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Archive for the ‘Immagini in Poesia’ Category

(In occasione della visita in Grecia del cancelliere tedesco Angela Merkel)

 

Sono lontani i dí che bandierine

in mano a bimbi, giovani ed anziani

offrivan i colori nazionali

al riso di un bel sole in ciel sereno.

 

Il Presidente del Paese amico,

accolto portatore di messaggi

pacifici acclamato e riverito,

veniva per le strade festeggiato

 

e bella di sé mostra col collega

faceva dello Stato ospitante.

Le vie d’Atene invece or son blindate,

ché le attraversa il Cancellier tedesco.

 

Ieri da guardie in armi eran blindate

Le strade di qualunque Capitale,

ove intruso male sopportato

venía subíto l’ospite straniero.

 

Chi regge il mondo infatti ha consegnato

dei popoli il destino alla finanza

e giace in un cantuccio ormai negletta,

derisa la politica ch’è serva.

Franco Pedatella

Cleto, 9 ottobre 2012      Blog: francopedatella.com

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Borgo “Chjanura” a nuova e intensa vita

stasera in te, Amantea, è ritornato,

la via degli abitanti antichi ha empita,

mestieri e professioni ha rinnovato.

 

Di panni popolani s’è vestito,

pregi e difetti antichi ha riportato

sul vecchio palcoscenico, ha vissuto

di vita popolana i dí passati.

 

C’era la via con gli archi ed i balconi,

le porte, i vicoletti ed il selciato

che fu per tanti lustri consumato,

nei secoli che il sol l’ha riscaldato,

 

da pescatori, donne ed artigiani,

da viaggiatori italici e d’oltralpe

che attratti dal tuo sole e dal tuo mare,

da secoli di storia e vita illustre

 

t’han visitato e il cuor tu hai lor rubato

perché nei lor Paesi t’han portato,

lustro nelle “Memorie” lor t’han dato,

dell’ospitalità t’han ripagato.

 

C’erano tutti al Borgo squattrinato:

sui tacchi ticchettava il calzolaio;

il pazzo c’era, che nel modo antico

lanciava i suoi liquami dal balcone;

 

c’era il sindacalista inascoltato

che, “l’Unità” del tempo sotto il braccio,

volea portare della CGIL

la voce ai popolani assai sfruttati,

 

ma quelli da altre begheeranpresi

e non sapean neppur di che parlasse

sí che la voce del sindacalista

sotto il vociar di donne era sommersa.

 

Qui scende d’alto loco don Luigi,

portando séco donna Serafina,

che sott’ampio cappèl con gli occhi ammicca

ad ogni popolan che le va intorno.

 

Questo con far s’inchina riverente

al sorridente sposo che a suo agio

sorrisi a buon mercato a ognun dispensa

con far di signorotto di provincia.

 

Perfin la “Cantinera”, Michelina,

gli usa rispetto quando gli rammenta

di pranzi e cene sconfinata lista

a credito che arriva fino a Roma.

 

Soltanto il calzolaio, screanzato,

sul tavolo del pranzo le aggiustate

scarpe gli posa e di essere pagato

con fare lesto chiede ed insistente.

 

Peccato, a disturbare il pranzo a sbafo,

da battibecchi in via intervallato,

vaso da notte arriva rovesciato

del liquido di Nicolino il Pazzo,

 

che or con fischietto, or con tromba o corno

appare dal balcone e annuncia un fatto,

disperazion di donna Carolina

e della figlia in cerca di marito!

 

Su altro balcone donna Carolina,

l’amabil sua figura nello specchio

sempre ammirando, mostra al vicinato

la sua bellezza e parla e vanta e loda

 

la riccioluta chioma che sul collo

a boccoli scendendo s’inanella

a incorniciarle il viso delicato.

E poi le qualità…oh, che gran lodi

 

delle sue doti di massaia e donna,

padrona di palazzo e cuoca fine,

di buongustaia e madre di famiglia!

Peccato aver per sposo Nicolino

 

il Pazzo, ‘u Ciüotu, pei vicini!

Ma questa è un’altra storia. È malasorte.

Intanto ai venti vanta:” Ho una figlia

bella da maritare e il mondo ha invidia”.

 

Che dolci motti, che lusinghe dolci

all’aria lancia al caldo canto d’Ilio,

che serenata intona in lievi note

portando l’armonia napoletana!

 

Infatti da una via che s’apre accanto

un canto e un suono giungon di chitarra,

struggente amor cantando ad una bella

che s’affacciar non vuole alla finestra.

 

Crea quest’incanto il professor De Luca:

richiama Carolina alla finestra,

che pronta coglie il senso della cosa

e volge a pro di sé e di figlia sposa.

 

A sé ed alla figlia attribuisce

il bel messaggio della serenata,

che allegra il cuore nella notte quieta

alla città e a tutto il vicinato.

 

Ma vita al tutto danno i pescatori,

che l’anima di te son, Amantea.

La fitta trama cucion delle reti

e intrecciano le mani alle parole

 

sí che nel mondo lor di marinai

s’intrecciano del mondo le vicende

e l’aspra vita d’uomini del mare

racchiude il bene e il male della storia.

 

Intorno a lor si muove Teresina,

che con don Ciccio battibecca in serie

perché quel che guadagna con le scarpe

lo porta a Michelina ‘a Cantinera.

 

Ma il pover’uom rincara: ”Non son ebbro!

Mi faccio a gocce solo un bicchierino”.

A testimoni chiama Michelina,

il falegname e chiunque è lí vicino.

 

Sbotta Natale, mastro falegname,

e se la prende con il mondo intero;

quindi agli attrézzi sparsi dà di piglio

e irato ai piè li scaraventa intorno.

 

Giura sulla virtú del calzolaio

Ricuzzo, il venditore, che ogni merce

offre ai passanti con il cuore in mano.

Vorrebbe gli comprasser pure i chiodi

 

cui sono appesi i manici dei cesti.

Quivi fan bella mostra pani e frutti

che attirano lo sguardo dei presenti:

mangiar con gli occhi par li voglian tutti.

 

Da un vicoletto sbucano ragazze

che con sorrisi, motti, atti e gesti

sui giovanotti, gusti e preferenze

scambiano senza freno confidenze.

 

Sui volti splende un raggio di speranza,

sul labbro è un risolino un po’ furbetto,

ma il tono e le parole son saggezza

nell’esplicar di vita un gran progetto.

 

Poi tutto intorno al tavolo si scioglie,

‘u don Luigi e donna Serafina

consumano la tavola imbandita

e tende ognun la mano e fa una presa.

 

Questo scenario e recita in costume

ti ha regalato Salvatore Sciandra,

il professore. Egli ha per costume

di far delle ricerche sul passato,

 

scavar tra le memorie, riportare

al dí presente quel ch’è già accaduto,

tradurre in verba quel che l’uomo è stato,

farne quadretti come fiori in cesto.

Franco Pedatella

Amantea, 29 agosto 2012

Blog: francopedatella.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A Franco Marghella.

 

Ad uno ad uno cadon come foglie

i miei cugini, sangue del mio sangue.

Io, che i fratelli miei giammai conobbi,

come fratelli e zii tutti li ebbi.

 

Or l’ultimo sei tu, che nera Morte

rapí anzitempo all’affetto nostro

dopo impietosa e ingrata malattia

che ogni vitale nervo ti consunse.

 

Or naviga pei verdi prati e cogli

degli odorosi fior nettareo succo

sí che di odor la tomba tua cospargi

 

e chi verrà a trovarti, un fior recando,

senta che intorno aleggia un grande odore

e un sacro Nume veglia e odor vi sparge!

 

Aiello Calabro, 29 agosto 2012

Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

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Il testo è stato ispirato dal ripetersi delle terribili scosse sismiche in Emilia e nei territori circostanti e dal dubbio che esse possano essere state provocate anche da cause legate all’attività dell’uomo: le attività estrattive  tramite trivellazioni del suolo e del sottosuolo.

Scosse, scosse, scosse, ancora scosse!

È come se ribelle Madre Terra

all’uomo per quel ch’ei le ha fatto fosse.

Perciò quel ch’ei costrusse Ella atterra.

 

Oh Dio, che pena! Oh Dio, che distruzione!

Oh Dio, quegli edifici al ciel rivolti

or genuflessi al suolo in prostrazione

giganti son, da fòlgore ai piè colti!

 

E barcollâr quali ebbri cui il vin mozza

il natural pensier e il retto andare,

fin che giù a terra van per ubriachezza.

 

A me poeta diè testimoniare

all’uom questo disastro Madre Terra,

cui il duol, pur nel punirlo, il cuore afferra

 

e stringe e tiene e blocca nelle vene

il sangue e il pianto agghiaccia sotto il ciglio.

Soffre la Madre, dentro, mille pene,

ma il braccio scote e all’opre dà di piglio.

 

Cleto, 2 giugno 2012                   Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

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Il testo è stato suggerito dal bisogno di riproporre il valore della famiglia, basata sul sacrificio dell’uno per l’altro e centrata sulla figura della madre, in un mondo desolato che sembra avere smarrito o cancellato il senso e il ruolo della famiglia come primo nucleo sociale ed eretto, invece, a simbolo e consacrato ad idolo la ricerca sfrenata e tutta individualistica del piacere personale, immediato e momentaneo e della affermazione egoistica di sé. Quale giorno più adatto di questo, dedicato alla festa della mamma?

 

Colei, che il primo tuo respiro colse

e il primo diede agli occhi tuoi sorriso

e a cui dal labbro tuo cenno s’accese,

è la tua mamma.

 

Colei, che il tuo vagito lieta accolse,

perch’era il segno ch’entro a te pulsava

la vita ch’ella generato aveva,

è la tua mamma.

 

Colei, che a sé di bocca il cibo tolse,

per dar quel che per te ella disiava,

e in te fanciullo l’uomo immaginava,

è la tua mamma.

 

Colei, che ti sovvien, quando il sentiero

è pien di rovi e scarna è in te la voglia

di andar e rischi sperderti con doglia,

è la tua mamma.

 

A questa donna or sorridi e il giorno

festeggia a lei dicato e grazie rendi,

ché mai restituiràile quel che prendi,

con tutto il cuore!

 

Sarà per lei il regalo desïato

per una vita che ti ha consacrato

felice d’aver tutto a te donato

con grande amore.

 

Cleto, domenica 13 maggio 2012

Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

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Il brano è stato ispirato dalle notizie relative a fatti di corruzione che hanno coinvolto la Giunta Regionale della Lombardia ed il suo presidente, Roberto Formigoni.

 

O Milanesi, Milanesi miei,

che contro il Barbarossa siete accorsi

e in fitta schiera in tanti vi stringeste

intorno ad Alberto da Giussano,

 

ma quello vero, cui ‘l Comun fu a cuore;

che nelle vie levaste barricate

per cinque giorni all’Austro invasore

e al mio paese, Aiello di Calabria,

 

pronti accorreste quando il terremoto

le poderose dalle fondamenta

mura divelse e il pianto a madri e spose

d’occhi strappò in risposta ai lamenti

 

che uscivano pietosi da macerie;

non più scegliete a governare il regno

chi come il Nazareno si presenta

in motti e gesti, ma il pensier gli vola

 

a dispendiosi viaggi alle Maldive

al pari di un comune vacanziero

o villeggiante che la voglia prende

di festeggiar, malgrado tutto intorno

 

cresca chi astretto è a tendere la mano

ed ei no ‘l guarda, d’altro attratto e intento

al godimento pronto del momento,

che ignora chi n’è privo ed ha bisogno!

 

Così non fece mai il Nazareno,

che accorse  dove si chiedéa di lui,

ovunque per portare il suo soccorso.

Perciò vogliate eleggere in futuro

 

a governar la vostra bella terra

chi veste il saio e il piè gli punge il rovo

e del dolor che prova non si cura,

perch’altri al mondo soffre e niun l’ascolta.

 

Cleto, 19 aprile 2012              Franco Pedatella

 

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Il brano è stato ispirato dalla dolorosa notizia che mio cugino Pino Grandinetti è venuto a mancare all’affetto di noi cari, piegato da un male inesorabile contro cui ha lottato tenacemente ma inutilmente. Subito, come in un flashback, ho rivissuto gli anni della nostra infanzia trascorsa insieme, le difficoltà che ci hanno accomunati, la sua partenza per Roma, i suoi studi e la sua carriera professionale. Su tutto, dominante, ha campeggiato nei miei ricordi la figura della madre, zia Gilda, onnipresente ed instancabile, eroina di una vicenda personale nella quale s’è fatta carico da sola di questo figlio, alle cui cure si è dedicata completamente e per tutta la vita, essendo il marito lontano.

Quivi si chiude la vicenda umana

di Pino Grandinetti, mio cugino,

figlio di donna di virtù speciale.

A lui le dita dell’Aurora il sole

 

tese e le guance tinse bianco-rosa.

La madre nulla a lui fece mancare,

non cibo, non vestiti né istruzione,

anzi d’ammirazion ne fece il segno

 

cui forse con invidia alcun guardava

nelle difficoltà del dopoguerra.

Ma questo non scalfì l’animo sano,

ché generosa l’indole natìa

 

gli era, e mai discese in basso loco,

ma sempre in alto l’occhio fiso affisse

per collocarsi là ov’ aere è puro,

lungi anni-luce da miserie umane.

 

Qual fior reclina il capo in verde campo,

anch’ei, da mal nascosto or vinto, il guardo

piega e in pensier teneramente abbraccia

gli amori che in sua vita ebbe compagni;

 

e poi sen va pe’ inesplorati calli

ove il rumor mondano è solo un eco

di fiume in piena, che straripa e perde

la foce ov’ acqua giace e poi risorge,

 

per ritornar di nuovo a pura fonte,

donde di vita il ciclo ricomincia

e mai si ferma il corso alla speranza

che il tutto torni al tutto, ugual e eterno.

 

Aiello Calabro, 18 aprile 2012              Franco Pedatella

Blog: francopedatella.com

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(I privilegi)

Il componimento è stato scritto quando la tutela dei diritti, della salute, della dignità, della libertà, direi dell’umanità, del lavoratore è stata definita, da parte padronale e governativa, un privilegio. Viene definito privilegio il fondamentale diritto al lavoro, che poi è diritto alla vita ed alla partecipazione all’organizzazione sociale, civile, economica e politica del Paese da parte di tutti i cittadini, come  viene enunciato nel primo articolo della Costituzione Repubblicana e precisato in quelli successivi. Mi è sembrato di trovarmi di fronte ad un capovolgimento dei valori, ad una specie di rovesciamento della storia e della civiltà, senza che questo abbia suscitato un sussulto di sacro sdegno in tutti coloro che sono in grado d’intendere e di volere.

Tu, che col freddo intenso o sotto il sole

cocente di canicola coltivi

la dura terra avara e del suo frutto

ben poco prendi, ch’altro è del padrone,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che alla catena di montaggio

compi infiniti gesti, tutti uguali,

e li ripeti pure fuor d’azienda,

fin quando dormi par li fai a comando,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che profonde scavi gallerie

e vivi la gran parte di tua vita

sotto gli abissi di tartarea terra

che tienti al buio e il sol ti nega agli occhi,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che trascorri gli anni in fonderia

e guardi solo masse di metallo

incandescenti sciogliersi e versarsi

in stampi e sparger acidi e calore,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che in miniera vivi come talpa

e v’entri a mane e fino a notte i’ resti

ed il sereno non conosci e ignori

lo svolazzare degli uccelli in festa,

 

privilegiato sei, ché hai il lavoro!

 

Tu, che dopo una vita di fatica

una pensione percepisci, scarna,

ché non v’è chi t’impieghi perché, lento,

regger non puoi a produzion globale,

 

privilegiato sei, ché hai lavorato!

 

Invece quei che su fornite navi

trecento giorni all’anno sta in crociera

e il resto siede in riverite scranne

fingendo di operare e mille servi

 

gli stanno intorno a prendere comandi;

e quelli che non han capienti tasche

a metterci il denaro mal ghermito,

che spender poi, ahimè, è grande affanno,

 

pretendono di tôrre i privilegi

a quelli che s’affannano a produrre

ricchezza a lor e scambian le parole

mutando il suono e il senso delle frasi

 

sí che chi deve dare invece prende

e quei che prender deve invece dona.

Amico, sembra un giuoco di parole,

invece è dura, amara realtà:

 

sudar, venir sfruttato è privilegio,

curarsi, se infermo, è privilegio,

avere il dí festivo la domenica

e riposar, se stanco, è privilegio.

 

E se, a lavoro fatto fido e pronto,

al tuo padron val bene licenziarti

e forze assumer nuove e braccia fresche,

perché le tue succhiate ha come un uovo,

 

non val che la tua vita sia distrutta

per lui; deve poter buttarti fuori

senza di legge straccio a tua difesa,

che ti protegga dalla belva umana.

 

Il non poter buttarti in strada pronto,

il non poterti fare schiavo a pieno,

togliendoti la consapevolezza

che il sei, e in te annullar coscienza d’uomo,

 

non esser merce, questo è il privilegio.

 

Un giorno eran diritti conquistati

dopo millenni di cruente lotte

avverso all’arroganza dei potenti.

Oggi nel nostro mondo capovolto,

 

mutato il suono e il senso alle parole,

il povero divien privilegiato

e il ricco a sé la libertà reclama

di dare o tôrre al povero il lavoro

 

secondo l’esclusivo suo interesse,

che a nulla che a suo lucro è sottoposto.

Che importa, poi, se quei con la famiglia,

ancora pigolante, sotto un ponte

 

finisce o in marciapiede a tender timida

la mano a viso basso e tremebonda,

ché non adusa, ad aspettar tintinno

da mano amica, cui quel che ha è bastante?

 

L’articolo diciotto, che protegge

il tuo diritto d’essere soggetto

e non oggetto dell’altrui volere,

donando dignità al tuo lavoro,

 

è un privilegio, anzi è il privilegio.

Così lo definiscono i signori.

Cleto, 13 marzo 2012         Franco Pedatella

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Questo componimento è per un Otto marzo pacifico, in cui è data per acquisita la conquista dei diritti della donna, anzi di essa si fa una “Signora” che benevola ha nelle proprie mani il destino degli uomini. Solo l’eco lontana delle lotte del passato, date ormai per superate, rimane nell’animo, in una prospettiva di elevazione sentimentale e morale della vita, anche senza dimenticare i casi numerosi di discriminazione della donna, non soltanto nel mondo che noi occidentali consideriamo non democratico, ma anche nelle cosiddette democrazie occidentali, soprattutto quando la donna, per la sua ricca e naturale specificità, entra in contrasto con il maschilismo ottuso o con la logica del capitale, cioè quando nelle più diverse situazioni non è una merce docile.

Pronta a destriero in groppa, arco in spalla

e punte aguzze all’omero in faretra,

l’Amazzone si lancia e mai non falla

nel perseguir trionfo né più arretra.

 

Ma di’, Dòmina mia, a che l’attrezzo

porti a pugnar battaglia già trionfata?

L’uom che t’è a fronte quieto giace al rezzo

d’olmo e al suol ha l’arma sua posata.

 

Non vuol sommetter la compagna amata,

anzi la vuole al fianco sua Signora.

La guerra antica ormai è terminata.

 

Tu gli sei pari al lato ed ei t’adora,

tra le sue braccia con amor t’accoglie.

Col suo pensier ti corre dietro ognora

 

e cera al guardo intenso tuo si scioglie,

quando il tuo stral d’amore al cuor lo coglie.

Cleto, 8 marzo 2012           Franco Pedatella

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È una riflessione franca e sincera, forse anche istintiva, dettata dalla notizia del rifiuto del segretario nazionale del PDL, Angelino Alfano, di partecipare all’incontro, già programmato e concordato, dei partiti che sostengono il governo con il Presidente Mario Monti ed alcuni suoi ministri, in cui si sarebbe parlato, tra le altre cose, anche di riforma della giustizia e di televisione. Le motivazioni della marcia indietro mi sono sembrate ridicole, non sostenibili sul piano politico, a meno che questo non faccia tutt’uno con quello personale e degli affari, ed inoltre  offensive dell’intelligenza dei cittadini.

 

Attento, Monti! Qui non puoi andare!

Questa è la riserva dei padroni!

Nessuno può a ragion legiferare

ove ha piantato i piedi Berlusconi.

 

Ov’è pubblicità televisiva

e dove la giustizia è da bloccare,

quello è il terreno di riserva attiva

dove Padron Leone può cacciare.

 

E il popolo attende esterrefatto

se d’alcun colle lèvasi un guerriero,

che armato di giustizia e a pugna adatto

 

proponga se qual abil condottiero,

e non si guarda dentro, ove giace

vera democrazia che a tutti piace:

 

quivi è la forza della volontà,

che ai popoli è insegna di progresso!

Di sé fuor tragga giusta autorità

l’Itala gente se al futuro ha accesso!

 

Cleto, 8 marzo 2012            Franco Pedatella

 

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