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Punire con una multa la violazione della “par condicio” da parte di un leader politico, al di là delle finte agitazioni del trasgressore di turno, è cosa ridicola ed inefficace, perché non coglie nel segno ciò che si prefigge, inoltre diventa addirittura inconcludente quando a violare è un ricchissimo, che può pagare, come nel caso di questi giorni Silvio Berlusconi. E non voglio neppure tirare in ballo l’ipotesi di possibile aumento dell’uso corrotto del potere acquisito al fine di rivalersi delle spese sostenute per far fronte a questi “incidenti”. Ma ricordo volentieri che l’aumento della corruzione nell’esercizio del potere pubblico la dice fin troppo lunga in questa direzione.
Se davvero si vuole colpire chi viola la legge, scoraggiare e impedire che la cosa accada e rendere efficace lo strumento legislativo, alla sanzione pecuniaria si deve aggiungere o sostituire quella in percentuali di voti, scegliete voi quanti, l’1%, il 2%, il 3% o altro.
Ovviamente all’organo di stampa che si è prestato alla pratica della violazione deve essere comminata una sanzione pecuniaria sonora, tale che scoraggi per il futuro.
Solo così si aggredisce davvero il problema e si dimostra di volerlo risolvere senza diversivi innocui e fuorvianti.
Solo una sanzione capace di azzerare il profitto (di voti) realizzato con la violazione, con in più l’aggiunta di una penalizzazione che morda anche parte dell’accumulato probabilmente con merito, può davvero scoraggiare ogni tentativo di accaparrarsi consensi facendo ricorso alla violazione della norma, perché lo rende controproducente.
Qualcuno potrebbe obiettare che così si rischia di penalizzare il voto degli elettori, la cui consistenza leale e legittima ovviamente non è misurabile e che comunque, anche quelli aggiunti grazie alla violazione, non hanno colpa e vedrebbero, tutti, confiscata la loro libertà di espressione.
È vero. Ma è anche vero che se si impone ope legis una “par condicio”, è perché si ritiene, da parte del legislatore, per ipotesi che l’elettore sottoposto a più pressante sollecitazione propagandistica è più facilmente adescabile e fuorviabile, cioè psichicamente più debole, meno reattivo e quindi meno capace di giudizio critico, in una parola, meno libero. D’altronde tutti conoscono la forza persuasiva di una propaganda monocorde invadente, mirata e prolungata. Altrimenti, perché vietarla e ristabilire un equilibrio nella durata e nelle proporzioni?
Perciò il voto ipoteticamente estorto con un intervento propagandistico di parte più lungo del consentito non corrisponde affatto alla genuina, schietta e libera volontà dell’elettore e perciò è falsato, quindi non valido.
Cleto, 24 maggio 2011 Franco Pedatella

Milanesi carissimi,
sono Franco Pedatella, cittadino ed ex sindaco del Comune di Aiello Calabro, una ridente cittadina dell’entroterra di Amantea in Calabria, lungo il Basso Tirreno Cosentino.
In qualità di cittadino ed amministratore di questo Comune ho avuto modo di conoscere ed apprezzare, perché ne è vivo il ricordo nella coscienza di tutti, la generosa opera di solidarietà di cui avete dato prova in occasione del triste e tragico evento del terremoto del 1905, che ha distrutto parte dell’abitato, ha provocato molte vittime e ridotto in misere e precarie condizioni la popolazione, già duramente colpita da altri mali come la malaria.
A ricordo di quella generosità un quartiere della nostra cittadina, costruito con il vostro contributo, porta il nome di Rione Milanese. E Milano oggi ospita tanta popolazione aiellese che, emigrata, ha portato in Lombardia ingegno, operosità e volontà di progresso e di riscatto.
Inoltre Milano è stata presente ad Aiello nel 2005 attraverso una delegazione di rappresentanti in occasione della manifestazione che vi si è svolta nella ricorrenza del centenario del terremoto.
Era, quella, la Milano figlia della cultura dell’Illuminismo milanese di Giuseppe Parini, dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria prima, e dell’impegno romantico-risorgimentale di Alessandro Manzoni, di Silvio Pellico, di Giovanni Berchet e degli altri uomini de “Il Conciliatore” dopo, cultura feconda di utili risultati successivi, legata ai principi dell’egualitarismo, della libertà, della solidarietà, del filantropismo, dell’unità e dell’indipendenza della Patria. “Liberi non sarem se non siam uni” scrisse Alessandro Manzoni nel 1815.
Ma oggi, carissimi Milanesi, non vi riconosco più.
L’ubriacatura berlusconiana e l’inconsistenza morattiana vi hanno resi insensibili.
Sembrate sempre di più, ve l’assicuro, la pancia dell’Italia piuttosto che la mente. E quelli che vi parlano dai salotti televisivi o dai “predellini”, pagando perfino gli applausi per tessere l’inganno contro di voi, lo sanno bene; usano infatti parole capaci di stimolare in voi gli istinti peggiori: la paura dell’estraneo, dell’altro o del diverso, l’egoismo più abietto e spregevole, il senso smisurato e miope della sicurezza egoistica del proprio famigerato “posto al sole”, insomma una visione delle cose assolutamente disumana che storpia la realtà, inventa nemici, induce misantropia ed è negatrice della vostra storia e contraria al principio stesso di civiltà positivamente intesa.
Ma Milano è storicamente un’altra cosa. È la patria dei grandi slanci ideali ed il cuore di un paese che sa battere all’unisono con le esigenze di una società viva ed in progresso, aperta alle istanze di rinnovamento tecnico ma anche di una più aperta umanità, che è la risorsa delle risorse, il motore vero della società; infatti solo l’apertura fiduciosa all’uomo che è dentro di noi può mettere in moto quelle energie che sole sono condizione essenziale per ogni vero progresso.
Il contrario, il rinchiudersi e la gretta difesa del proprio privato orticello sotto casa, non alimentato dallo scambio gioviale e dal reciproco flusso di energie con il vicino, in un sistema di vasi comunicanti, portano invece all’inaridimento della vostra pianta, che così rischia di non dare più frutti.
Milanesi carissimi, mi sento partecipe della vostra battaglia per il cambiamento e v’invito a difendere la scuola, i servizi, i diritti, i traguardi che avete conquistato, senza farvi fuorviare da chi intende parlare alla bestia che è nell’uomo, addormentandone gli ideali più nobili e la funzione di governo che la ragione deve avere nell’uomo e tarpando le ali alle spinte più coraggiose verso le conquiste che assicurino progresso, eguaglianza e giustizia per tutti.
Il candidato di centrosinistra, a me sembra, va in questa direzione e, senza cedere a populismi demagogici e a trovate da mercante furbo ed ingannatore, è vicino alle vostre esigenze come cittadini degni del proprio passato.
Berlusconi, invece, e la signora Moratti, e quanti in un modo o nell’altro parlano per loro conto
o ne rappresentano interessi ed atteggiamenti, accrescono ogni giorno di più le scorrettezze verbali e propagandistiche in una logica di “legge della giungla”, offendendo il vostro cuore e la vostra intelligenza. Solo nella bagarre, pensano, si possono intorbidare le acque e togliere la visione nitida delle cose che stanno sotto la superficie, nella speranza di nascondere così la nullità del proprio operato, colpendo anche impunemente con malvagità.
Quanto alla Lega, essa si distingue, da quando è nata, per la rozzezza degli atteggiamenti e la villanìa e la grossolanità verbali, che per un verso abbassano il livello della cultura della gente proponendo modelli linguistici e comportamentali da trogloditi, per l’altro parlano ad arte una lingua così bassa e, si fa per dire, “colorita” per dar l’impressione di esprimere i bisogni materiali e vitali della gente, che in realtà è protagonista turlupinata. Un altro inganno!
Ed allora: “Dagli all’untore!” direbbe ancora oggi Manzoni del povero Renzo, personaggio schietto ed indifeso, vittima innocente delle macchinazioni e delle alchimie dei potenti, di quelli che egli definiva “gli eroici furfanti” che facevano, e continuano a fare ancora, della “iniqua ragione” della spada lo strumento per opprimere gli oppressi e conservare i privilegi.
Essi sono solamente monumenti perfetti alla furbizia gratuita autocompiacentesi e all’ignoranza condita con vistosa saccenteria.
Milanesi carissimi, vi ringrazio per la paziente attenzione e v’invio i miei più affettuosi personali saluti. Un abbraccio particolare va ai miei amici, parenti e concittadini aiellesi a Milano.
Aiello Calabro, 19 maggio 2011. Franco Pedatella

Or che caduto è l’uomo del terrore,
non creder che hai raggiunto, Occidente,
per te la pace e buona condizione !
Pace non v’è per chi è invadente

e in tutto il mondo fa sopraffazione,
la fame diffondendo tra la gente
per trar profitto dall’occupazione
di terre che sol morder sa col dente.

Finché mancanza d’alimentazione,
finché dell’uom qual bestia sfruttamento
sarà nel mondo, di liberazione
la voglia produrrà sommovimento.

Calgaco tornerà, che il rapinare
di Roma sui sommessi disse chiaro
non era impero, ma voléa falsare
l’Urbe chiamando legge il suo piacere;

Calgaco, cui ‘l destino dei Britanni
diè di guidar le schiere a estrema pugna,
Calgaco, condottier di gente in armi,
cui nel suo fiero dir Roma ripugna;

Calgaco, che il Romano usurpatore
sente della sua cara patria terra
e avendo sol com’arma il braccio e il cuore
difende moglie e figli con la guerra.

Se il ricco ben armato è in campo aperto,
il povero, men forte, deve usare
la scaramuccia, il pugnare incerto,
solo così potendo guerreggiare.

Potéa affrontare David il gigante
Golίa, combattendo petto a petto?
Cercò evitar di stare a lui dinante,
colpì con fionda e ne fuggì ‘l cospetto.

Chi col cannone avanza in gran colonna,
si dice, compie atto d’eroismo,
chi al fianco invece assal con picciol canna
si dice che atto fa di terrorismo.

“E come si permette, screanzato,
cotesto, il cui dover è sol servire,
di portar l’arma, a me sol destinato,
il cui dover invece è comandare?”

sί sembra dire quel del temerario
che tracotante osa contrastare
a lui ch’è di mestiere avversario
di chiunque al suo passar sa il capo alzare.

Ma perché mai in terra d’altri andare
deve in colonna armata chi è più forte?
Chi ha detto mai che in altrui suol predare
può chi temer non dee che sian ritorte

contro a lui stesso l’armi ch’egli ha usato
per sottometter e colonizzare?
Giorno verrà che contro a lui adoprato
sarà quel ferro che a minacciare

pargoli, donne e vecchi chini a orare
in braccio ha preso a tôr dei campi il frutto,
quand’ uomini valenti a lottare
verranno a ch’ei restituisca il tutto.

Ove non seminasti non andare!
E, se ti è favorevole il mercato,
sappi che ti fu dato guadagnare
l’altrui, perciò quel che non hai sudato

restituisci in spirito fraterno,
perché alla fin, se i conti ben hai fatto,
quel ch’hai donato avrai vincendo un terno
né da temer avrai per tuo misfatto!

Potrai dall’aureo tuo palazzo uscire
senza il pericol d’esser gambizzato
da chi ti sciama intorno e a deperire
da quotidian digiuno è abituato

o ad esser preda facile d’invidia
potrebbe contro a te essere spinto
dall’astinenza lunga e dall’inedia
che signoreggian l’animo ch’è vinto.

Perciò non t’allegrar, ricco Occidente,
ma, se davver sconfigger vuoi ‘l terrore,
facilita il progresso della gente
ovunque nasce e pena con sudore!

Se sei Golίa, devi pur capire
che il picciol David arma nella mano
ascosa può portar per te colpire
ed annientare il tuo potere insano.

Se la vicenda alterna della storia
oggi ti diè di far da comandante,
al fuoco manda l’imperar con boria!
L’arte si addice a te di governante.

Non ci sarà più l’uomo del terrore
né tu avrai alcuno da temere
nel mondo dove vige umano amore
che dà a ognuno quel che deve avere.

Franco Pedatella

Cleto, 5 maggio 2011.

Quello che segue è l’Atto di Donazione del Castello di Petramala che, in veste di legato del protonotario della Corte Imperiale di Federico II di Svevia, nel linguaggio e con il formulario di rito dell’epoca (anno 1231) ho scritto, fingendo, nel secolo nostro, la donazione del Castello da parte del primo feudatario alle generazioni attuali, alla presenza delle autorità locali, scolastiche, religiose, culturali, comunali, provinciali, regionali e dell’Università della Calabria del tempo nostro, che hanno sottoscritto l’atto, in rappresentanza delle rispettive istituzioni.
Tale evento è stato solennemente celebrato nel Castello medesimo, alla presenza dell’ultimo erede della famiglia Giannuzzi Savelli,
ultima proprietaria del Castello, che idealmente si collegava al primo barone e lo rappresentava, il 20 luglio dell’anno 2010, in occasione dell’inaugurazione del suddetto Castello, dopo appropriata opera di restauro conservativo.

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Anno Jncarnacionis dominice Millesimo ducentesimo tricesimo primo. Vicesimo die mensis Julii quarte Indictionis. Regnante domino nostro Federico Dei gratia illustrissimo Romanorum imperatore semper augusto, et Sicilie Rege, regni eius anno duodecimo feliciter. Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini nostri Domini Gregorii divina Providentia Pape Noni Anno quinto. Amen. In Castro Petramale.
Noi, Guidone de Petramala, dominus et barone illustrissimo de Castro Petramale, in nome e per conto de’ nostri illustrissimi discendenti directi Jacobus de Petramala et Goffridus de Petramala, et de quilli più lontani fino all’ultimo, con atto presente consegniamo a voi, fideles nostri dilecti qui habitate questa terra de Petramale, a fine ke la conserviate a’ vostri discendenti posteri, e comandamove espressamente per quanto avete cara la gratia nostra ke debiate essa conservare a vostri dilecti discendenti medesimi sí come abbiamo fatto noi ke abbiamo obedito a sire nostro Re et a suo comandamento et affidiamo questa terra de Petramala con suo castello, seu fortelleze, homini vaxalli, et redditi de vaxalli, stimo da Iurisdizione civile, criminale, et mixte, mero mistoque imperio, benj, membri feudi, bagliva, officio de mastro d’atti, ragionj, jurisditioni, actionj et pertinentie qualsivogliano et Integro suo stato, ke è ad tempus pheudo de’ possedimenti della Badìa de Joachin Venerabilis Abbatis de flore de Fontelaurato, della Contea de Ayello, vel Agellus, in Calabria.
Poi comandamove ke nel Millennio seguente, et precisamente nell’Anno bis Millesimo decimo nel medesimo giorno vicesimo del mese di Luglio, voi, generationi future que sarete rappresentate da’ posteri più giovani, facciate la medesima cerimonia eiusdem modi et con istrumento medesimo, coram populo et hominibus munitis Regia auctoritate, veniate in piena possessione della presente donatione del predicto Castro et terra Petramale et pertinentie qualsivogliano, etiam habendo omne censum ius terrarum, herbaticum, glandaticum, aliqua animalia super inducere, acciò ke questo atto abbia valore et forza di legge in secula ventura et sia inviolabile in perpetuum secondo le nove costituzioni ke saranno in quei tempi vigenti.
Voi, filj nostri, sí come sarete nobiles et digni viri et aggregati al Sedile delle Nobili Famiglie de Cusentia iussu Domini Nostri Regis Karoli tertij de Borbone, in Neapoli, conserverete et accrescerete questa terra et suo Castro et essi conoscerete meglio a traverso lo studio et le nostre schole, et aumentati, in presentia de tucto populo, consegnerete et affiderete cum omni iure dominii proprietatis heredibus et successoribus vestris et a tucto populo integro a fine ke essi, sí come vostri discendenti et heredi, li rendano majori.
Haec concessio nostra rata in perpetuum et inconcussa permaneat pro parte ipsius civitatis et successorum eius ad ipsum Castrum habendum tenendum possidendum et gaciendum de eo et in eo.
Ad indicium autem huius cerimonie presens scriptum fieri jussimus apud Castrum Petramale per manus Franki Pedatella de Ayello publici notarij, nostra et subdictorum testium subscriptionibus et
sigillorum impressionibus communitum.
Ego Guidone de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Excellens Antonius Reppucci Praefectus Provincie Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Anna Aurora Colosimo Commissarius extraordinarius Municipij de Cleto, iam Petramala, interfuj
et subscripsj.
Ego Honorabilis Marius Caligiuri Assessor Regionis Calabrie interfuj et subscripsj .
Ego Honorabilis Marius Gerardus Oliverio Praeses Provincie Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Catharina Policicchio Praeses schole de Ayello et de Petramala et de Serra interfuj et subscripsj.
Ego Reverendus Ernestus Majaliwa Kaombwe Presbyterus de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Clarissimus Maggiorinus Iusi Professor apud Universitatem Calabrie urbis Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Clarissimus Vitus Teti Professor apud Universitatem Calabrie urbis Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Iosephus Giannuzzi Savelli prognatus a Baronatu Castri de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Iulia Fresca rerum diurnarum scriptor interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Caietanus Cuglietta de Petramala Praeses Associationis Cletarte interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Nicolaus Chiarello de Petramala Praeses Associationis Pro Loco interfuj et Subscripsj.
Ego Illustris Valter Pellegrini de Cusentia Praeses Associationis La Piazza interfuj et subscripsj.
Et Ego predictus Frankus Pedatella de Ayello Regia auctoritate publicus ubique per Imperium et Regnum Sicilie
notarius presens scriptum scripsi ac etiam me subscripsi Rogatus.

Datum apud Castrum Petramale per manus Franki Pedatella legati prothonotarij imperialis aule.

Registratum in Cancelleria Municipij Cletj, iam Petramale, et penes predictum notarjum eiusdem Municipij die Vicesimo mensis Iulii Anno Domini MMX.

Qui di seguito il testo della Postfazione scritta per il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura della prof.ssa Marilena Gallo.
In me c’è il piacere, l’orgoglio anche, di informare circa il contributo che l’Autrice aiellese attraverso questo Dizionario, con rara competenza disciplinare, ha dato allo studio ed alla conoscenza di questo importante settore della cultura calabrese, partendo dall’età antica ed arrivando ai giorni nostri.

Postfazione

Leggendo il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura di Marilena Gallo, Abramo Editore, Caraffa di Catanzaro (CZ) 2010, si colgono immediatamente gli aspetti che, secondo me, lo caratterizzano nel modo più specifico: funzionalità d’impostazione, completezza di trattazione, accurata diligenza nel lavoro di ricerca, chiarezza espositiva, facilità di consultazione. Si tratta, quindi, di un lavoro destinato a chiunque abbia a che fare, per mestiere o professione o gusto personale, con la cultura musicale o voglia intraprendere studi musicali.
È da sottolineare il fatto che questo testo, oltre al pregio di essere un valido manuale di disciplina musicale, mette in luce il contributo ed il ruolo della cultura musicale calabrese all’interno del panorama della più generale cultura nazionale, e non solo in termini di valido ed aggiornato elenco di autori ed opere, ma anche e soprattutto perché scava nel più vasto e variegato orizzonte di studiosi ed operatori del mondo della musica fino agli stessi costruttori di strumenti musicali, facendo emergere non solo figure di alta risonanza, ma anche una tendenza, un’inclinazione, un’attitudine alla musica di tutto un territorio e di una gente senza i quali non si spiegherebbe facilmente la presenza di tanti e tali cultori della materia.
In altre parole, da questo testo emerge anche che la Calabria è stata ed è terreno fertile per l’attività musicale sia in termini di creatività che in termini di operatività.
Ciò non è cosa di poco conto per una terra che stenta da sempre a far emergere, innanzi tutto ai propri occhi, la consapevolezza delle proprie risorse.
Poi, scorrendo le svariate pagine del Dizionario, si avverte che, nel variare delle firme, si respira la stessa aria, si coglie lo stesso spirito, si sente la stessa passione che anima, in comunione d’intenti, tutti i collaboratori.
Intendo dire che le voci dei collaboratori sono ben coordinate ed intonate perché i “pezzi” sembrano animati da una comune impostazione, da un metodo comune d’indagine e dalla stessa voglia ed esigenza di precisione e veridicità, non la veridicità fredda del compilatore obiettivo ed impersonale, ma quella animata e partecipe di chi vuole, esponendo, raccontare coinvolgendo il lettore ed il futuro studioso.
In altre parole, i collaboratori sono perfettamente affiatati e sembrano tutti insieme, anche se ognuno con la propria individualità, formare un Coro, il cui corifeo, per dirla alla greca, come un regista, mostra di saper coordinare sapientemente le voci e guidare l’orchestra.
E l’orchestra, dal greco ὀρχήστρα che viene a sua volta da ὀρχέομαι ‘danzare’, sembra partecipare ad una danza di echi grecizzanti. È stata parte, la Calabria, di quel mondo che fu la culla della cultura e della società occidentali odierne. Questa stessa cosa il Dizionario vuol fare emergere, quando indaga l’orizzonte musicale calabrese partendo dall’età magnogreca.
All’organizzazione del lavoro corrispondono l’idea ed il titolo stesso del Dizionario, cioè di una trattazione organica, sistematica, completa nel suo genere, rapida, agile nell’esposizione, facile da consultare ed esauriente nei contenuti.
Il testo possiede, cioè, tutti gli ingredienti utili allo scopo che si prefigge e le qualità della tipologia per cui si propone.
Vi sono, quindi, a me sembra, tutte le premesse per un pieno successo tra i cultori e gli appassionati della musica in tutti i suoi ambiti ed aspetti.

Cleto, 30 novembre 2010. Franco Pedatella

Uomini siete, s’ uomo insanguinato,
picchiato, violentato, maltrattato
o ucciso in qualche posto della Terra
considerate parte di voi stessi,

piccola parte del gran corpo umano
che tutti vi accomuna e vi contiene,
e il viso non girate ad altra parte,
quasi che quel che muor non v’appartenga.

Uomini siete, se più che fratello,
irrinunciabil parte di voi stessi
considerate chi nel mondo pena
e che sia al par di voi v’adoperate.

Uomini siete, se di bimbo agli occhi
da morbo, morte o guerra rattristati
riuscite un sorriso a regalare
e al cuor carezza di materna mano.

Uomini siete, se a questa natura,
da secoli di odio deturpata,
rendete la funzione originaria:
la luce al sole vivificatrice,

la pace al ciel notturno riposante,
la forza al mare di nutrir la vita,
potenza al vento purificatrice,
all’uomo l’estro ritrattor del creato.

Uomini siete, se sapete al mondo
ridar l’antico assetto adamitico,
agli elementi l’armonia perenne
sί da far canto il moto delle cose.

Uomini siete, se vi meritate
di chiunque abitator del mondo il bacio
che dall’amico labbro al labbro schiocca
e copre a canna il deflagrar che scoppia.

Franco Pedatella

Cleto, 28 aprile 2011.

Tu, Israel, mobilitasti il mondo
ed affliggesti tutti pei tuoi guai
che a te diè il miserabile immondo
che all’uomo seppe provocar sol guai.

Ora che fai? Sterminator diventi
di quelli che compianser la tua gente
ed alla vita d’innocente attenti,
che tutto diè di sé e per sé niente

volle? Ei libertà che a te fu cara
per te difese, ma tu or sei sordo
all’urlo che di vita in gola more
a lui silente ed io con lui m’accordo.

Peggior sei, se con atto proditorio
colpisci e siedi poi tra spettatori
che ipocriti san solo all’obitorio
salmi levar al ciel propiziatorî.

Tu, Israel, la Patria Palestina
considera con quelli suol comune
che l’abitâro quando la Fortuna
diaspora a te diè per l’ecumène!

Tu, Israel, non far che dai tuoi atti
un mondo sorga solidal con quei
che ti cremò, come si fa coi ratti
perché inferiori e degni d’ipogei!

La voce di Vittorio Arrigoni
sapéa sol dire la parola “pace”,
ma il mondo, offeso, chiede punizioni
a quel Dio ch’ode, fa giustizia e tace.

Tu, Israel, rammenta la tortura
di che t’afflisse il punitor dei buoni!
Tu, Israel, or le ferite cura
di chi tradisti sί che ti perdoni!

Cleto, 16 aprile 2011.

Franco Pedatella

“L’Europa ha radici cristïane”
l’un dice e l’altro gli risponde a tono:
“Bussa, bussa e aperto ti sarà,
perché siam figli al buon Samaritano,

ch’ebbe pietà dell’uom picchiato a sangue,
spogliato degli averi e abbandonato,
e se ne fece carico completo
sul pian morale e quello finanziario!”.

“L’Europa ha radici cristïane”
dal fondo si ripete a gran voce.
Ma perché mai i vostri amici ricchi
voi invitate quand’ offrite un pranzo?

È stato detto: “Quando dài un banchetto,
poveri, storpi, zoppi, ciechi invita,
così sarai beato, ché non hanno
da ricambiarti nulla e dunque avrai

la ricompensa alla resurrezione
dei giusti e il cielo a te verrà qual premio”.
Or alle porte bussano migranti
poveri, storpi, zoppi, ciechi, in preda

all’onde di Nettuno tempestoso,
su mal tessuta zattera viaggianti,
in fuga da un inferno di battaglie,
di sangue infante e di dolor muliebre

che in viso a Dio gridano vendetta,
di violazioni dei diritti umani,
di piaghe sanguinanti nel deserto,
cui presta il sol visibile visione.

“L’Europa ha radici cristïane”
tumultua un popol che sugli occhi ha bende
e ha bocche mascherate all’aria infetta
e in cuor speranza di sopravvivenza.

“L’Europa ha radici cristïane”
grida quel ch’ogni dί uccide l’uomo,
che spegne la natura, di Dio figlia,
e fa di sé macellator del mondo.

Sono trecento quei nel mar sommersi,
forse tremila, forse trentamila,
ma a dir continua “radici ho cristiane,”
questa Europa, “ bussa e t’aprirò!”.
Franco Pedatella

Cleto, 6 aprile 2011.

È veramente indecente, non solo vergognoso, verrebbe da dire inenarrabile, quello che sta facendo il Presidente del Consiglio italiano dinanzi al Tribunale di Milano.
Colui che con la sua stessa persona e per la sua stessa presenza dovrebbe esaltare il senso delle Istituzioni e le Istituzioni medesime, le beffeggia con fare da Pulcinella e si comporta da teatrante di vile valore, tentando di capovolgere, con quella che egli chiama “la piazza”, il sacro palazzo dello Stato.
Non si era mai giunti prima d’ora a questo stato, in nessun Paese del mondo un rappresentante delle Istituzioni ha mai fatto qualcosa del genere.
Se vogliamo cercare dei precedenti, possiamo subito andare con la memoria all’atteggiamento di sfida aperta, con evidente sottintesa minaccia di vendetta e di ritorsione, assunto da capimafia di fronte ai giudici, perché sicuri d’impunità.
Ma quelli erano mafiosi, rappresentanti dell’antistato.
Da italiano, non verrei un presidente che si comportasse così. Ed invece ce l’ho e la cosa non è sopportabile.
Non lo sarebbe neppure se ci trovassimo di fronte ad una sentenza già scritta!
La memoria storica e la tradizione ci hanno tramandato almeno due sentenze già preannunciate: quella contro Gesù Cristo e quella contro Socrate. Ma ambedue si sono mostrati rispettosissimi delle leggi e non si sono sottratti né al tribunale né alla sentenza, pur sapendo di subire un’ingiustizia.
Ora il nostro personaggio si trova migliaia di anni-luce lontano da quei due, sia storicamente che moralmente. Quelli non avevano incarichi pubblici da legittimare moralmente di fronte all’opinione pubblica, eppure hanno accettato dignitosamente il processo farsa a loro carico e non si sono sottratti alla condanna. Potevano farlo.
Non avevano fatto commercio di nulla con nessuno. Uno dei due, Gesù Cristo, aveva cacciato i mercanti dal Tempio.
Il nostro Presidente del Consiglio, invece, è un commerciante. È bene, quindi, che dimostri di non aver violato le leggi dello Stato. Potrebbe e dovrebbe risparmiare al Paese, se fosse un degno presidente, quest’ennesima figura di paese di Pulcinella, che gli Italiani non meritano.
Pulcinella è solo un’invenzione letteraria e teatrale dei nostri artisti, e noi siamo un popolo di artisti, non di Pulcinella. Il Pulcinella lo facciamo, se è il caso e al momento, per mestiere, ma non appartiene al nostro essere profondo. Basta guardare la nostra storia e gli uomini che l’hanno fatta.
E poi, vergogna delle vergogne, alla fine fa l’affondo, tirando in ballo il costo delle indagini giudiziarie che gravano sulle tasche degli Italiani!
Parla così perché vuole parlare, evidentemente sa di poterlo fare, alla “pancia” degli Italiani.
Considera evidentemente gli Italiani solo pancia, fatti solo di pancia.
Non credete, cari Italiani, che sia il caso che noi siamo pensiero, soprattutto pensiero?
E in quanto pensiero, abbiamo individuato da tempo che la giustizia è il principio stesso della civiltà.
Basta leggere Cicerone. I Romani sono i Padri del diritto. Un famoso passo di Ugo Foscolo recita:
” Dal dί che nozze, tribunali ed are/ dièro alle umane belve esser pietose/ di sé stesse e d’altrui […].
Questa della pancia, quindi, è un’altra offesa, un’altra vergogna, almeno per chi ha il senso del pudore e quindi sa arrossire per la vergogna.
Ancora oggi, come se niente fosse, ha parlato alla pancia dei Lampedusani, quando ha annunciato di aver comprato una villa a Lampedusa: è il solito ricco, maledetto nelle favole e nelle parabole, che getta le monetine che gli cadono dalle tasche, o il ricco epulone che getta i resti del lauto banchetto ai cani ed ai servi.
Si tratta, cari Italiani, di un’altra, l’ennesima purtroppo, trovata pubblicitaria di un venditore di fumo. Il tragico è, però, che in questo caso si fa confusione tra pubblico e privato, si vende l’altrui, il pubblico, e si guadagna nel privato.

Cleto, 30 marzo 2011.
Franco Pedatella

Si leva ai piè dell’Alpi un venticello

che brulicando invade Val Padana

e da Vesuvio ed Etna  risponde

un risonar di fronde tra le selve

 

che l’aere move e lanciasi sull’onda

e l’agita dall’uno all’altro mare

sí che risponde il Ligure e la sponda

che il piè umίdo fa di Serenissima.

 

L’inizial soffio ormai si fa tempesta

e il cuor raggiunge della bella Italia.

Questo di Scipio il gladio in man riprende,

rifacesi Repubblica Romana.

 

Movono i cuori con gli astati drappi

Dante, Machiavelli con Vittorio:

col patrio idioma l’un, l’altro col Prence

vedon  realizzato un popol solo,

 

che piace all’Astigiano cui il cuor freme

di patrio amor e tragico sentire,

che san di libertà come al Parini

piacque ed al cantor d’Itale Muse

 

cui spirto diȇr  le Vergini di Grecia

e il verso gli plasmâr d’avìto incanto.

D’Ugo io dico, che di libertà

soffiò nel cuore di Mazzini il seme

 

e questi a tanti giovani ‘l trasmise

sί che in fin giunse al cuor di Garibaldi,

che i Mille armò a smuovere il Borbone

dalle ridenti terre e al Sabaudo

 

un regno diè ch’era follia sperare.

Tessette il Conte tela al suo telaio

che adatta non sempr’era alle contrade

da secolar servaggio afflitte e prone

 

ma pur da laboriosità  baciate,

che fatto avea beate quelle genti.

D’acciaio industrie e lunghe ferrovie,

filar di seta e vigne al sol distese,

 

nettare oleoso d’uliveti,

tutto smontâro i frati piemontesi

e se ‘l portâro al piano nebuloso,

pure le forti man di schietti giunchi.

 

Tutti partîro e qui lasciâr le spose

primieramente e poi quelle seguîro

e si spostò così gran massa umana,

che si chiamò la grande emigrazione.

 

Per fronteggiar piemontesizzazione,

che vera e propria fu occupazione,

divenne il Bruzio terra di briganti,

i quai non sempre fûro delinquenti,

 

e Re Vittorio usò l’armi da guerra

e ciò addusse pure depressione.

E pure nelle casse della Stato

finì del Sud ogni provvisione.

 

Poi l’ignoranza e l’analfabetismo

vestiti di cattoliche bandiere

forza dïêr a oligarchie locali

di lupi borghesi e proprietarî.

 

Quindi non poco l’unificazione

pesò col sangue in capo al Meridione

che nel mercato n’ebbe solo danno

e pagò pure in sottomissione.

 

Di povertà seguirono decenni

che attanagliâro la popolazione

ad una condizione subalterna

che si chiamò meridional questione.

 

Eppure generosi avean donato

anche intelletti svegli alla nazione

quelli che sub Borbone eran vissuti

e per la libertà s’eran battuti.

 

Giovani vite avean sacrificato

Reggio e Messina, quando s’era scosso

il Meridione generosamente

per liberar dal giogo il proprio collo.

 

La storia scrive sempre il vincitore,

è legge questa quasi di natura,

però talvolta verità riaffiora

e la sua forza fassi dispensiera

 

di colpe e merti che in prescrizione

non van pe ‘l tribunale della storia,

ove scadenzenon  di giudizî

e verità finale è universale.

 

 

Ma quel ch’è fatto è cosa consacrata,

del Piave l’onda e il Carso l’han segnata,

fratelli si son detti i combattenti

quando il destin sfidavano in trincea

 

o i partigian battéano le boscaglie

facendo resistenza all’invasore

che sempre dalle mal vegliate Alpi

a noi veniva a pôr suo piè sul petto.

 

Tutte or  bandiam le rivendicazioni,

siam tutti uniti a fare una nazione,

uguale nei diritti e nei doveri,

intesa a perseguir la sua missione

 

che assegnolle il Rinascimento,

Leonardo, Galileo e Buonarroti,

dai grandi principiando del Trecento,

fin l’anime genial dell’Ottocento!

 

E qui tra l’altre s’alza dirompente

la voce d’Alessandro che ci vuole

liberi solo se saremo uni

sotto un vessillo sol che spira amore.

 

Eco le fan da luoghi assai lontani

un grido dal Vallone di Rovito,

un altro da Belfiore e dallo Spielberg

e l’urlo, poi, di Carlo Pisacane.

 

Gridan vendetta a chi voglia tradire

il sangue di Custoza e Solferino,

di San Martino e i giovani trafitti

nei campi di Repubblica Romana,

 

in su le mura della Veneziana,

sopra le barricate di Milano,

a Osoppo, a Curtatone e a Montanara,

a Goito, a Napoli e a Palermo;

 

e quelli che a Gerace fucilati

fûro perché avéano cospirato

avverso alla tirannide crudele,

perciò esemplar martirio lor fu dato.

 

Degli Italiani gridano alle orecchie

le rocce d’Aspromonte e Porta Pia,

Mentàn, Bezzecca, Lissa, ‘l Buon Consiglio

ed altre voci al patrio suol donate.

 

 

Attendono ancora con stupore

risposta alle richieste sacrosante

color che per le terre a lor promesse

da coltivare a Bronte s’immolâro.

 

Unione e libertà furon parole

che per contrade innùmeri echeggiâro

e fêr di bocche e petti un solo coro

ch’ora disaccordar sarìa nefando.

 

Uniti siam nel nome di Vittorio

Veneto e delle pugne del conflitto

che le contrade patrie insanguinâro

per por le basi all’attual Repubblica,

 

che per la  prima volta nella storia

uscì universalmente popolare

per volontà di quelli che soffrîro

e proclamâr con forza Italiana.

 

Corra ancor oggi questo nome santo

nelle attual region di bocca in bocca!

D’egualità fra tutti si sostanzi!

Vòlser così i Padri fondatori.

 

 

Franco  Pedatella

 

Cleto, 23 ottobre 2010