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Archive for the ‘Immagini in Poesia’ Category

(Alla nuova sede del Liceo Scientifico Statale di Amantea)

Avendo intenzione di andare a far visita ai miei alunni ed ai miei colleghi nella nuova sede della mia scuola, ho pensato di dedicare loro per l’occasione questi versi. Sono stati scritti in parte a Cleto, in parte nella Sala ticket dell’Ospedale Civile dell’Annunziata di Cosenza, in parte nella Sala d’attesa del Reparto di Dermatologia dell’Ospedale Mariano Santo di Mendicino, perché in questo giorno mi sono spostato nelle suddette località.

Questi versi da una parte vogliono essere un augurio per il futuro, dall’altra vogliono ribadire un concetto ed una certezza da me acquisita da tempo e più volte affermata. Quanto al concetto, lo affermano la legge istitutiva e l’Ordinamento Scolastico del Liceo Scientifico.

Quest’edificio nuovo sia di spinta

a quel che per apprender o insegnare

v’entra e antica lena non allenta,

ché sa che quinci esce quel che andare

 

deve lungo la via della sapienza

che scienza associa a litterae humanae

e pel progresso crea la dirigenza

adatta per nozioni e doti umane.

 

La scienza sola può creare infatti

mostri soltanto di tecnologia,

che all’uomo danno mezzi poco adatti

 

al suo progresso vero in armonia

con l’universo umano e di natura.

Lettere e scienza invece dan cultura

 

che serve per l’umana civiltà,

sbarrando il passo a tecnocrazia.

Così al sevizio della libertà

tiene il sapere la democrazia.

Franco  Pedatella

Cosenza, 26 settembre 2011

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(Il poeta)

Il brano nasce da una fusione tra la figura mitologica della Musa, ispiratrice di poesia, e l’Amore che mi sta al fianco, che si fa a sua volta fonte ispiratrice di poesia. L’occasione di questo accostamento è data dall’avvicinarsi della ricorrenza di San Valentino, meglio nota come “festa degli innamorati”.

Ogni parola m’esce a mo’ di verso

ed il discorrer fàcesi poesia,

perché Euterpe ho al fianco e il suon suo terso

è soffio al labbro a me di melodia.

 

Le piante, i fiori che con l’occhio sfioro

si fan pulzelle e giovani fiorenti

sí che a mirarli godo e in cuor li onoro,

trovandoli graditi e in sé contenti,

 

e quello che accarezzo a pel di dita,

sassi, aer lieve o da umor gravato,

al tocco ho l’impression che prenda vita

 

e mi sussurri all’aure il disïato

ringraziamento, onde faccio parte

l’Amor che al lato m’è a spirar quest’arte.

 

Cleto, 13 febbraio 2012                              Franco Pedatella

 

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Il testo è stato concepito dopo aver parlato telefonicamente con mio zio Giovanni Chilelli.

Nel corso della conversazione l’ho informato del fatto che l’AUSER di Amantea per il tre di gennaio appena trascorso ha organizzato nella Chiesa Matrice di Amantea, città natale dello zio, la seconda edizione di canti della tradizione natalizia all’interno della quale si è fatta promotrice dell’incontro di più culture, tra cui era presente anche quella africana tramite la presenza di un gruppo di migranti che oggi si sono stabiliti ad Amantea e che noi, come AUSER, cerchiamo di aiutare ed integrare anche attraverso l’insegnamento volontario della lingua italiana da parte di soci esperti nella disciplina della lingua d’origine e di quella italiana. Nel programma erano previsti due momenti poetici, dei quali uno è stato dedicato alla recitazione di una mia composizione in versi a cura della Presidentessa della FIDAPA di Amantea, Franca Dora Mannarino. Con mia grande meraviglia ed in modo da me veramente inaspettato, alla fine della manifestazione mi è stata consegnata una targa in ceramica, con lavorazione a mano eseguita dall’artista Pedrito Bonavita, autore anche di una scultura inaugurata in Amantea nella Casa delle Culture il 12 marzo 2011 in occasione della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La stessa targa è stata consegnata a tutti gli artisti che hanno eseguito i brani musicali della serata, ma io pensavo di aver composto il brano solo a fine riempitivo e di variazione. Ecco perché non mi aspettavo il premio. Quindi mio zio Giovanni, che è direttore didattico in pensione, ha cominciato a dirmi che dai contatti che lui ha con Amantea gli risulta che in questa cittadina mi stimano molto, ma io mi sono schermito un po’ dicendo che ho fatto l’insegnante di liceo solo facendo il mio dovere e che mi diletto a scrivere dei versi, i quali non sono per niente poesia, la quale è un’altra cosa.

 

Caro zietto, or t’invio con questo

un picciol saggio del mio verseggiare.

È sol di fantasia un picciol gesto

che mai non oso definir poetare.

 

Poetar è strugger d’animo in tormento,

che si consuma al fuoco di lucerna

e scava e lima in sé in ogni momento

per trarne fuori fiamma di lanterna,

 

che gli uomini illumini in cammino

o sé consoli se il dolor l’opprime

o, se talor in cuor fa capolino

 

il riso, goda. L’arte al tutto imprime

la forma che a quel corpo si modella

meglio sί che all’uomo al ben favella.

 

Cleto, 5 gennaio 2012                 Franco Pedatella

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Il testo è stato composto in occasione della serata che trascorriamo nella Chiesa Matrice di Amantea dedicata a San Biagio per festeggiare la Seconda Rassegna di Canti e Suoni della Tradizione Natalizia, organizzata dall’AUSER di Amantea. L’amico Tonino Perricone mi ha cortesemente sollecitato a comporre per l’occasione un brano poetico che richiamasse i valori autentici del Natale, concretamente rappresentati anche dalle presenze pluriculturali, provenienti da diverse parti della Calabria e dal mondo dell’immigrazione. La fraterna amicizia del prof. Perricone  e le parole con cui mi ha presentato l’evento  sono state di stimolo per il volo della mia fantasia.

 

 

Sotto le arcate ampie di san Biagio

per festeggiar Natale in modo degno

son convenuti da ogni parte adagio

a consegnar d’amore il loro pegno.

 

Canti, non vil denaro, bei sorrisi

portano al bambinel che rappresenta

il mondo in cui son variegati i visi

e l’anima di ognuno all’altro è attenta.

 

Di pace è atmosfera e fratellanza:

coi Càlabri latini è l’Albanese,

gli zampognari il latte e sua fragranza

hanno lasciato al monte con le spose,

 

mentre la neve fiocca sopra i tetti

e i bimbi stanno accanto al focolare

ad aspettar che mamma lor li alletti

al sonno con le fiabe di Natale.

 

Che suono di zampogne, che armonia

da quelle canne vien con soffio e cuore!

Ai bimbi echeggia come litania

che induce il sonno, il pensier dolce e amore.

 

Dalla ventosa Lago qui i cantori

ci portan tradizioni e lor folclori

dai luoghi ove un dί sbocciâr gli amori

tra ninfe e adoni nei silvani cori.

 

Ma superati or son pagani riti

e ninfe e adoni or son Madonne e Santi.

Perciò da bocche loro odo usciti

suoni cristiani e religiosi canti.

 

Con clarinetti e banda musicale

si fa sentir la scuola che a Mameli

è intitolata e in questo dì speciale

intona marce che van su nei cieli.

 

Da Falconara il Gruppo Haréa ci porta

la melodia arbёreshё originale,

che in cielo il cuore candido trasporta

con canti, assolo e musica corale,

 

qual si conviene in questo giorno santo,

in cui tacere devono i contrasti,

come succede in Terra, ahimè, ogni tanto

quando dimentichiamo i dì nefasti.

 

Si tendono le braccia con calore,

le mani incrocian mani di fratelli

che non han pelle più di un sol colore,

come ci volle il Padre e siam più belli.

 

L’Africa manda le sue vibrazioni,

da terra che ha nel cuore il ballo e il canto;

con gli strumenti a corda e percussione

trasmette un’esistenza dolorante

 

di un corpo nato a stare in armonia

con il creato e il ritmo delle cose,

prima che le mandasse in avaria

colui che tutto a sé piegar pretese.

 

Sono i migranti che senza le stelle,

in una notte buia un mare oscuro

attraversâro, privo di fiammelle

che a porto li guidassero sicuro.

 

L’Africa canta “Bimbo, mio tesoro”

e il suon n’echeggia sotto nostre arcate

sì che l’Occidentale è frate al Moro

dentro lo spazio di queste navate,

 

donde si leva al cielo un canto solo

dal Coro della Chiesa di San Biagio,

il qual da Oriente il piè qui pose al suolo

perché qui ogn’uom sia frate e a proprio agio.

 

Quest’inno manda tutti in visibilio

con l’armonia che fa trasecolare;

ognun si sente in cuor d’altrui  ausilio,

pronto a donarsi all’altro e ad amare.

 

Dopo a rifocillar le lingue stanche

e braccia e gambe dal danzar  spossate,

“grispelle” e “monacelle” sulle panche

vorràn con vino essere gustate.

 

 

Saranno il segno di quest’alleanza

che al mondo lega poveri e diversi,

perché non sia trincea la differenza

tra uomini mai più l’un l’altro avversi.

 

Franco Pedatella

 

Amantea, Chiesa Matrice, 3 gennaio 2012

 

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Il testo è stato pensato riflettendo sull’alluvione della Lunigiana, una specie di tsunami della montagna, ma si riferisce a tutte le alluvioni che colpiscono la nostra terra, in particolare il Meridione d’Italia.

 

Chi governava allora questo suolo:

“Partite, o figli, le fabbriche del Nord

v’attendono – diceva – a braccia aperte!

A che aspettare qui di pane un tozzo

 

che man padrona avida da secoli

o terra avara da millenni nega?”.

Così partîro enormi masse umane

con coppola e la valigia in mano,

 

chi ce l’aveva, al posto del cartone.

Le terre abandonâr, l’acqua i fossati

empiè, dacché operaia esperta mano

cessò la pulizia dalle sterpaglie,

 

e poi si rovesciò ruinosa a valle

portando seco sassi, tronchi e boschi,

interi abitati collinari

giù trascinati su abitati al piano

 

a provocar la morte, vite umane

spezzare come steli da radici

ed ogni segno seppellir nel fango

di quel che prima si chiamava vita.

 

Che scempio provocâro quei signori

che predicavan rei l’emigrazione

e non curaron mai le conseguenze

ond’era nota lor la conoscenza!

 

E quei che li seguîro fûr peggiori,

perché la prevision divenne fatto

innanzi al qual correi velâro gli occhi,

intenti solo a prender e intascare.

 

Franco Pedatella

 

Cleto, 1° novembre 2011             Blog: francopedatella.com

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Il testo viene concepito quando, qualche giorno dopo il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al senatore Mario Monti, mia suocera a tavola, durante il pranzo odierno, mentre va in onda il telegiornale, nota, riferendosi a Berlusconi decaduto dall’incarico di Presidente del Consiglio:” Mo nun lu vidimu cchjù ‘n giru chillu Pulicinella” (“Ora non lo vediamo più in giro quel Pulcinella”).

Più non vediamo in giro Pulcinella,

la maschera di Napoli perdoni

se dai miei versi la sua veste bella

il viso copre a simili predoni,

 

per le città d’Europa e per le genti

a provocare il riso ché la scena

confuso han con il luogo dei sapienti,

u’ con rigor curar dovrίasi e lena

 

l’affar di stato e non far mai giochetti

più degni della pista di umil circo

di commedianti in giro pei borghetti,

ove si finge il riso e il falso alterco.

 

Or non s’inganna il popolo nel circo,

né la dissolutezza in casa e in corte

si copre con menzogne e l’altrui sterco,

or la carezza usando or pugno forte.

 

Tornata è la modestia, il modo austero

è in giro per le strade e in Parlamento.

Ogni discorso è misurato e vero

e i conti si fan senza infingimento.

 

Alberto da Giussano, quello vero,

che a cuor ha il tempio e il muro cittadino,

butti del clown le vesti, sia austero

ed al Paese dia l’accrescimento!

 

In casa chiuda chi la mascherata

con corna ed elmo celtico inscena

macchiando di vergogna la vallata

che il Po alimenta di miglior progenie!

 

Peccato che non sempre la giustizia

distribuisca equamente i pesi

tra chi ha vissuto e vive con dovizia

e chi le vesti e i tetti sempre ha lesi!

 

Perciò il Paese attende il cambiamento,

non so se il tempo è giusto o la persona,

ma occorre certo un nuovo avvenimento

che il cittadino e il Parlamento approva.

 

Attendo all’opra motti rigorosi

farsi provvedimenti operativi

contro di quei che sempre son morosi

nel dar  ma lesti a prender ed attivi.

 

Franco Pedatella

 

Cleto, 22 novembre 2011

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(che hanno sfilato nel corteo della cerimonia d’inaugurazione della storica “Fiera di Amantea”, edizione 2011, in rappresentanza e con i costumi d’epoca di Cleto, insieme ad altre in rappresentanza dei rispettivi comuni)

Doveano esser solo tre pacchiane,

ma si son rivelate tre regine

le belle tre fanciulle amanteane:

Maria, Noemi e insieme a lor Serena.

 

Dell’animosa Amazzone nocchiera,

che il vento spinse sulla nostra riva

a carezzar col fianco la scogliera,

han preso in man lo scettro e l’alma viva

 

e, degne figlie dell’avventuriera

che giunse qui da lunge e alzò turrito

muro a difender gente sua guerriera,

per Amantea superbe hanno sfilato,

 

con scorno di chi or col nervo molle,

con portamento immemor del passato,

ne porta il nome ed abita sul colle,

dimentico di tutto quel ch’è stato.

 

Dimane anche di loro le ampie strade

racconteran tra i suoni della fiera

e in mezzo a mercatura e trattative

con l’altre i nomi lor saranno a schiera.

 

Le nerborute donne montanare

non più hanno il piglio e il portamento avito,

se solo tre fanciulle marinare

esili ne hanno preso il posto e il rito.

 

Fanciulle, Cleto antica vi ringrazia

di aver portato il nome suo per via.

Di voi ciascuna stima come Grazia:

Aglaia, Eüfrosine e Talίa.

 

E voi ringrazia pure, produttori,

che del lavoro vostro il risultato,

gioia per gli occhi dei visitatori

e per la lingua, avete qui mandato.

 

Io, che di questa storia testimone

involontario son per circostanza,

poeta m’improvviso e fo il cantore

per chi era altrove o stava in lontananza.

Amantea, 29 ottobre 2011                            Franco Pedatella (Blog: francopedatella.com)

Letto e consegnato a Cleto il 6 novembre 2011

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Un tempo l’avvocato era oratore,

retorica sapeva  e Cicerone;

in foro era un abil  parlatore

che pronunciar sapea la sua orazione.

 

Gelmini or avvocato Mariastella

quando apre bocca ha lingua claudicante

che par tra onde incerta navicella

e tra fonemi e regole è ondeggiante.

 

Perciò più che mandarla in tribunale,

meglio è farla ministro d’istruzione

per evitar ai rei qualche penale.

 

In fondo a scuola un po’  fa confusione

<<innocüa>> tra studio e apprendistato:

son pari cosa per l’analfabeta.

 

Il piano è ampiamente preparato:

svuotato il piatto della conoscenza,

liberamente al giovin è negato

capir se sceglie cògito o ignoranza.

 

Del zappator ai campi torni il figlio,

nella bottega al fabbro il bel rampollo,

al privilegio eterno torni il giglio,

all’umil  torni il giogo sovra il collo!

 

Non più è necesse ad esser candidato

a governar regione federata

saper di leggi o di affar di stato:

ministro è tal di gente analfabeta.

 

Franco Pedatella

Cleto, 10 settembre 2010.

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Il testo è nato per la rabbia suscitata in me dall’atteggiamento di derisione tenuto nei confronti del  Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, ed attraverso di lui nei confronti di tutto il popolo italiano, da parte dei Presidenti francese e tedesco davanti alle telecamere, in immagini che hanno fatto il giro del mondo ed hanno suscitato in modo palese (ma succedeva di già da quando quest’uomo ridicolo fa il Presidente del Consiglio) l’ilarità di tutte le Nazioni del mondo. Subito ho pensato alla disfida di Barletta, quella vera, ed alla miseria materiale e morale degli Italiani di oggi e di colui che dovrebbe essere il difensore della dignità nazionale ed invece è la causa prima del suo declino in una comunità, quella europea, di cui l’Italia è membro fondatore.

Anche in quel tempo un condottier francese

tacciò di fellonìa gli Italiani,

di gran viltate li incolpò a Barletta,

perché spergiuri ordivan tradimenti.

 

Allor levòssi di contrasto il petto

del cavaliere Ettòrre Fieramosca,

che mise insieme tredici animosi

ed ai Francesi morse il fianco e il petto.

 

Or si ripete a cinquecento anni

la stessa offesa a chi guida l’Italia,

peggior perché di derisione intrisa.

 

Ma Ettòr dov’è, u’ posa il Fieramosca,

che pronto a offrire il sangue, il viso e il petto

s’erga vittore o giaccia nella polve?

 

Or chi comanda guardasi allo specchio

a veder rughe o ciuffo s’è ben folto

e tiènsi mani strette sulle tasche,

l’una che prende ghiotta, l’altra stringe.

Franco Pedatella

Cleto, 25 ottobre 2011

Blog: francopedatella.com

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Ve’ come s’erge invèr lo ciel sereno
incontr’al Col Sant’Angelo il castello
e come i fianchi sfida d’esta altura
con le rifatte mura che riflettono

al sol luce d’aurora e dell’occaso
rossastra che il color di roccia prende
e tutto il luogo pare in armonia
con la natura che ancor vi vegeta

intatta e ne riprende i suoni e il soffio
vital sί che la gente che vi abita
è come se dall’ancestral regina

vita prendesse e ad osservar quei ruderi
forza traesse da un passato eroico
e basi del doman gettasse solide.

Poeta, che ricerchi u’ t’ispiri,
a questa sacra e antica terra vieni.
Dall’eco delle rocce e degli anfratti
udrai il narrar di vergini che il mare

d’onde sbuffanti traversâr con rischio
e quivi giunte, da beltate attratte,
posero albergo e diêro il nome e i frutti
e i figli poi costrussero il castello.

Cleto, 12 settembre 2010.
Franco Pedatella

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