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Archive for marzo 2011

È veramente indecente, non solo vergognoso, verrebbe da dire inenarrabile, quello che sta facendo il Presidente del Consiglio italiano dinanzi al Tribunale di Milano.
Colui che con la sua stessa persona e per la sua stessa presenza dovrebbe esaltare il senso delle Istituzioni e le Istituzioni medesime, le beffeggia con fare da Pulcinella e si comporta da teatrante di vile valore, tentando di capovolgere, con quella che egli chiama “la piazza”, il sacro palazzo dello Stato.
Non si era mai giunti prima d’ora a questo stato, in nessun Paese del mondo un rappresentante delle Istituzioni ha mai fatto qualcosa del genere.
Se vogliamo cercare dei precedenti, possiamo subito andare con la memoria all’atteggiamento di sfida aperta, con evidente sottintesa minaccia di vendetta e di ritorsione, assunto da capimafia di fronte ai giudici, perché sicuri d’impunità.
Ma quelli erano mafiosi, rappresentanti dell’antistato.
Da italiano, non verrei un presidente che si comportasse così. Ed invece ce l’ho e la cosa non è sopportabile.
Non lo sarebbe neppure se ci trovassimo di fronte ad una sentenza già scritta!
La memoria storica e la tradizione ci hanno tramandato almeno due sentenze già preannunciate: quella contro Gesù Cristo e quella contro Socrate. Ma ambedue si sono mostrati rispettosissimi delle leggi e non si sono sottratti né al tribunale né alla sentenza, pur sapendo di subire un’ingiustizia.
Ora il nostro personaggio si trova migliaia di anni-luce lontano da quei due, sia storicamente che moralmente. Quelli non avevano incarichi pubblici da legittimare moralmente di fronte all’opinione pubblica, eppure hanno accettato dignitosamente il processo farsa a loro carico e non si sono sottratti alla condanna. Potevano farlo.
Non avevano fatto commercio di nulla con nessuno. Uno dei due, Gesù Cristo, aveva cacciato i mercanti dal Tempio.
Il nostro Presidente del Consiglio, invece, è un commerciante. È bene, quindi, che dimostri di non aver violato le leggi dello Stato. Potrebbe e dovrebbe risparmiare al Paese, se fosse un degno presidente, quest’ennesima figura di paese di Pulcinella, che gli Italiani non meritano.
Pulcinella è solo un’invenzione letteraria e teatrale dei nostri artisti, e noi siamo un popolo di artisti, non di Pulcinella. Il Pulcinella lo facciamo, se è il caso e al momento, per mestiere, ma non appartiene al nostro essere profondo. Basta guardare la nostra storia e gli uomini che l’hanno fatta.
E poi, vergogna delle vergogne, alla fine fa l’affondo, tirando in ballo il costo delle indagini giudiziarie che gravano sulle tasche degli Italiani!
Parla così perché vuole parlare, evidentemente sa di poterlo fare, alla “pancia” degli Italiani.
Considera evidentemente gli Italiani solo pancia, fatti solo di pancia.
Non credete, cari Italiani, che sia il caso che noi siamo pensiero, soprattutto pensiero?
E in quanto pensiero, abbiamo individuato da tempo che la giustizia è il principio stesso della civiltà.
Basta leggere Cicerone. I Romani sono i Padri del diritto. Un famoso passo di Ugo Foscolo recita:
” Dal dί che nozze, tribunali ed are/ dièro alle umane belve esser pietose/ di sé stesse e d’altrui […].
Questa della pancia, quindi, è un’altra offesa, un’altra vergogna, almeno per chi ha il senso del pudore e quindi sa arrossire per la vergogna.
Ancora oggi, come se niente fosse, ha parlato alla pancia dei Lampedusani, quando ha annunciato di aver comprato una villa a Lampedusa: è il solito ricco, maledetto nelle favole e nelle parabole, che getta le monetine che gli cadono dalle tasche, o il ricco epulone che getta i resti del lauto banchetto ai cani ed ai servi.
Si tratta, cari Italiani, di un’altra, l’ennesima purtroppo, trovata pubblicitaria di un venditore di fumo. Il tragico è, però, che in questo caso si fa confusione tra pubblico e privato, si vende l’altrui, il pubblico, e si guadagna nel privato.

Cleto, 30 marzo 2011.
Franco Pedatella

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Si leva ai piè dell’Alpi un venticello

che brulicando invade Val Padana

e da Vesuvio ed Etna  risponde

un risonar di fronde tra le selve

 

che l’aere move e lanciasi sull’onda

e l’agita dall’uno all’altro mare

sí che risponde il Ligure e la sponda

che il piè umίdo fa di Serenissima.

 

L’inizial soffio ormai si fa tempesta

e il cuor raggiunge della bella Italia.

Questo di Scipio il gladio in man riprende,

rifacesi Repubblica Romana.

 

Movono i cuori con gli astati drappi

Dante, Machiavelli con Vittorio:

col patrio idioma l’un, l’altro col Prence

vedon  realizzato un popol solo,

 

che piace all’Astigiano cui il cuor freme

di patrio amor e tragico sentire,

che san di libertà come al Parini

piacque ed al cantor d’Itale Muse

 

cui spirto diȇr  le Vergini di Grecia

e il verso gli plasmâr d’avìto incanto.

D’Ugo io dico, che di libertà

soffiò nel cuore di Mazzini il seme

 

e questi a tanti giovani ‘l trasmise

sί che in fin giunse al cuor di Garibaldi,

che i Mille armò a smuovere il Borbone

dalle ridenti terre e al Sabaudo

 

un regno diè ch’era follia sperare.

Tessette il Conte tela al suo telaio

che adatta non sempr’era alle contrade

da secolar servaggio afflitte e prone

 

ma pur da laboriosità  baciate,

che fatto avea beate quelle genti.

D’acciaio industrie e lunghe ferrovie,

filar di seta e vigne al sol distese,

 

nettare oleoso d’uliveti,

tutto smontâro i frati piemontesi

e se ‘l portâro al piano nebuloso,

pure le forti man di schietti giunchi.

 

Tutti partîro e qui lasciâr le spose

primieramente e poi quelle seguîro

e si spostò così gran massa umana,

che si chiamò la grande emigrazione.

 

Per fronteggiar piemontesizzazione,

che vera e propria fu occupazione,

divenne il Bruzio terra di briganti,

i quai non sempre fûro delinquenti,

 

e Re Vittorio usò l’armi da guerra

e ciò addusse pure depressione.

E pure nelle casse della Stato

finì del Sud ogni provvisione.

 

Poi l’ignoranza e l’analfabetismo

vestiti di cattoliche bandiere

forza dïêr a oligarchie locali

di lupi borghesi e proprietarî.

 

Quindi non poco l’unificazione

pesò col sangue in capo al Meridione

che nel mercato n’ebbe solo danno

e pagò pure in sottomissione.

 

Di povertà seguirono decenni

che attanagliâro la popolazione

ad una condizione subalterna

che si chiamò meridional questione.

 

Eppure generosi avean donato

anche intelletti svegli alla nazione

quelli che sub Borbone eran vissuti

e per la libertà s’eran battuti.

 

Giovani vite avean sacrificato

Reggio e Messina, quando s’era scosso

il Meridione generosamente

per liberar dal giogo il proprio collo.

 

La storia scrive sempre il vincitore,

è legge questa quasi di natura,

però talvolta verità riaffiora

e la sua forza fassi dispensiera

 

di colpe e merti che in prescrizione

non van pe ‘l tribunale della storia,

ove scadenzenon  di giudizî

e verità finale è universale.

 

 

Ma quel ch’è fatto è cosa consacrata,

del Piave l’onda e il Carso l’han segnata,

fratelli si son detti i combattenti

quando il destin sfidavano in trincea

 

o i partigian battéano le boscaglie

facendo resistenza all’invasore

che sempre dalle mal vegliate Alpi

a noi veniva a pôr suo piè sul petto.

 

Tutte or  bandiam le rivendicazioni,

siam tutti uniti a fare una nazione,

uguale nei diritti e nei doveri,

intesa a perseguir la sua missione

 

che assegnolle il Rinascimento,

Leonardo, Galileo e Buonarroti,

dai grandi principiando del Trecento,

fin l’anime genial dell’Ottocento!

 

E qui tra l’altre s’alza dirompente

la voce d’Alessandro che ci vuole

liberi solo se saremo uni

sotto un vessillo sol che spira amore.

 

Eco le fan da luoghi assai lontani

un grido dal Vallone di Rovito,

un altro da Belfiore e dallo Spielberg

e l’urlo, poi, di Carlo Pisacane.

 

Gridan vendetta a chi voglia tradire

il sangue di Custoza e Solferino,

di San Martino e i giovani trafitti

nei campi di Repubblica Romana,

 

in su le mura della Veneziana,

sopra le barricate di Milano,

a Osoppo, a Curtatone e a Montanara,

a Goito, a Napoli e a Palermo;

 

e quelli che a Gerace fucilati

fûro perché avéano cospirato

avverso alla tirannide crudele,

perciò esemplar martirio lor fu dato.

 

Degli Italiani gridano alle orecchie

le rocce d’Aspromonte e Porta Pia,

Mentàn, Bezzecca, Lissa, ‘l Buon Consiglio

ed altre voci al patrio suol donate.

 

 

Attendono ancora con stupore

risposta alle richieste sacrosante

color che per le terre a lor promesse

da coltivare a Bronte s’immolâro.

 

Unione e libertà furon parole

che per contrade innùmeri echeggiâro

e fêr di bocche e petti un solo coro

ch’ora disaccordar sarìa nefando.

 

Uniti siam nel nome di Vittorio

Veneto e delle pugne del conflitto

che le contrade patrie insanguinâro

per por le basi all’attual Repubblica,

 

che per la  prima volta nella storia

uscì universalmente popolare

per volontà di quelli che soffrîro

e proclamâr con forza Italiana.

 

Corra ancor oggi questo nome santo

nelle attual region di bocca in bocca!

D’egualità fra tutti si sostanzi!

Vòlser così i Padri fondatori.

 

 

Franco  Pedatella

 

Cleto, 23 ottobre 2010

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Qui omnes hanc terram antiqui

Tyllesii pedibus obterent

vestigia veteris potentiae

gentis animi corporisque

fortis invenient.

 

Tu, qui aëra salubrem spiras,

olim mortiferum quod palustrem,

scīto hīc antiquis temporibus

gentem mente manuque industriam

ex gleba fructus traxisse

copiosos,  felicem vitam

suam, quamquam  calamitates

fuēre naturae,

exstruxisse.

 

Igitur priscas  adversas

magno fletu res lugēto,

novas secundas benigne

admirātor!

 

A.    D. VI Idus Septembres  Anno MMV, Ajello Calabro,

die anniversario terribilis  terraemotus anni MCMV

Francus Pedatella fecit.

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Elogio della terra italica

(Virgilio, Georgiche II, 173-175).
Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus,

magna virûm; tibi res antiquae laudis et artis

ingredior […]

 

(Traduzione di G. Carducci in “Alle fonti del Clitumno”).

Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne

ed inclite arti a raddolcir la vita,

salve! a te i canti de l’antica lode

io rinnovello

 

O fortunatos nimium, sua si bona norint,

agricolas! quibus ipsa procul discordibus armis

fundit humo facilem victum iustissima tellus.

(458-460)

 

(Oh, troppo fortunati, se i loro beni conoscessero, gli agricoltori!

ai quali, lontano dall’armi discordi, fornisce dal suo grembo faci-

le vitto la giustissima terra).

(Augusto Serafini, Storia della letteratura latina).

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Ajίellu mio, tu sî  ‘nnu  prejulizzu

quandu Carnelavaru s’abbicine,

se vestenu i quatrari tutti  ‘e pizzu,

se ίnchjenu de genti  ‘e cantine

 

e ppe lle strade sίenti struppellizzi,

strummenti, gridate e lliticate

ppecchί te fânu quatri ‘e tutt’ i pizzi

e ad ognunu cúntenu ‘e pedate.

 

‘U sacciu ca stu júornu a ttίe te piace,

l’aspίetti ccud’amure e ccuntentizza,

però  se perde certe vote ‘a pace

quandu le piglie ad ancunu  ‘a stizza.

 

Po’ l’atri júorni  ‘i passi ccu ttristizza,

ppechί a stu paise nun c’è nnente;

‘a sira i guagliuni fânu ‘a pizza

e ttènenu ammolatu sempre ‘u dente.

 

Franco  Pedatella

 

Aiello Calabro, 1995

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Pezzenti degeneri discendenti da una stirpe nobile

A questo si giunge oggi in Italia, davvero “nave senza nocchiere (senza pilota) in gran tempesta”: i novelli padroncini, che grettamente respirano aria malsana di “bassa” pianura, lontani anni-luce da antenati sfruttatori ma nobili capitani d’industria, ignobili calcolatori di un ragionieristico interesse diabolicamente personale, nel senso peggiore del termine, vanno montando un’ignobile campagna propagandistica perché il 17 marzo, nonostante la solennità della ricorrenza, sia giorno lavorativo.

E fanno i conti meschini di quella che sarebbe la loro perdita; gli Italiani dovrebbero però chiamarla

“il loro indebito mancato guadagno”, se solo riflettessero sul significato e sul valore del giorno in cui ha avuto i natali il nostro giovane Stato moderno.

Davvero tanto ingorda meschinità può sminuire il significato di una data che ricordi quanti si sono sacrificati o hanno lottato con il pensiero e con l’azione per l’indipendenza e l’unità nazionale, per allargare, di fatto sul piano pratico, anche i tanti piccoli mercati regionali in un unico grande mercato nazionale in grado di competere su un piano più vasto con le altre nazioni entrando nel gioco politico sovranazionale?

Davvero avrebbero fatto tutto questo, se avessero previsto il risultato che abbiamo oggi sotto gli occhi: permettere a quattro discendenti degeneri, intellettualmente e spiritualmente straccioni, di riempirsi le tasche, non si sa quanto onestamente  e debitamente e meritamente?

Davvero tanta è l’insensibilità di questo Paese, che sembra avere smarrito se stesso ed il senso stesso di sé?

Davvero tanta è la miseria morale a cui si è giunti?

Davvero, se proprio la si vuole mettere sul piano ragionieristico, vogliono darla a bere al Paese, fingendo di dimenticare o di far dimenticare che il lunedì di Pasqua coincide con il 25 aprile, che il primo maggio, il Natale ed il Capodanno cadono di domenica e che nel 2010 appena trascorso, per fare i conti a lor signori dentro lo stesso periodo, era domenica il giorno, festivo di per sé, di S. Stefano, 26 dicembre?

Cerchi invece questo Paese di essere se stesso, di ritrovare la strada della riaffermazione dei princìpi di civiltà, riappropriandosi dei diritti al lavoro, alla dignità, all’eguaglianza civile e sociale, all’istruzione, alla libertà, quella vera, di contare, che si è lasciato in gran parte strappare e di cui s’è lasciato depredare da quei pochi, che sapevano, al contrario dei molti, dove andare, dove e come perseguire il loro gretto interesse personale freddamente e cinicamente, ma anche, devo dire, in maniera  miope, perché non ci vuole un profeta per prevedere e predire che ciò che ci sta succedendo intorno (Albania, Grecia, Tunisia ed Egitto, per ora) non è un novità inattesa, ma è la conseguenza logica e necessaria di quello che hanno preparato da tempo quei “pochi” che “comandano” egoisticamente, e non governano (governare è cosa diversa e parola troppo nobile per simile schiatta di omiciattoli), e questo dovrebbe farli riflettere anche in riferimento alle cose di casa nostra.

Basterebbe, in fondo,  un po’ di quella saggezza dei nostri padri: “Il troppo stroppia” oppure “La corda, se la tiri troppo, si spezza”.

Siate saggi ed operate di conseguenza!

Il mercato, che evocate a giustificazione del vostro operato, non è un’entità astratta.

Il mercato siete voi! Perché lo fate voi.

Il “villaggio globale” lo avete costruito voi, sapendo perfettamente cosa vi accingevate a fare.

Fare lo gnorri vale solo per i gonzi e non so fino a che punto vi conviene volere un popolo di gonzi.

Quanto ai vostri meriti, cari padroni e padroncini, vi ricordo con S. Agostino: Quid sunt regna nisi latrocinia?”.

E non voglio parlare in questa sede dei benefici effetti che avrebbe anche sull’economia una coesione nazionale su princìpi e valori condivisi!

05/02/2011                                                               Franco Pedatella

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