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Il testo viene concepito quando, qualche giorno dopo il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al senatore Mario Monti, mia suocera a tavola, durante il pranzo odierno, mentre va in onda il telegiornale, nota, riferendosi a Berlusconi decaduto dall’incarico di Presidente del Consiglio:” Mo nun lu vidimu cchjù ‘n giru chillu Pulicinella” (“Ora non lo vediamo più in giro quel Pulcinella”).

Più non vediamo in giro Pulcinella,

la maschera di Napoli perdoni

se dai miei versi la sua veste bella

il viso copre a simili predoni,

 

per le città d’Europa e per le genti

a provocare il riso ché la scena

confuso han con il luogo dei sapienti,

u’ con rigor curar dovrίasi e lena

 

l’affar di stato e non far mai giochetti

più degni della pista di umil circo

di commedianti in giro pei borghetti,

ove si finge il riso e il falso alterco.

 

Or non s’inganna il popolo nel circo,

né la dissolutezza in casa e in corte

si copre con menzogne e l’altrui sterco,

or la carezza usando or pugno forte.

 

Tornata è la modestia, il modo austero

è in giro per le strade e in Parlamento.

Ogni discorso è misurato e vero

e i conti si fan senza infingimento.

 

Alberto da Giussano, quello vero,

che a cuor ha il tempio e il muro cittadino,

butti del clown le vesti, sia austero

ed al Paese dia l’accrescimento!

 

In casa chiuda chi la mascherata

con corna ed elmo celtico inscena

macchiando di vergogna la vallata

che il Po alimenta di miglior progenie!

 

Peccato che non sempre la giustizia

distribuisca equamente i pesi

tra chi ha vissuto e vive con dovizia

e chi le vesti e i tetti sempre ha lesi!

 

Perciò il Paese attende il cambiamento,

non so se il tempo è giusto o la persona,

ma occorre certo un nuovo avvenimento

che il cittadino e il Parlamento approva.

 

Attendo all’opra motti rigorosi

farsi provvedimenti operativi

contro di quei che sempre son morosi

nel dar  ma lesti a prender ed attivi.

 

Franco Pedatella

 

Cleto, 22 novembre 2011

(che hanno sfilato nel corteo della cerimonia d’inaugurazione della storica “Fiera di Amantea”, edizione 2011, in rappresentanza e con i costumi d’epoca di Cleto, insieme ad altre in rappresentanza dei rispettivi comuni)

Doveano esser solo tre pacchiane,

ma si son rivelate tre regine

le belle tre fanciulle amanteane:

Maria, Noemi e insieme a lor Serena.

 

Dell’animosa Amazzone nocchiera,

che il vento spinse sulla nostra riva

a carezzar col fianco la scogliera,

han preso in man lo scettro e l’alma viva

 

e, degne figlie dell’avventuriera

che giunse qui da lunge e alzò turrito

muro a difender gente sua guerriera,

per Amantea superbe hanno sfilato,

 

con scorno di chi or col nervo molle,

con portamento immemor del passato,

ne porta il nome ed abita sul colle,

dimentico di tutto quel ch’è stato.

 

Dimane anche di loro le ampie strade

racconteran tra i suoni della fiera

e in mezzo a mercatura e trattative

con l’altre i nomi lor saranno a schiera.

 

Le nerborute donne montanare

non più hanno il piglio e il portamento avito,

se solo tre fanciulle marinare

esili ne hanno preso il posto e il rito.

 

Fanciulle, Cleto antica vi ringrazia

di aver portato il nome suo per via.

Di voi ciascuna stima come Grazia:

Aglaia, Eüfrosine e Talίa.

 

E voi ringrazia pure, produttori,

che del lavoro vostro il risultato,

gioia per gli occhi dei visitatori

e per la lingua, avete qui mandato.

 

Io, che di questa storia testimone

involontario son per circostanza,

poeta m’improvviso e fo il cantore

per chi era altrove o stava in lontananza.

Amantea, 29 ottobre 2011                            Franco Pedatella (Blog: francopedatella.com)

Letto e consegnato a Cleto il 6 novembre 2011

Un tempo l’avvocato era oratore,

retorica sapeva  e Cicerone;

in foro era un abil  parlatore

che pronunciar sapea la sua orazione.

 

Gelmini or avvocato Mariastella

quando apre bocca ha lingua claudicante

che par tra onde incerta navicella

e tra fonemi e regole è ondeggiante.

 

Perciò più che mandarla in tribunale,

meglio è farla ministro d’istruzione

per evitar ai rei qualche penale.

 

In fondo a scuola un po’  fa confusione

<<innocüa>> tra studio e apprendistato:

son pari cosa per l’analfabeta.

 

Il piano è ampiamente preparato:

svuotato il piatto della conoscenza,

liberamente al giovin è negato

capir se sceglie cògito o ignoranza.

 

Del zappator ai campi torni il figlio,

nella bottega al fabbro il bel rampollo,

al privilegio eterno torni il giglio,

all’umil  torni il giogo sovra il collo!

 

Non più è necesse ad esser candidato

a governar regione federata

saper di leggi o di affar di stato:

ministro è tal di gente analfabeta.

 

Franco Pedatella

Cleto, 10 settembre 2010.

Il testo è nato per la rabbia suscitata in me dall’atteggiamento di derisione tenuto nei confronti del  Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, ed attraverso di lui nei confronti di tutto il popolo italiano, da parte dei Presidenti francese e tedesco davanti alle telecamere, in immagini che hanno fatto il giro del mondo ed hanno suscitato in modo palese (ma succedeva di già da quando quest’uomo ridicolo fa il Presidente del Consiglio) l’ilarità di tutte le Nazioni del mondo. Subito ho pensato alla disfida di Barletta, quella vera, ed alla miseria materiale e morale degli Italiani di oggi e di colui che dovrebbe essere il difensore della dignità nazionale ed invece è la causa prima del suo declino in una comunità, quella europea, di cui l’Italia è membro fondatore.

Anche in quel tempo un condottier francese

tacciò di fellonìa gli Italiani,

di gran viltate li incolpò a Barletta,

perché spergiuri ordivan tradimenti.

 

Allor levòssi di contrasto il petto

del cavaliere Ettòrre Fieramosca,

che mise insieme tredici animosi

ed ai Francesi morse il fianco e il petto.

 

Or si ripete a cinquecento anni

la stessa offesa a chi guida l’Italia,

peggior perché di derisione intrisa.

 

Ma Ettòr dov’è, u’ posa il Fieramosca,

che pronto a offrire il sangue, il viso e il petto

s’erga vittore o giaccia nella polve?

 

Or chi comanda guardasi allo specchio

a veder rughe o ciuffo s’è ben folto

e tiènsi mani strette sulle tasche,

l’una che prende ghiotta, l’altra stringe.

Franco Pedatella

Cleto, 25 ottobre 2011

Blog: francopedatella.com

Ve’ come s’erge invèr lo ciel sereno
incontr’al Col Sant’Angelo il castello
e come i fianchi sfida d’esta altura
con le rifatte mura che riflettono

al sol luce d’aurora e dell’occaso
rossastra che il color di roccia prende
e tutto il luogo pare in armonia
con la natura che ancor vi vegeta

intatta e ne riprende i suoni e il soffio
vital sί che la gente che vi abita
è come se dall’ancestral regina

vita prendesse e ad osservar quei ruderi
forza traesse da un passato eroico
e basi del doman gettasse solide.

Poeta, che ricerchi u’ t’ispiri,
a questa sacra e antica terra vieni.
Dall’eco delle rocce e degli anfratti
udrai il narrar di vergini che il mare

d’onde sbuffanti traversâr con rischio
e quivi giunte, da beltate attratte,
posero albergo e diêro il nome e i frutti
e i figli poi costrussero il castello.

Cleto, 12 settembre 2010.
Franco Pedatella

Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato, per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.

Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente

di quel dolor ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide

ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.

L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.

Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro

l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate

che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia

inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato

e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.

Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,

ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.

Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra

che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.

E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose

piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi

che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,

trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.

C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.

E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade di Lamezia Terme

vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.

Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,

anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.

Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.

Il Truculentus era sulla scena
protagonista di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore

mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate

e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.

Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.

Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.

D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti in campo contrapposte.

Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.

Franco Pedatella

Cleto, 2 settembre 2011

Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato, per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.

Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente

di quel dolor ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide

ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.

L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.

Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro

l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate

che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia

inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato

e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.

Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,

ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.

Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra

che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.

E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose

piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi

che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,

trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.

C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.

E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade di Lamezia Terme

vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.

Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,

anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.

Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.

Il Truculentus era sulla scena
protagonista di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore

mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate

e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.

Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.

Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.

D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti in campo contrapposte.

Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.

Franco Pedatella

Cleto, 2 settembre 2011

(La nostra gloriosa bandiera)

È uno dei testi più antichi, composto quando all’azione politica ed alla volontà di riscatto dei più deboli e diseredati, degli sfruttati, in qualunque dimensione geografica vivessero, accompagnavo, oltre che la mia lotta, anche, nei momenti di pausa della battaglia politica, il mio sentire e, quindi, i miei versi.
L’ho ritrovato, insieme a tanti altri che cercavo, perché ricordavo di averli composti, e ad altri di cui avevo perso completamente la memoria, mettendo a posto vecchie carte e vecchi fascicoli, per dare un po’ di ordine alla sistemazione dei miei libri e del materiale didattico e culturale utilizzato nel corso della mia lunga carriera scolastica.
Allora l’ardore giovanile di schierarci al fianco di quanti nel mondo si battevano per la libertà degli uomini e per l’autodeterminazione dei popoli infervorava noi giovani e ci spingeva all’impegno politico attivo per l’emancipazione dei popoli, per l’affrancamento dal colonialismo, per la liberazione da ogni tipo di schiavitù. Erano, ricordo, gli anni delle lotte contro la discriminazione dei negri e per la parità dei diritti tra bianchi e negri negli Stati Uniti d’America, delle lotte contro l’apartheid in Sud Africa ed in generale contro il neocolonialismo ed il capitalismo.

Combatti, compagno, combatti,
combatti all’ombra, fratello,
di nostra gloriosa bandiera!

E sappi, se già non lo sai:

è rossa perché dal mio sangue,
dal sangue dei nostri fratelli
è macchiata. Combatti, compagno!

Tienla alta, sempre più alta,
ché il sole vedralla al mattino
e rossi saranno i suoi raggi!

È simbol di quanti lavorano.

In alto sollevala al sole,
ché tutti la vedan, compagno
e seguan la scia del su’ andare!

Conservala e quando a te vecchio
assai peserà nelle mani
intatta a tuo figlio consegnala!

Vivrà nelle mani dei giovani.

E i nomi di quanti soffrirono,
a fuoco incisi sul drappo
durante le pene notturne,

diranno “vittoria” al mattino

e il sole per te spunterà.
Ricorda, ricorda, o compagno:
il popolo il sole è per te.

Franco Pedatella

Aiello Calabro, 1972

Pini giganti

Il testo è stato concepito in occasione di una mia visita, insieme ad alcuni amici e soci dell’Associazione Culturale Cletarte ed all’amico Vincenzo Marrapodi che fungeva da guida, al Parco Nazionale della Sila. Amerigo Cuglietta, nella baracca del custode, nota, incisi su una tavola di legno esposta sulla parete, alcuni versi del poeta calabrese Michele De Marco, detto Ciardullo, e scherzando con il custode, un giovane pieno di spirito e pronto di nome Aldo Colonna, dice che anch’io scrivo versi, anzi dice “sono poeta”, e m’invita a scriverne alcuni dedicati ai pini giganti della Sila, così come fa Ciardullo nei confronti della sua Sila. Mi presento al signor Aldo, il quale osserva che il mio nome non gli è nuovo, per aver letto qualcosa di mio. Gli ricordo che forse ha letto qualcosa, poesia o articolo sul Quotidiano della Calabria, forse la mia Lettera ai Milanesi scritta in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale e del Sindaco di quella città. Dalle mie parole intuisce il mio orientamento politico di sinistra e mi dice che anche lui scrive sullo stesso giornale e dichiara scherzosamente di essere una colonna, oltre che di nome, anche di fatto, perché non si piega. Allude chiaramente a certe sue prese di posizione contro corrente. Quindi m’invita a scrivere i miei versi, assicurandomi che li esporrà. Amerigo chiede che siano brevi, come quelli di Ciardullo. Rispondo che ci proverò, se mi verrà l’ispirazione. Io ed Aldo ci scambiamo gli indirizzi di posta elettronica ed i numeri di telefono e ci salutiamo amichevolmente con la promessa di risentirci. Ora il mio verso preferito è l’endecasillabo e credo proprio che non ci sarà posto in quel piccolo spazio per versi così lunghi.

Pini giganti rigogliosi il cielo
paion sfidar quai Figli della Terra
di nerborute braccia contro Giove
armati. Sono i figli della Sila.

Uno abbattuto a terra dona vita
a tre germogli, simbolo di vita
rinata dalle gorgoglianti acque
scorrenti in seno a te, Calabria mia.

Così sei come Terra, Sila mia,
ch’ai figli tuoi che piegano il ginocchio
dài forza e vita sì che, se l’un cade,
cento dal seno tuo ne han rigoglio.

Franco Pedatella

Spezzano Sila, 9 settembre 2011

Il testo è stato suggerito dalla ricorrenza dell’anniversario dell’attacco aereo alle Torri Gemelle di New York. Siccome tutti sanno, e gli Americani pure, che l’attacco è venuto dall’interno, allora mi ha fatto rabbia la pagliacciata che i potenti del mondo continuano ad inscenare su un presunto nemico esterno, sul quale cercano di scaricare le colpe del loro fallimento nel reggere le sorti dell’umanità, tentando di far dimenticare ai popoli del mondo le ragioni vere della crisi profonda in cui li hanno ridotti costruendo quell’ orribile mostro antropofago che chiamano mercato, che ha divorato le speranze di almeno una generazione di giovani. Ovviamente i primi a dover reclamare giustizia e la punizione di siffatti governanti sono le vittime di quell’insano attacco, concepito in qualche “stanza dei bottoni”, rappresentato all’immaginario collettivo come aggressione di gruppi terroristici fanatici e conservatori all’altare della democrazia e della civiltà, che era l’America di George Bush e di quanti in altri palazzi presidenziali del mondo tramavano per costruire la teoria della guerra preventiva ed il rapace mercato globale che ci ritroviamo.

A voi che reggitor del mondo siete
e nuova schiavitù parato avete,
prona al mercato che selvaggio imposto
avete ai giovani predati

di gioventù che è su fronte alloro
in tutte le età di questa Terra,
si levi contro a voi di Dio la mano,
a voi, che, peccatori, di perdono

indegni siete, e dia maledizione
a voi per questa e sei generazioni
sì che capiate che si leva contro

a voi qualunque forza di natura
offesa nella dignità dell’uomo,
ch’è alta quanto più grande è l’offesa.

Franco Pedatella

Cleto, 11 settembre 2011