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(Il poeta)

Il brano nasce da una fusione tra la figura mitologica della Musa, ispiratrice di poesia, e l’Amore che mi sta al fianco, che si fa a sua volta fonte ispiratrice di poesia. L’occasione di questo accostamento è data dall’avvicinarsi della ricorrenza di San Valentino, meglio nota come “festa degli innamorati”.

Ogni parola m’esce a mo’ di verso

ed il discorrer fàcesi poesia,

perché Euterpe ho al fianco e il suon suo terso

è soffio al labbro a me di melodia.

 

Le piante, i fiori che con l’occhio sfioro

si fan pulzelle e giovani fiorenti

sí che a mirarli godo e in cuor li onoro,

trovandoli graditi e in sé contenti,

 

e quello che accarezzo a pel di dita,

sassi, aer lieve o da umor gravato,

al tocco ho l’impression che prenda vita

 

e mi sussurri all’aure il disïato

ringraziamento, onde faccio parte

l’Amor che al lato m’è a spirar quest’arte.

 

Cleto, 13 febbraio 2012                              Franco Pedatella

 

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Qualche giorno fa, nell’articolo intitolato “No all’abolizione del valore legale del titolo di studio”, invitavo il popolo a respingere qualsiasi ipotesi del genere, in qualunque forma venisse presentata, come una terribile iattura ed ingiustizia per il progresso delle classi subalterne in particolare e, comunque, come  un grave colpo contro il progresso in generale.

In quell’occasione individuavo nelle schiere innumerevoli di maestri e professori di ogni ordine e grado, che quotidianamente fanno il loro dovere di educatori e combattono la loro battaglia di civiltà, una grande risorsa.

Ora aggiungo che questa è una risorsa capace di portare il Paese fuori dalle secche, in cui l’hanno fatta incagliare quelli che ad una vera scuola non sono mai stati per frequentarla (non sarebbero così ignoranti, incapaci ed immorali, se l’avessero fatto) e porto un esempio concreto, che in questi giorni mi ha colpito  particolarmente, di come il personale della scuola italiana sia una vera e grande risorsa.

Mi sono trovato qualche giorno fa ai funerali della maestra Maria Fiorentino, madre della prof.ssa Caterina Policicchio, Dirigente Scolastico dell’Istituto Comprensivo di Aiello Calabro, ed ho ascoltato con interesse la lettura del discorso che i suoi alunni dell’allora quarta elementare, nel lontano 1987, le hanno dedicato nel momento di salutarla perché andava in pensione e che adesso hanno voluto rileggere nel momento dell’estremo saluto.

Essi scrivevano: “ (…) abbiamo scelto questa occasione per salutare la persona che è stata la nostra mamma spirituale (…). Era il 15 settembre 1983; (…) eravamo confusi, frastornati (…). Era il nostro primo giorno di scuola. Ci attendevate sulla porta sorridente, affettuosa (…). Voi ci avete dato i primi elementi del leggere, dello scrivere (…). Ci avete aiutato in tutti i momenti in cui eravamo in difficoltà e ci avete voluto sempre bene. Qualche volta ci avete regalato (…) caramelle, quaderni(…). Io e i miei compagni non dimenticheremo mai quello che voi avete fatto per noi. Tra pochi giorni, purtroppo, perderemo la vostra guida, (…) ma noi tutti vi porteremo nel nostro cuore per sempre. I vostri alunni”.

Allora mi sono detto: questi parlano di mamma spirituale, che li attendeva sorridente sulla porta, come si attende qualcuno in crisi di fiducia in se stesso a cui bisogna ispirare fiducia, infondere coraggio e fornire aiuto e disponibilità. Allora il sorriso è il rimedio migliore. Ma può sorridere solo colui che il sorriso ce l’ha dentro, non altri. Poi parlano di persona che ha voluto sempre bene e regalava caramelle, quaderni e si lamentano perché perderanno la sua guida. Infine la porteranno sempre nel cuore.

Ma per far questo e per sortire simili effetti, signori miei, ci vuole una mamma, ci vuole una maestra, ci vuole una lavoratrice, ci vuole una persona che non si risparmia, che non si limita a fare il mestiere di impiegata, per cui è stata assunta e viene retribuita. Ci vuole, insomma, chi sappia essere contemporaneamente mamma, maestra, educatrice, guida spirituale, lavoratrice, benefattrice ed altro ancora. Chi lavora soltanto per la retribuzione, non va a regalare di tasca propria i quaderni e le penne, persino le caramelle. Ed io conosco delle maestre che comprano con denaro proprio il gesso da usare in aula e la carta per le fotocopie e le penne e i colori e non stanno a guardare l’orologio in attesa che passi l’ora, squilli la campanella che annuncia la fine delle lezioni e poi, di corsa, subito a casa; anzi, si attardano in classe ben oltre la fine dell’ora di lezione e non disdegnano di parlare con alunni e genitori ben oltre l’ora prevista per i ricevimenti ed i colloqui con i genitori.

E, allora, ci sono le risorse in questo Paese! Ecco, queste sono le risorse, sotto i nostri occhi, le risorse perché la scuola sia veramente strumento di formazione e di uguaglianza e mezzo di progresso civile e sociale!

Solo non bisogna farle disperdere, non bisogna stancarle né logorarle inutilmente, soprattutto non bisogna demotivarle, avvilirle, squalificarle agli occhi della società, deprivarle di quanto occorre perché siano all’altezza del compito sempre più difficile che le attende.

Il mondo della scuola è un ambiente complessivamente sano e, nel disorientamento generale, è elemento di sicurezza ed ancoraggio certo contro deviazioni e depravazioni. Ma alla scuola non si può chiedere tutto senza concederle niente. Soprattutto non bisogna lasciarla sola nelle difficoltà, ma bisogna operare una saldatura, una nuova alleanza tra la scuola e la famiglia, perché l’una non operi in modo difforme dall’altra ed ambedue siano insieme guida sicura in base ad un progetto formativo concordato e condiviso, che non lasci spazi a malintesi rimedi di comodo.

In una parola, bisogna lavorare per ricostruire intorno ai ragazzi quella “società educante” che è sempre stata elemento decisivo ai fini di una buona istruzione e di una sana educazione, facendo sì che la scuola e la famiglia, ognuna con il proprio ruolo e le proprie caratteristiche, portino a termine il loro compito.

Chi governa, soprattutto chi governa la scuola, deve capirlo ed operare di conseguenza, per valorizzare una risorsa preziosa che, al di là di disfunzioni particolari e nonostante qualche limite individuale e legato a situazioni particolari e circoscrivibili, è funzionale a qualsiasi progetto di rinascita, di progresso e di sviluppo sul piano economico ed umano.

Si tratta quindi di riaffermare la centralità della funzione della scuola nella società e non di abolire il valore del titolo che essa rilascia, dopo aver operato per dequalificarla!

 

 

Cleto, 11 febbraio 2012                                                        Franco Pedatella

 

Blog: francopedatella.com

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Non voglio dare l’impressione di essere masochista, ma se la neve che è arrivata, come del resto fa ogni anno (per chi “ha sale nel cervello”), è in quantità tale da  far capire al popolo italiano come stanno realmente le cose, mi sento di dire che, almeno per una volta, è la benvenuta.

In realtà, al di là delle ridicole polemiche tra il sindaco di Roma ed il capo della Protezione Civile, il problema è al di là del disagio romano: uno Stato serio (o qualunque organismo istituzionale) si attrezza ad un livello nettamente superiore a quello che “storicamente” è il “livello di guardia” delle calamità e delle emergenze verificatesi o che si possono verificare. Così fa nel suo piccolo anche il comune padre di famiglia dotato di un minimo di buon senso.

Ma, se chi governa presenta continuamente nelle parole lo Stato come un “grande ladrone che mette le mani nelle tasche dei cittadini”, allora il messaggio è quello che va in direzione di uno Stato che deve essere “disarmato”, vorrei dire disattrezzato, e di un modello di società in cui ci sia “meno Stato”.

Allora, se si vuole “meno Stato”, cioè una presenza piccola e quasi occasionale e non decisiva dello Stato nella società civile, non ci si può lamentare se di fronte ad una nevicata lo Stato non c’è: i mezzi della Protezione Civile, al di là delle possibili responsabilità interne alla Protezione Civile medesima, non sono per le strade a prevenire ed a soccorrere i cittadini di fronte ad un caso di emergenza.

Non sono per le strade, perché non ci sono, e non ci sono, forse perché non hanno uomini né carburante, ed in ogni caso perché c’è “meno Stato, e c’è “meno Stato, perché chi ha governato questo Paese ha voluto uno Stato meno presente, e comunque una sua presenza dequalificata, nei posti strategici della vita dei cittadini, dalla giustizia ai trasporti, dalla scuola alla sanità, dalla protezione civile alla sicurezza sociale, dalla lotta alla criminalità ed all’evasione fiscale al servizio della tutela dell’ordine pubblico.

Pensate: la neve ha bloccato un intero Paese. È impensabile! Inimmaginabile!

“Meno Stato”, dicono lor signori, propinandoci la lezione quotidiana del loro liberismo, perché ci vuole uno Stato più “leggero”, meno “pesante”, che “costi di meno” e chieda meno tasse! A chi? Ai ricchi, visto che i poveri le pagano già!

Di questo passo, quello che è accaduto oggi sulle strade e lungo le ferrovie per la neve, domani accadrà negli ospedali in caso di qualche emergenza; anzi talora, in forma transitoria, accade già.

Si pensi ai posti di pronto soccorso insufficientemente attrezzati  e di conseguenza alle ambulanze ferme perché non possono liberare le barelle mentre un “infartuato” richiede aiuto. I treni non hanno personale sufficiente, i binari delle ferrovie non vengono ispezionati, gli autobus non sono forniti di catene e di gomme antineve, le strade non vengono curate, gli ospedali non hanno sufficienti medici né personale ausiliario, le scuole sono in smobilitazione per “dimagrimento dei contenuti” e per insufficienza di insegnanti e di personale degli uffici.

E qui mi fermo per esigenza di brevità.

Lo sappiano i cittadini italiani!

Se non c’è lo Stato,  il cittadino oggi deve spalare la neve da solo e rimane bloccato nei treni, domani dovrà fare da sé anche di fronte ad un’emergenza più grossa quale può essere un’epidemia. Lo sappia questo popolo, che dal ruolo di popolo colto e maestro di civiltà è passato a quello di massa di creduloni, ammaliati dal primo venditore di fumo che passa, incapaci di collegare logicamente due nozioni o due concetti!

In una scuola seria, dell’alunno che non sa collegare si dice che è privo di senso logico e non viene promosso.

Ecco perché, allora, forse c’è bisogno della neve come maestra capace di non farlo bocciare!

Cleto, 5 febbraio 2012                                                              Franco Pedatella

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Quello che il popolo non può e non deve mai accettare è l’abolizione, non importa se decisa o programmata, del valore legale del titolo di studio, perché la scuola, in particolare quella pubblica, la conquista del titolo di studio ed il suo valore legale sono stati lo strumento fondamentale del riscatto sociale e civile delle classi popolari.

Attraverso lo studio, duro e serio, i “figli del popolo” hanno “conquistato”, dico conquistato perché di vera e propria conquista si è trattato, la vera pari dignità nei confronti dei “figli di papà” del tempo, che, se svogliati e decadenti, hanno perduto il passo di marcia in avanti, se volenterosi, hanno meritatamente conservato, nella scala economica e sociale, il posto ed il “grado” che loro spettavano, senza alcuna discriminazione.

Questo dico ed affermo io che all’epoca, nell’anno 1960, in un piccolo e laborioso paese della Calabria, in provincia di Cosenza, fui il primo, proveniente dal ceto popolare, ad iscrivermi al Liceo Classico di Cosenza, la scuola dei ricchi, dei “signori” (così veniva chiamata ed era in gran parte), facendo quasi “scandalo” in mezzo al popolo timido e ignorante (ma con la simpatia e l’incoraggiamento della parte più avanzata, progressista ed avveduta degli aristocratici) e ad avere “l’onore” ed il piacere di ricevere, nell’anno 1962, da parte dell’allora Ministro Luigi Gui, una lettera di notifica e le congratulazioni per il superamento del concorso per la concessione di una succosa borsa di studio triennale.

Allora gran parte del popolo del Meridione d’Italia non si rendeva conto del miracolo che stava avvenendo sotto i suoi occhi, ma la portata storica della cosa non sfuggiva all’attenzione sempre vigile dei ceti privilegiati, che allora hanno subito lo scacco.

Ricordo a quanti non lo sanno, ma avrebbero il dovere di saperlo: grandissima fu la resistenza dei ceti privilegiati all’apertura della scuola a tutti, come recita la Costituzione Repubblicana; grandissima fu la loro resistenza quando i Comuni in cui erano al governo le forze democratiche e popolari favorirono la frequenza della scuola pubblica anche da parte dei figli di operai e contadini con l’apertura di scuole anche nelle campagne e perfino con la costruzione di edifici scolastici nelle zone rurali.

Ora è da qualche decennio che quella resistenza conservatrice, opportunisticamente silente ma mai sopita, ha ripreso forza e vigore, direi coraggio, e, non potendo far  tornare indietro la storia (chiudendo la scuola al popolo), la affatica, la fa vivere in affanno, la dequalifica, la svuota di contenuti, ne mina quasi la ragion d’essere, per cancellare poi abbastanza agevolmente ed in maniera, direi quasi, indolore il valore legale del titolo di studio che essa rilascia come ultimo atto della sua funzione e del suo operato; anche perché intanto questa resistenza conservatrice s’è fatta finanziare a proprio uso e consumo dallo Stato, di cui per altri versi nega l’utilità, la scuola privata ed  ha cercato di renderla un po’ più qualificata e presentabile (una volta era il diplomificio degli svogliati e degli incapaci figli di papà in fuga dalla scuola pubblica seria verso scuole facili e compiacenti).

Ora è assolutamente necessario che il popolo si liberi dal lungo torpore a cui l’ha condannato l’abbondante dose di droga berlusconiana (di Berlusconi sia come capo di governo che come proprietario di televisioni private a diffusione nazionale, che hanno terribilmente abbassato la qualità della televisione tradizionale e, di conseguenza, i gusti e la “cultura” del pubblico) e comprenda che questo provvedimento colpisce al cuore ogni suo progetto di riscatto civile e sociale. A meno che questo popolo non voglia farsi raffigurare come colui che, in un momento favorevole regalatogli da padri e nonni saggi, sia soddisfatto di aver messo la cravatta e creda di aver raggiunto per sempre la felicità e poi, non conoscendo la storia degli uomini, faccia tornare indietro, per infingardaggine e colpevole ignoranza, fino ai pantaloni con le toppe e le scarpe rotte, quando non a piedi nudi, i figli ed i nipoti.

Quanto al presidente Monti, egli ha la mia stima personale, perché è persona degna e seria e non fa il Pulcinella dentro e fuori dei confini nazionali.

Ma non capisco che cosa questo provvedimento abbia a che fare con il risanamento e l’emergenza che oggi vive il nostro Paese.

Semmai occorre la restituzione, alla scuola italiana, tutta intera, della sua piena funzione e dignità di istituzione (attenzione, ho detto istituzione, non agenzia, come è purtroppo assai spesso di moda nel linguaggio anche ministeriale di questi tempi) costituzionalmente deputata ed organicamente strutturata per l’istruzione e la formazione.

Si faccia anche piazza pulita di tanta equivoca e malintesa autonomia che, lungi dal valorizzare risorse e storia locali intese all’arricchimento culturale, facendo ricorso spropositato alla pratica dei progetti spesso finalizzati a reperire risorse economiche per la sussistenza della scuola, semplicemente riduce, spezzetta, assottiglia e rende superficiali i contenuti di un sapere unitario nazionale, producendo oggi diseguaglianze nella formazione e nell’istruzione e creando i presupposti e giustificando, in prospettiva, future discriminazioni regionali o locali.

Ovviamente capisco il provvedimento come punto fermo ed occasione di successo di quella volontà di  “rivincita della destra” che ho cercato di descrivere in precedenza.

Ma è per questa ragione che un popolo degno di questo nome non deve accettarlo, anzi, se approvato e convertito in legge, appena possibile, deve cancellarlo.

La scuola pubblica italiana, la foltissima schiera dei maestri e dei professori che ogni giorno, anche in mezzo all’incomprensione generale, anche di fronte ad attività e pratiche demolitorie di  ministri  che hanno remato contro anziché aiutarli e sostenerli nella loro opera quotidiana di lotta contro l’ignoranza e l’arroganza degli ignoranti, fanno il loro dovere di educatori, sono, essi sì, una risorsa preziosa per la rinascita del Paese.

Essi, quindi, si propongano di cambiare questo provvedimento, anche migliorando la qualità del loro lavoro, oserei dire della loro santa missione, perché questo provvedimento, appunto, vanifica ogni loro sforzo e condanna alla marginalità sociale ed economica tanti giovani volenterosi ma privi di mezzi.

Uno stato ricco dell’esperienza di duemila anni di storia, lo Stato della Città del Vaticano, nonostante i suoi macroscopici errori commessi nel corso dei secoli, dovrebbe insegnare qualcosa circa l’opportunità della promozione avveduta delle energie migliori senza discriminazione alcuna, se consente anche al figlio di un umile contadino di arrivare all’apice della piramide e della “carriera” ecclesiastica: parlo di Angelo Roncalli, divenuto Papa Giovanni XXIII.

Non ci vuole molta fantasia per immaginare che cosa succederà in un paese come il nostro, dove già vige tanta “discrezionalità” nel valutare un giovane, che non ha “santi in paradiso”, concorrente ad un posto di lavoro o di responsabilità, se persino un titolo di studio ed un voto, che certificano in modo inoppugnabile un percorso di studi, non varranno più come prova oggettiva ed incontestabile di valore. Il “padrone di turno”, che seleziona ed assume, non avrà più alcun freno alla propria libera “discrezionalità”.

Aiello Calabro, 27 gennaio 2012                                     Franco Pedatella

 

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Il testo è stato concepito dopo aver parlato telefonicamente con mio zio Giovanni Chilelli.

Nel corso della conversazione l’ho informato del fatto che l’AUSER di Amantea per il tre di gennaio appena trascorso ha organizzato nella Chiesa Matrice di Amantea, città natale dello zio, la seconda edizione di canti della tradizione natalizia all’interno della quale si è fatta promotrice dell’incontro di più culture, tra cui era presente anche quella africana tramite la presenza di un gruppo di migranti che oggi si sono stabiliti ad Amantea e che noi, come AUSER, cerchiamo di aiutare ed integrare anche attraverso l’insegnamento volontario della lingua italiana da parte di soci esperti nella disciplina della lingua d’origine e di quella italiana. Nel programma erano previsti due momenti poetici, dei quali uno è stato dedicato alla recitazione di una mia composizione in versi a cura della Presidentessa della FIDAPA di Amantea, Franca Dora Mannarino. Con mia grande meraviglia ed in modo da me veramente inaspettato, alla fine della manifestazione mi è stata consegnata una targa in ceramica, con lavorazione a mano eseguita dall’artista Pedrito Bonavita, autore anche di una scultura inaugurata in Amantea nella Casa delle Culture il 12 marzo 2011 in occasione della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La stessa targa è stata consegnata a tutti gli artisti che hanno eseguito i brani musicali della serata, ma io pensavo di aver composto il brano solo a fine riempitivo e di variazione. Ecco perché non mi aspettavo il premio. Quindi mio zio Giovanni, che è direttore didattico in pensione, ha cominciato a dirmi che dai contatti che lui ha con Amantea gli risulta che in questa cittadina mi stimano molto, ma io mi sono schermito un po’ dicendo che ho fatto l’insegnante di liceo solo facendo il mio dovere e che mi diletto a scrivere dei versi, i quali non sono per niente poesia, la quale è un’altra cosa.

 

Caro zietto, or t’invio con questo

un picciol saggio del mio verseggiare.

È sol di fantasia un picciol gesto

che mai non oso definir poetare.

 

Poetar è strugger d’animo in tormento,

che si consuma al fuoco di lucerna

e scava e lima in sé in ogni momento

per trarne fuori fiamma di lanterna,

 

che gli uomini illumini in cammino

o sé consoli se il dolor l’opprime

o, se talor in cuor fa capolino

 

il riso, goda. L’arte al tutto imprime

la forma che a quel corpo si modella

meglio sί che all’uomo al ben favella.

 

Cleto, 5 gennaio 2012                 Franco Pedatella

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Il testo è stato composto in occasione della serata che trascorriamo nella Chiesa Matrice di Amantea dedicata a San Biagio per festeggiare la Seconda Rassegna di Canti e Suoni della Tradizione Natalizia, organizzata dall’AUSER di Amantea. L’amico Tonino Perricone mi ha cortesemente sollecitato a comporre per l’occasione un brano poetico che richiamasse i valori autentici del Natale, concretamente rappresentati anche dalle presenze pluriculturali, provenienti da diverse parti della Calabria e dal mondo dell’immigrazione. La fraterna amicizia del prof. Perricone  e le parole con cui mi ha presentato l’evento  sono state di stimolo per il volo della mia fantasia.

 

 

Sotto le arcate ampie di san Biagio

per festeggiar Natale in modo degno

son convenuti da ogni parte adagio

a consegnar d’amore il loro pegno.

 

Canti, non vil denaro, bei sorrisi

portano al bambinel che rappresenta

il mondo in cui son variegati i visi

e l’anima di ognuno all’altro è attenta.

 

Di pace è atmosfera e fratellanza:

coi Càlabri latini è l’Albanese,

gli zampognari il latte e sua fragranza

hanno lasciato al monte con le spose,

 

mentre la neve fiocca sopra i tetti

e i bimbi stanno accanto al focolare

ad aspettar che mamma lor li alletti

al sonno con le fiabe di Natale.

 

Che suono di zampogne, che armonia

da quelle canne vien con soffio e cuore!

Ai bimbi echeggia come litania

che induce il sonno, il pensier dolce e amore.

 

Dalla ventosa Lago qui i cantori

ci portan tradizioni e lor folclori

dai luoghi ove un dί sbocciâr gli amori

tra ninfe e adoni nei silvani cori.

 

Ma superati or son pagani riti

e ninfe e adoni or son Madonne e Santi.

Perciò da bocche loro odo usciti

suoni cristiani e religiosi canti.

 

Con clarinetti e banda musicale

si fa sentir la scuola che a Mameli

è intitolata e in questo dì speciale

intona marce che van su nei cieli.

 

Da Falconara il Gruppo Haréa ci porta

la melodia arbёreshё originale,

che in cielo il cuore candido trasporta

con canti, assolo e musica corale,

 

qual si conviene in questo giorno santo,

in cui tacere devono i contrasti,

come succede in Terra, ahimè, ogni tanto

quando dimentichiamo i dì nefasti.

 

Si tendono le braccia con calore,

le mani incrocian mani di fratelli

che non han pelle più di un sol colore,

come ci volle il Padre e siam più belli.

 

L’Africa manda le sue vibrazioni,

da terra che ha nel cuore il ballo e il canto;

con gli strumenti a corda e percussione

trasmette un’esistenza dolorante

 

di un corpo nato a stare in armonia

con il creato e il ritmo delle cose,

prima che le mandasse in avaria

colui che tutto a sé piegar pretese.

 

Sono i migranti che senza le stelle,

in una notte buia un mare oscuro

attraversâro, privo di fiammelle

che a porto li guidassero sicuro.

 

L’Africa canta “Bimbo, mio tesoro”

e il suon n’echeggia sotto nostre arcate

sì che l’Occidentale è frate al Moro

dentro lo spazio di queste navate,

 

donde si leva al cielo un canto solo

dal Coro della Chiesa di San Biagio,

il qual da Oriente il piè qui pose al suolo

perché qui ogn’uom sia frate e a proprio agio.

 

Quest’inno manda tutti in visibilio

con l’armonia che fa trasecolare;

ognun si sente in cuor d’altrui  ausilio,

pronto a donarsi all’altro e ad amare.

 

Dopo a rifocillar le lingue stanche

e braccia e gambe dal danzar  spossate,

“grispelle” e “monacelle” sulle panche

vorràn con vino essere gustate.

 

 

Saranno il segno di quest’alleanza

che al mondo lega poveri e diversi,

perché non sia trincea la differenza

tra uomini mai più l’un l’altro avversi.

 

Franco Pedatella

 

Amantea, Chiesa Matrice, 3 gennaio 2012

 

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Il testo è stato pensato riflettendo sull’alluvione della Lunigiana, una specie di tsunami della montagna, ma si riferisce a tutte le alluvioni che colpiscono la nostra terra, in particolare il Meridione d’Italia.

 

Chi governava allora questo suolo:

“Partite, o figli, le fabbriche del Nord

v’attendono – diceva – a braccia aperte!

A che aspettare qui di pane un tozzo

 

che man padrona avida da secoli

o terra avara da millenni nega?”.

Così partîro enormi masse umane

con coppola e la valigia in mano,

 

chi ce l’aveva, al posto del cartone.

Le terre abandonâr, l’acqua i fossati

empiè, dacché operaia esperta mano

cessò la pulizia dalle sterpaglie,

 

e poi si rovesciò ruinosa a valle

portando seco sassi, tronchi e boschi,

interi abitati collinari

giù trascinati su abitati al piano

 

a provocar la morte, vite umane

spezzare come steli da radici

ed ogni segno seppellir nel fango

di quel che prima si chiamava vita.

 

Che scempio provocâro quei signori

che predicavan rei l’emigrazione

e non curaron mai le conseguenze

ond’era nota lor la conoscenza!

 

E quei che li seguîro fûr peggiori,

perché la prevision divenne fatto

innanzi al qual correi velâro gli occhi,

intenti solo a prender e intascare.

 

Franco Pedatella

 

Cleto, 1° novembre 2011             Blog: francopedatella.com

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Il testo viene concepito quando, qualche giorno dopo il conferimento dell’incarico di formare un nuovo governo al senatore Mario Monti, mia suocera a tavola, durante il pranzo odierno, mentre va in onda il telegiornale, nota, riferendosi a Berlusconi decaduto dall’incarico di Presidente del Consiglio:” Mo nun lu vidimu cchjù ‘n giru chillu Pulicinella” (“Ora non lo vediamo più in giro quel Pulcinella”).

Più non vediamo in giro Pulcinella,

la maschera di Napoli perdoni

se dai miei versi la sua veste bella

il viso copre a simili predoni,

 

per le città d’Europa e per le genti

a provocare il riso ché la scena

confuso han con il luogo dei sapienti,

u’ con rigor curar dovrίasi e lena

 

l’affar di stato e non far mai giochetti

più degni della pista di umil circo

di commedianti in giro pei borghetti,

ove si finge il riso e il falso alterco.

 

Or non s’inganna il popolo nel circo,

né la dissolutezza in casa e in corte

si copre con menzogne e l’altrui sterco,

or la carezza usando or pugno forte.

 

Tornata è la modestia, il modo austero

è in giro per le strade e in Parlamento.

Ogni discorso è misurato e vero

e i conti si fan senza infingimento.

 

Alberto da Giussano, quello vero,

che a cuor ha il tempio e il muro cittadino,

butti del clown le vesti, sia austero

ed al Paese dia l’accrescimento!

 

In casa chiuda chi la mascherata

con corna ed elmo celtico inscena

macchiando di vergogna la vallata

che il Po alimenta di miglior progenie!

 

Peccato che non sempre la giustizia

distribuisca equamente i pesi

tra chi ha vissuto e vive con dovizia

e chi le vesti e i tetti sempre ha lesi!

 

Perciò il Paese attende il cambiamento,

non so se il tempo è giusto o la persona,

ma occorre certo un nuovo avvenimento

che il cittadino e il Parlamento approva.

 

Attendo all’opra motti rigorosi

farsi provvedimenti operativi

contro di quei che sempre son morosi

nel dar  ma lesti a prender ed attivi.

 

Franco Pedatella

 

Cleto, 22 novembre 2011

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(che hanno sfilato nel corteo della cerimonia d’inaugurazione della storica “Fiera di Amantea”, edizione 2011, in rappresentanza e con i costumi d’epoca di Cleto, insieme ad altre in rappresentanza dei rispettivi comuni)

Doveano esser solo tre pacchiane,

ma si son rivelate tre regine

le belle tre fanciulle amanteane:

Maria, Noemi e insieme a lor Serena.

 

Dell’animosa Amazzone nocchiera,

che il vento spinse sulla nostra riva

a carezzar col fianco la scogliera,

han preso in man lo scettro e l’alma viva

 

e, degne figlie dell’avventuriera

che giunse qui da lunge e alzò turrito

muro a difender gente sua guerriera,

per Amantea superbe hanno sfilato,

 

con scorno di chi or col nervo molle,

con portamento immemor del passato,

ne porta il nome ed abita sul colle,

dimentico di tutto quel ch’è stato.

 

Dimane anche di loro le ampie strade

racconteran tra i suoni della fiera

e in mezzo a mercatura e trattative

con l’altre i nomi lor saranno a schiera.

 

Le nerborute donne montanare

non più hanno il piglio e il portamento avito,

se solo tre fanciulle marinare

esili ne hanno preso il posto e il rito.

 

Fanciulle, Cleto antica vi ringrazia

di aver portato il nome suo per via.

Di voi ciascuna stima come Grazia:

Aglaia, Eüfrosine e Talίa.

 

E voi ringrazia pure, produttori,

che del lavoro vostro il risultato,

gioia per gli occhi dei visitatori

e per la lingua, avete qui mandato.

 

Io, che di questa storia testimone

involontario son per circostanza,

poeta m’improvviso e fo il cantore

per chi era altrove o stava in lontananza.

Amantea, 29 ottobre 2011                            Franco Pedatella (Blog: francopedatella.com)

Letto e consegnato a Cleto il 6 novembre 2011

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Un tempo l’avvocato era oratore,

retorica sapeva  e Cicerone;

in foro era un abil  parlatore

che pronunciar sapea la sua orazione.

 

Gelmini or avvocato Mariastella

quando apre bocca ha lingua claudicante

che par tra onde incerta navicella

e tra fonemi e regole è ondeggiante.

 

Perciò più che mandarla in tribunale,

meglio è farla ministro d’istruzione

per evitar ai rei qualche penale.

 

In fondo a scuola un po’  fa confusione

<<innocüa>> tra studio e apprendistato:

son pari cosa per l’analfabeta.

 

Il piano è ampiamente preparato:

svuotato il piatto della conoscenza,

liberamente al giovin è negato

capir se sceglie cògito o ignoranza.

 

Del zappator ai campi torni il figlio,

nella bottega al fabbro il bel rampollo,

al privilegio eterno torni il giglio,

all’umil  torni il giogo sovra il collo!

 

Non più è necesse ad esser candidato

a governar regione federata

saper di leggi o di affar di stato:

ministro è tal di gente analfabeta.

 

Franco Pedatella

Cleto, 10 settembre 2010.

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