono stati colti da sorpresa perché hanno scoperto, stando alle loro dichiarazioni, di essere stati “spiati” dai Servizi Segreti degli Stati Uniti d’America , Paese amico ed alleato. La notizia, oltre a farmi arrabbiare per la persistente gravità del fatto, ha suscitato la mia pensosa ilarità, mista a irritazione per la manifesta disinvoltura e la patente e penosa ipocrisia con cui questi sedicenti “uomini di stato” ingannano i loro popoli, simulando di non sapere quello che qualche tempo fa persino gente semplice, digiuna di qualsiasi studio storiografico, sapeva: i loro Paesi sono ufficialmente Stati sovrani, ma di fatto Stati a sovranità limitata. Quanto accade, insieme ad altre manifestazioni di violazione della sovranità altrui, ne è la dimostrazione lampante.

 

Che bella sceneggiata i governanti

del mondo sviluppato van facendo:

di fronte ai loro popoli far finta

d’aver scoperto d’essere spiati

 

dal grande Alleato Americano!

E fingon d’adirarsi e sollevare

nel mondo una questione diplomatica!

Noi comunisti sempre abbiam saputo,

 

persin l’estremo iscritto analfabeta,

che al grande capitale è asservita

ogni nazion minor e a questa sorte

anche chi mostra i muscoli è soggetto,

 

pur se s’illude o illude d’esser forte,

ma non ha mezzi a vincere la gara.

Lo sa chiunque governa e con raggiri

spregevoli la sua nazione inganna,

 

fingendo di scoprir la prima volta

ch’essa è colonia, serva al grande impero

che di guardian di libertà s’effigia

e in mar ne mostra al mondo il simulacro.

 

Il mondo sopportare la figura

dovrà del bimbo che passeggia e crede

che in ciel di lui la luna segue il passo,

finché non scopre ch’ella è in ciel per sé.

 

Ben puoi vantarti, Italia, ché non sei

sola a subir la beffa oltre al danno!

Ognun dovrà guardarsi nello specchio

e dir: “ Chi mi governa ognór m’inganna”.

 

Cleto, ottobre 2013                Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

 

I versi sono stati ispirati dalla notizia della morte di zio Giovanni Chilelli nella lontana e fredda Torino, diversa per il clima e per l’ambiente umano circostante dalla natìa cara  Amantea e da Pisa, dove aveva vissuto gli anni di lavoro scolastico da direttore didattico con entusiasmo, circondato sempre dall’affetto e dalla stima di maestri, collaboratori, amici e conoscenti, i quali hanno continuato a manifestargli stima ed amicizia anche durante i lunghi anni della pensione.

 

Or che la lingua tace e l’aure sorde

son a qualunque suon lor giunga grato,

vorrei che la tua spoglia riposasse

là dove mano amica un fiore posi

 

per eternar con te, mio caro zio,

il dialogo affettuoso che tenesti

in vita con colleghi, amici e cari

che intorno a te giravan quali a fiore

 

api per trarne il miel che addolcia i giorni.

Pisa, direi, o Amantea assolata

darebbe a te il calore che hai cercato

sempre dentro il cammino di tua vita.

 

Lì  posin ristorate  le tue ossa

cui man pietosa venga quotidiana,

col pianto da lontano della sposa

e il duol segreto ascoso in cuor dei figli,

 

a tener vivo il filo ed il legame

che in mente a chi rimane tienti unito

a quel ch’è vita, amor, franca amicizia,

che sempre rifuggì da infingimenti.

 

Franco Pedatella

Cleto, 26 settembre 2013

 

I versi sono stati ispirati dallo spettacolo “Romanzo Mitologico”, recitato per Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2013 dagli artisti calabresi Giacomo Battaglia, Gigi Miseferi e Angelica Artemisia Pedatella, nelle vesti, quest’ultima, di Ebe, personificazione della giovinezza, accompagnati dalle musiche (“Divinità”, “Gente di mare” e brani dedicati all’acqua e alla terra) del maestro Sandro Scialpi e dalla voce di Enzo Bruzzese, dal violino di Marco Modica, dalle danze di Samuela Piccolo, dalle coreografie di Antonio Piccolo, dai giochi straordinari delle luci, dovuti all’opera puntuale di  stupendi tecnici, per la regia appassionata di Francesca Grenci. I brani recitati, le musiche ed i ritmi facevano una cosa sola con le danze che li accompagnavano: sembravano riprodurre la melodia di risonanze antiche, talora ancestrali, echi e richiami misteriosi, quasi i canti delle Sirene restituiti dalle onde del mare vicino, cui le movenze delicate della ballerina, assolutamente adagiate sui ritmi della musica, facevano da cornice in un gioco mutevole e ben dosato di luci. È quanto ho visto e ascoltato presso la “Torre Marrana” di Ricadi, dove l’ospitalità del Sindaco ha confermato una delle qualità della Calabria, nel Castello Normanno-Svevo di Vibo Valentia, nel Teatro all’aperto in località “Motta”di Palmi, nel “Parco Archeologico di Capo Colonna” a Crotone. In questa “tappa culturale” tra i siti archeologici della nostra regione immancabile è stato per me l’incontro con il dott. Armando Pagliaro, dirigente regionalepresso l’Assessorato alla Cultura ed ai Beni Culturali, sempre presente in occasioni di tale e tanta importanza.

 

Soffio leggero più si leva e più

vento si fa e tempesta e l’attenzione

sospesa ruba al pubblico presente,

mentre laggiù in fondo alla marina

 

sospira il mare e l’onda sulla riva

sembra col fiato suggerire ai sassi

la storia di nocchieri e di Sirene

che l’acqua da millenni serba e canta.

 

Con tocco magistrale la regista

in scena mette note che dall’onde

i musicistiprendon e con arte

agli strumenti affidanmusicali.

 

Poi il suono cessa, quieta è la tempesta

ed Ebe appare in veste di fanciulla

narrar le storie antiche degli eroi,

le esotiche leggende della  genesi

 

dei mostri che, staccatisi dal buio

delle notturne tenebre, emergenti

diedero forma e corpo a questo mondo

che fe’ di séla storia d’Occidente.

 

Dal mondo greco emersero i Giganti,

i frati lor titanici, le Erinni,

pure i Ciclopi, i Figli della Terra,

mostri con tante teste e cento mani.

 

Quindi il racconto vòlgesi all’Italia

e più precisamente a quella parte

che a Sud il mare Ionio ed il Tirreno

teneramente abbraccian qual sorella.

 

Della Sicilia dico e di Calabria

fin dove dentro al sen più bello al mondo

Partenope, la ninfa, diede il canto

a quella costa ch’oggi ancor lo intona.

 

Al centro la Calabria e le sue storie

dan fiato a Battaglia ed a Miseferi,

che con magistral piglio e comic’arte

di questa terra cantan le leggende

 

da quando il Dio la fe’ felicemente

donandole ogni ben che in mente avéa:

i frutti di natura, i monti, i sassi,

gli uomini, il lor pensier, gli affetti, l’arte.

 

E non poté evitar i guai che addosso,

le pestilenze, povertà, bisogni,

i terremoti, l’analfabetismo,

l’emigrazione e tanti altri ancora,

 

mentr’Ei si abbandonava a dolce sonno,

le diè il Maligno, ma destòssi tosto

e riparò, donandole la forza

di sopportar e superar le angustie,

 

sí ch’ella da cadute si solleva

ed a lottare torna più che prima,

né si rassegna all’avversa sorte

se l’uomo o la natura la ferisce.

 

Qui sento cupi lai, notturni canti

che lamentosi piangono Alarico

e ascolto la leggenda del tesoro

col resepolto tra il Busento e il Crati.

 

Nel fondo del silenzio della notte

odo Sirene raccontar Persefone

rapita dal dio Ade in nero cocchio

mentre coglieva a Vibo il bel narciso

 

che Zeus creato avéa astutamente.

Di Bacco il passo odo che da Oriente

di viteil ramoscello in Puglia reca

e pianta e inebriante vino adduce.

 

Passare vedo Ulisse tra gli scogli

e il canto ingannator delle Sirene

udír ed evitar, da Circe istrutto,

e quelle rovinar pe ‘l gran dispetto.

 

Mi porta il vento dalle mosse canne

la triste storia dell’imperatore

che volle a Lagopésole abitare

e avéa le orecchie d’asinda occultare.

 

L’amore diCristalda ePizzomunno

sul labbro d’Ebe a me com’eco giunge

del canto antico che mi spira il mare,

scrigno fedele di leggende antiche.

 

Di Encelado lo sbuffo Ebe saluta

e l’acqua al sole tersa che l’abbraccia,

l’aria miracolosa nello Stretto

che crea l’illusione della fata

 

Morgana agli occhi che la fissan dritti,

dalla bellezza di quei luoghi attratti.

Dal fondo emerge l’isola Sicilia,

terra divina, sacra agl’immortali,

 

ricca di frutti e miti ed echi antichi

che giungono dall’onde e dalle navi

di viaggiatori che la meta han perso

o cercano dubbiosi la fortuna.

 

E non potéamancar qui la leggenda

dell’Urbe eterna, da fraterna lite

nata sul nome e nelle fondamenta.

Sancì che niuno mai saltato avrebbe

 

impunemente il fosso e la cintura

che di possenti mura la cingeva.

Roma ebbe nome come fortemente

Romolo volle, che primier la resse.

 

Dal mar profondo emersero i due Bronzi

che della Magna Graecia ambasciatori

le guide dei turisti definiscono,

che numerosi qui a vederli vengono.

 

Per l’occasione la turista inglese

sui nomi scherza un po’ comicamente;

ma quelli son due grandi simulacri

di un’arte e civiltà sempre presenti

 

che a noi rimanda il mare con le belle

note musicali e con la danza

che tra le luci, che giocan con le stelle,

il ritmo ripete universale.

 

Ho visto queste cose a Ricadi,

ove ospitalità, ch’è sacra in Grecia,

nel sindaco del luogo è impersonata,

facendomi sentire in terra amica.

 

Le dolci note ancor m’han carezzato

l’orecchio in terra ch’ebbe nome Hipponion

e un castro costruívviFederico.

Le musiche, le voci, i moti in danza

 

vid’io levarsi all’aura di Pitagora,

ove fu venerata in Kroton Hera.

Venni anche a Palmi, ove del Tirreno

ho visto lo spettacolo più bello.

 

Categoria morale il Calabrese

è veramente,come avoce ferma

l’artista dice in scena, se tal cosa

nasce in Calabria, cresce ed alimenta

 

quella virtù che lo distingue in Terra:

genio creativo, animo ospitale;

l’altro sentir fratello nella sorte

cattiva e festeggiar con lui s’è bella.

 

Cleto, 30 agosto 2013              Franco PedatellaBlog: francopedatella.com

 

Un grido solo: “Ma, se il tiro c’è,

non entra in porta perché c’è Paché”!

Della Tyllesium era il canto antico

pei giocatori in maglia rossa e gialla.

 

C’eri anche tu tra quelle maglie, Ciccio,

prima di attraversare l’onda scura

a ricercar miglior mestiere altrove

e più proficuo stato per i figli.

 

Oggi il confine della vita varchi.

Risuona intorno l’eco degli amici

che t’ammiravan quando in campo stavi

 

e ti stimavan quando tu operavi

nella vissuta vita quotidiana.

E se di chi ha meriti acquistato

 

rimane in quei che resta la memoria,

il viaggio tuo di là non è solingo,

ché t’accompagnan mille voci amiche

a consolar le spoglie tue d’amore.

Franco Pedatella

Lamezia Terme, 5 ottobre 2013

Franco Pedatella racconta il banchetto Auser 2013

La raccolta di fondi dell’Auser con la Pasta della Legalità e della SolidarietàIl racconto di Franco Pedatella dedicato al Banchetto della raccolta 18-05-2013

Annualmente l’Auser di Amantea impegna tutti i soci nella raccolta di fondi con la pasta prodotta dalle associazioni della legalità che operano in ambito di strutture espropriate alla mafia. Tali fondi risultano essere determinanti per le attività associative a sostegno degli anziani bisognosi. Anche questo 2013, nei giorni 18 e 19 maggio, in piazza Commercio gli attivisti dell’Auser si sono adoperati per tale nobile obiettivo.
Nella circostanza il socio Franco Pedatella ha scritto un racconto sull’evento.

La breve opera partecipa al concorso nazionale interno dell’AUSER nella sezione narrativa:” Racconta il banchetto“.

I racconti più emozionanti avranno la visibilità che meritano attraverso i canali informativi di Auser: la rivista Auserinforma, il sito www.auser.it, la rete dei social network.

Una spiga di grano racconta.
Io sono una spiga di grano cresciuta su un terreno nel quale è stato seppellito, anzi buttato senza cura o pietà ed interrato, un cadavere, un pover’uomo ammazzato dalla mafia e lì, in quel campo, nascosto perché nessuno mai lo ritrovasse.
Ma il sole, la pioggia, il vento, il bel tempo hanno fatto di un seme portato lì per caso da un passerotto una bella spiga, che sono io. Sono cresciuta proprio su quel povero cadavere abbandonato e mi sono nutrita di sangue innocente. E poi, intorno a me, con il lavoro di giovani mani generose sono nate tante mie sorelle, e siamo cresciute insieme, tutte uguali. Abbiamo fatto una bella grande famiglia, un campo di grano. Pensate: un terreno abbandonato, pieno di sterpaglia, appartenuto ad un mafioso, poi sequestrato, è diventato Libera Terra per giovani volenterosi, e grazie al lavoro di questi un campo fecondo di vita. Non è un miracolo? Che meraviglia!
Oggi sono pasta, e sono qui, su questa splendida piazza di Amantea, “Piazza dell’Emigrante”: questo nome mi ricorda i discorsi che sentivo dai giovani che lavoravano il terreno intorno a me perché io crescessi bella e rigogliosa. Sono qui per sfamare tanta gente povera ed onesta, povera forse perché onesta. E sono felice. Sono nata dalla morte e do la vita: dalla morte alla vita, è proprio quello che voglio fare.
Con me ci sono tanti  chicchi e tante spighe che hanno prodotto la farina per fare questa pasta che viene qui esposta ed offerta grazie all’opera di tante brave persone che si sono organizzate ed hanno dedicato il loro tempo a trasformare le spighe, che come me sono cresciute nelle terre della morte, prima in buona e nutriente farina e poi in pasta. Questa feconderà tanti animi buoni che combatteranno gli uomini del male, sicché non ci saranno più le terre della mafia, ma solo  terre feconde per gli uomini.
È andata proprio bene, perché da stamattina tanti, uomini e donne, felici finalmente di stare insieme, prendono a piene mani la pasta, fatta con la mia farina, da mani generose di anziani, contenti di offrirmi. Inoltre ho il piacere di passare anche per le mani delicate di alcune giovani donne provenienti dall’Europa dell’Est, che si trovano qui ad Amantea ben accolte dai cittadini e dall’Auser, le quali, girando per le strade cittadine e per i negozi, mi offrono a tante persone che passeggiano o sono dentro i negozi. Queste persone mi accolgono nelle loro mani con un sorriso e dai loro discorsi capisco che non tutte abitano ad Amantea, ma alcune vengono dai paesi del circondario. Sono proprio felice, perché così potrò raccontare la mia storia ad un numero sempre più grande di persone e porterò il mio messaggio di solidarietà e di legalità in posti dove non avevo mai immaginato di arrivare.
Amantea, 18 maggio 2013

 

Il componimento è una breve allegoria dell’Italia dei giorni nostri.

 

Chi prende un remo o l’albero maestro,

chi a bella vela dà di piglio e strappa;

chi la scaletta smonta che sul ponte

porta e recarla in casa qual cimelio

 

di augusta gloria vuole; chi da prora

d’ornato intaglio il rostro seco porta.

Chi col martello sfascia le giunture,

chi con la sega taglia il ponte e il fianco;

 

chi dalle stive infino alla coperta

batte, dischioda e tutto fa tremare.

Ognun la bella nave demolisce,

ognun la scuote e quella par che soffra,

 

sentendosi assaltata da ogni lato,

e par si opponga, ma già fessa cede.

Uno il timone ha torto e nelle secche

la nave drizza a consegnarla all’oste

 

che attende e mostra da lontano l’oro,

che al sol riflette il raggio e disïoso

fa il traditor d’illecito guadagno

e pronto a vil commercio, a furto e dolo.

 

E intanto geme il remator e il mozzo

che il figlio ha sulla nave e la consorte

ed ogni cosa e al legno avéa fidato

fin il respir che in gola or gli si strozza.

 

Così ruinò del Fiorentin la patria,

che l’imo duol cantò e l’alta gloria

ed ai concittadini fe’ da sferza,

ché serva d’altri fêr l’Italia bella.

 

Ahi, come simil è l’Italia d’oggi

a quella in cui regnâro esterni regi,

corrotti e corruttori di sue doti,

che alloro e manto a lei da capo e dosso

 

levâr, lasciando ignude le vergogne

che vuol coprir pudore in donna onesta!

Di tutto or fan commercio i reggitori,

ogni suo bene metton all’incanto

 

e in mano a chi non sa di tal tesoro

buon uso fare, tanto è grosso e inetto,

solo rivolto al tintinnar dell’euro

e sordo ad opra d’arte e d’intelletto.

 

 

Di me che dir? Cantor di patrie ruíne,

tra ceneri fumanti vago e ascolto

se alcun v’è vivo o voce fuor si levi

e spinga alla riscossa ferma e forte

dei giusti, di coloro che han remato

e stracci han perso in mezzo alla tempesta,

coi flutti combattendo e con i venti,

di trar tentando fra ridenti onde

 

la nave che altri han fatto un dí con arte.

Ella ch’io canti vuol questa riscossa,

la sparga e desti le coscienze sane,

degna progenie d’avi al mal mai chini,

 

vivente esempio di onestà e prodezza,

di patrio amor e familiare affetto,

che all’opra intenti eran quotidiana

e muro féan tra i giusti ed i reietti.

 

Qualcuno forse un dí questo mio canto

raccoglierà e col consenso e l’opra

del popolo curar saprà la rotta

nave e portarla nuova in placid’onda.

 

 

Cleto, 5 maggio 2013      Franco Pedatella       Blog: francopedatella.com

 

(Dedicato al caro amico Franco Morisco nell’approssimarsi dei festeggiamenti che si terranno

il tre di maggio a Paola in onore del santo Protettore della città, San Francesco di Paola)

 

Franco, lo so che adori quel d’Assisi

quale patrono della terra Italia,

ma quel di Paola a lui non è minore

per caritate e umíl gli viene dietro

 

e i suoi seguaci Minimi ha chiamato

rispetto a quei di quel, che fûr Minori,

e gli uni e gli altri forte il verbo fêro

di Santa Madre Chiesa Universale.

 

D’ambo la fama fu sí forte e chiara

che il mondo d’oggi cerca il suo pastore

che a quelli in opre e motti sé assomigli

 

ed or ritiene in quei l’aver trovato

che a Roma Papa si nomò Francesco.

Ei vien da lunge e agli ultimi del mondo

 

parla col viso e il cuor con cui Francesco

volgéasi un tempo a tutte le creature

e frate e suor chiamava per l’Amore

che in lor spirò l’Altissimo Creatore.

 

Cleto, 17 aprile 2013            Franco Pedatella     Blog: francopedatella.com