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Mi trovavo ad Amantea in Piazza Mercato Nuovo nello stesso giorno della composizione del brano ed ho incontrato l’amico e compagno Geppino Vetere, il quale mi ha detto:” Caro Franco, con la tua poesia non ci fai niente. Ci vorrebbe una mazza”. Alludeva al mio dire in versi sulla situazione politica attuale. Al momento risposi che aveva ragione e che effettivamente per smuovere il governo attuale e chi lo guida non bastano i versi, anche se aggressivi e duri. Ma poi pensai alla capacità, propria della poesia almeno in certe epoche di sensibilità, di smuovere gli animi e le coscienze e spingerli “a egregie cose”; al suo potere di comunicazione immediata e di commozione repentina e profonda, capace di promuovere reazioni positive e di grande civiltà. Allora ho concepito questi versi che, senza mutare la natura intimistica e dolce della mia ispirazione, potrebbero essere capaci di esprimere e suscitare una reazione interiore a suo modo “violenta” nell’uomo onesto e pensoso del bene collettivo.

La mia poesia vorrei fosse una mazza
pronta a colpir chi impera e non governa,
tornando all’occasion dolce carezza
pe ‘l viso di colei che il piè mio ferma,

quando sto per cader lungo il sentiero,
o mi sorregge al passo in precipizio,
ove l’arbusto è riarso e il sasso fiero,
ed è di mia ripresa bel principio.

Tornar dovrebbe ad esser mia poesia
frusta per chi la rotta della nave
dritta non tiene al porto ove dovrìa

trovar rifornimento per le stive,
giusto risarcimento all’opra offerta
dai marinai sul ponte e sub coperta.

Franco Pedatella

Amantea, 17 agosto 2011

Il vigile urbano

(Il testo è stato suggerito da un colloquio, avvenuto in data 21 luglio 2011 ad Amantea in Via della Libertà, con un vigile urbano, zelante, ligio al dovere ed attaccato all’esercizio della sua funzione. Il desiderio di rendere omaggio a tanto senso del dovere mi ha spinto a questa riflessione, ispirandomi le immagini e le situazioni che hanno dato vita alla composizione)

Ritto con la divisa ed il berretto,
che l’ordinanza impone sempre a punto,
cosciente dell’uffizio cui è addetto
della rappresentanza ch’egli ha assunto

del municipio ch’è con lui presente
in strada, in mezzo al traffico dell’urbe,
con l’occhio su ogni cosa è vigilante
ad evitare alla città le turbe.

Strade e traverse ogni dì percorre
sotto invernale pioggia e sole estivo,
mercati e fiere sotto antica torre
o al piano dove quieto scorre rivo.

Per ogni cittadino è referente,
che sia acquirente o mercator non conta;
è sempre lì, vigilator zelante,
a garantir l’azione adatta e pronta.

Al fianco ha la pistola d’ordinanza,
sospeso ha in spalla a custodir libretto
delle contravvenzioni a chi in fallanza
scoperto vien, che vuol far il furbetto,

vecchio borsello che a tener decente
s’adopra lucidando ogni mattina,
nella speranza ch’altro conveniente
gli sia fornito fresco di vetrina.

Ei tiene infatti a dar d’alta opinione
l’imago di un Comune assai efficiente.
Solo così c’è giustificazione
all’agir suo preciso e legalmente

ineccepibil, quando l’imbroglione
scova e di non veder chiaro non finge,
chiudendo sotto ciglia occhio sornione,
mentr’ il candor suo brutta macchia tinge.

Anzi s’affretta a far l’annotazione
sopra il verbale d’infrazion compiuta
e accerta che la sua contravvenzione
non venga d’altri a mal suo cancellata,

perché sarebbe controproducente
per l’opinione alta del Comune
che deve avere ogni dì la gente,
se costruir si vuole un bel domani.

Franco Pedatella

Amantea, 21 luglio 2011

(Il testo è nato da una riflessione sulla situazione economica e politica attuale, accompagnata dalla rimembranza di una vignetta apparsa su un numero de La Domenica del Corriere risalente, credo, al periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, recante la scena dell’opera di demolizione della nave Italia da parte dei governanti del tempo)

Chi è quest’imbroglion che s’appresenta
e dice d’esser Cesare romano,
mimando gli atti che son gesti vuoti
perché di quel non ha tempra geniale?

Poi quando tenta d’apparir gioviale
con riso che apparir vuole leale,
gli leggi in viso il dolo tracotante
dell’arricchito che vuol far possente.

Oh Italia, quale mai destino avesti:
di un tal mariuol subire le perverse
voglie che a fondo portano tue sponde

quali di nave spinta in gran tempesta,
cui manca il timonier, mentre la ciurma
priva di senno le assi taglia e spezza

e c’è chi mette in tasca il chiodo e il pezzo,
credendo d’arricchir sua prole o borsa,
e invece appesantisce anche le vesti,
quando entrerà tra le fessure il fiotto!

Franco Pedatella

Cleto, 30 luglio 2011

Tu, operaio

(Testo scritto dopo l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil, decisamente contestato e rifiutato dalla Fiom, che ne denuncia gli elementi di arretramento rispetto a diritti già acquisiti dai lavoratori, tra cui quello della libertà di sciopero, e ne chiede la firma solo dopo apposita consultazione dei lavoratori)

Tu, operaio del duemila e undici,
sei solo a vender te merce a ribasso,
la dignità, il diritto tuo al lavoro,
persin la libertà del tuo pensare.

Resister devi ancora all’invasore
che importi vuol la legge del profitto
ch’egli persegue a suon di norme e botte,
di cui tu sei paziente oggetto e zitto.

Povero te, se ancor rimani solo
nel mondo ove dicon ch’è il mercato
a dettar legge della concorrenza
e dare il costo a merci ed al lavoro!

Oh, Dio, mi chiedo, che demonio mai
sarà questo ciclopico impostore,
che con sol occhio ma con cento braccia
a molti toglie e a pochi tutto dona

ed entra nelle case e scempia e fura
e dell’intimità pur s’impadrona?
Ma che demonio! Che Ciclope incolto!
Son loro, sono i Grandi della Terra

che proni al pro di multinazionali
s’ascondon vili ai popoli elettori,
deliberan nel buio d’aule amorfe
e pescano famelici nel torbido.

Son loro il Mercato della Terra,
che in mano han degli uomini il destino
trattandoli da schiavi al pòter proni,
silenti esecutori d’altrui voglie.

Per contrastare questo ignobil piano
che uniti tien padroni e padroncini
ed alla corte loro i governanti,
non rimanere solo, operaio!

Parla alla gente, di’ che tua battaglia
è lotta che accomuna chi lavora,
chi mangia, chi consuma, chi respira,
chiunque con mano opra od intelletto!

Chiama a raccolta in campo i padri, i figli,
le donne e guida all’urto estremo tutti,
per toglier le catene agli sfruttati
e fare l’uom davvero cittadino!

Novello Ulisse accecherai quell’occhio
e nuovo Eracle delle cento braccia
farai un sol nodo e il mostro appenderai
a quella forca ch’era a te parata.

Allor sarà bandita del più forte
la legge che ora domina la vita
di masse enormi oppresse che faticano
nei campi, al mare, in fabbrica e in montagna.

La lotta tua bandiera sventolante
al sol sarà, foriero d’uguaglianza
in dignità, diritti e libertà
della parola, di pensiero e d’atti.

Franco Pedatella

Roma, 30 giugno 2011

Tutti in piedi

http://www.tuttiinpiedi.it/embed.html

Quelli che sostengono oggi il ritorno all’immunità parlamentare o ignorano la storia oppure la conoscono ma fanno finta di ignorarla.
Nel primo caso, in quanto ignoranti, non sono in grado di governare il Paese, anzi abusano della fiducia ricevuta dai cittadini elettori; nel secondo caso sono rei di tradimento del loro compito, che è quello di governare il Paese nell’interesse del Paese medesimo, cioè di quel complesso di abitanti-cittadini, organizzazione politica e giuridica e territorio che siamo soliti definire Stato.
Mai e poi mai, infatti, i Padri Costituenti si sarebbero sognati d’introdurre nella nostra Costituzione il principio dell’immunità solo per consentire ai “politici” di coprire i loro traffici illeciti contro lo Stato per cui lavorano ed al quale hanno solennemente giurato fedeltà.
I Padri Costituenti ben sapevano che un parlamentare che esprimeva la propria libera opinione o difendeva i ceti più deboli e sosteneva una massa di cittadini in sciopero poteva facilmente incorrere nell’accusa di tentativo di sedizione, di turbamento dell’ordine pubblico, di attentato alla sicurezza dello Stato; essi avevano ben presenti le persecuzioni fasciste di recente memoria e quelle che più in generale un governo autoritario, attraverso gli organi di polizia asserviti ad una logica di potere e di difesa dei privilegi dei potenti, avrebbe potuto attuare nei confronti del dissenso e degli oppositori.
L’immunità era, quindi, uno strumento di difesa della libertà personale del parlamentare che metteva la propria opera e impegnava la propria persona a difesa dei deboli, o comunque di una parte sociale altrimenti soccombente, contro i cosiddetti poteri forti e contro un governo di privilegiati e di potenti.
I Padri Costituenti non hanno mai pensato di offrire, con l’immunità, una copertura od una sorta di impunità ad un potente che, nell’esercizio della sua funzione o del suo mandato da espletare nell’interesse dello Stato, lo tradisse per trarne profitto personale.
Saremmo al capovolgimento della logica e dei valori fondanti della Repubblica.
Ricordo a chi mi legge ed insegno ai giovani, che non lo sanno, che fino a poco tempo fa chiunque avesse una causa pendente od un conto in sospeso con il proprio Comune o una bolletta di una sola lira non pagata non era eleggibile neppure alla carica di consigliere comunale del più sperduto Comune d’Italia, anche se di poche centinaia di abitanti.
Non ci doveva essere, per legge, conflitto d’interesse tra quel piccolo Comune ed un suo futuro consigliere che si fosse macchiato della colpa di non aver pagato la bolletta dell’acqua o il dazio o una qualsiasi altra tassa, anche se dell’importo di una sola lira.
Ora capite che cosa significa separazione tra pubblico e privato?
Capite perché la ditta appaltatrice di un qualsiasi lavoro, ancorché piccolo, non può essere coincidente con la persona di consigliere comunale? Capite perché la stessa persona non può essere contemporaneamente controllore e controllato?
Capite l’enorme bugia che vanno raccontando quattro miserevoli pennivendoli furfanti, per vestire di panni nobili l’immunità di certi “galantuomini”, una miserevole ed ignobile questione legata alla tutela illegittima degli interessi privati, non di chi vorrebbe coprirsi le spalle nei confronti di una persecuzione politica legata all’agitazione di masse di lavoratori o alla difesa dei principi di libertà contro il potere autocratico di una classe dirigente di potenti privilegiati, conservatori e reazionari, ma di un potente che, accusato di reati penali e fiscali nei confronti dello Stato, cui ha giurato fedeltà, vuole sfuggire alla giustizia sottraendosi a regolare processo?
L’immunità parlamentare, quella vera, è un’altra cosa.
Simili pennivendoli e venditori di parole da bancarella arrossiscano di vergogna e voi, giovani, comprendete come vi vogliono raggirare per coartare la vostra volontà inconsapevole!
La volontà veramente libera è quella consapevole.
Perciò avete il dovere di istruirvi e di non credere ai furfanti della moderna ragion di stato.
Ecco perché oggi avete una ragione in più per votare sì all’abrogazione del legittimo impedimento: questo impedimento di cui si parla, infatti, è veramente illegittimo ed ingiusto, tremendamente iniquo, perché viola il principio su cui si fonda lo stato moderno: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, una volta aboliti i privilegi dei potenti.
Il popolo parigino nel 1789 è insorto per portare, finalmente, di fronte alla Convenzione Nazionale, che lo condannò, il re di Francia.
Volete tornare indietro?

Cleto, 7 giugno 2011 Franco Pedatella

Bello è ‘l civil servir la propria patria:
chi ‘l fa con l’arma in mano, chi con penna,
o meritevol opra di scalpello
o di pennello o di dolce suono

che al ciel lo spiro umano in alto levi;
chi con sommessa prece che il silenzio
di uman deserto rompa e all’uom dia voce;
chi col pensier che arcan sentieri indaghi;

chi con ricurva falce al sol e al gelo,
chi con martel nel risonar dei ferri
in officina avvolta in fuoco e in fumo;
chi con man ferma che il timone tiene;

chi con pensier, con cuor, con cauto motto,
con provvido operar e siede a guida
per farla d’onor bella e di fortuna,
stimata nel consesso universale.

Oh possa meritare tal destino
la patria mia dal sol baciata e bella,
dal mare accarezzata in ampio abbraccio
ma d’uomini diserta di tal traccia!

Di questi invero non avrìa penuria;
solo son messi un po’ in estrema fila
da strepitar di voci al pòter prone,
che non è più servire, ma imperare.

Oh cielo, tendi ampio le tue braccia,
sollevala dal fango ov’ è caduta,
appressala al tuo petto generoso,
ai prosperi sentieri avvìala pronto!

Ne avrai dell’acque sue splendente specchio
per le tue stelle, che vi si vedranno
doppiate nel valor di lor faville
che artisti sempiterne canteranno.

Franco Pedatella

Cleto, 4 giugno 2011

(in occasione di un pronunciamento
della Corte di Cassazione)

Il pollo or, amici, è bell’e pronto
da mettere nel forno ad arrostire.
Lèvati, popol, pronto! Fa’ sentire
l’urlo tuo forte e fa’ pagare il conto

a quel che del tuo mal è il primo autore!
Poi degli amici suoi, che l’han protetto
dall’essere ai giudici condotto,
non ti scordar, ché rei son anche loro,

colpevoli d’aver deriso leggi,
che voglion tutti a sé al par soggetti,
e forza usâr del nover degli eletti
che seggon mal su onorati seggi!

Per abolir legale impedimento
ad un processo che fa tutti uguali,
amici, dite SÌ ! Sarete tali
quali vi vuol normale intendimento

che l’uom diverso fa dall’animale,
in special modo se vuol far leone
chi fuor di paramenti è un pecorone
cui portamento è d’essere bestiale.

Ei crede di poter comprare tutto,
ridurre quel che vuol a vile merce,
ma contro a lui or tutto si ritorce
perché il potere usò da PIGLIATUTTO.

D’onore e nobiltà non ha il concetto,
la carica che il tiene ha deturpato,
la scranna dove sie’ di sé ha lordato,
non ha del suo Paese alcun rispetto.

Quand’egli sarà nudo in Tribunale,
ove vergogne non potrà celare,
vedrete quanto ignobil imperare
v’ ha imposto e se in cervello aveste sale.

Cleto, 1° giugno 2011 Franco Pedatella

L’acqua, che pura da sorgente sgorga,
l’uom dissetò nel cavo della mano
qual dono di natura a quel ch’è stanco.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua!

L’aria, ch’è vita ad animali e piante,
all’uomo giunge fresca, se la brezza
il viso con man lieve gli accarezza
e, s’ei respira, giunge nei polmoni

a ossigenare il sangue e a dar la vita.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua,
pura tal qual la fece la Natura,
ch’è madre a te e nutre i figli tuoi!

Fa’ SÌ che l’energia ti sia pulita
ed abolisci quella nucleare,
che coi vapori suoi toglie la vita
ed alla stirpe umana è mortale!

Fa’ SÌ che sia abolito impedimento
ad esser processato, non dannato,
chi se la ride di leggi e tribunali
perché su noi si sente onnipotente!

Ora puoi dire: ” SÌ, lo so, lo so
di avere nelle mani il mio destino.
La forza mia sta in matita e scheda.
SÌ, io difendo la vita del domani!”.

Franco Pedatella

Cleto, 29 maggio 2011

Qui di seguito il “Commiato” che ho voluto lasciare alla mia ultima scuola, il Liceo Scientifico di Amantea, per ringraziamento della bella esperienza che mi ha consentito di vivere negli ultimi anni della mia missione didattica, vissuta con la passione di chi ha dedicato la propria capacità creativa e l’impegno quotidiano ad accompagnare, con l’amore dell’educatore, la crescita di generazioni di giovani studenti, contribuendo alla formazione degli uomini del domani, forgiandoli pronti al lavoro ed al sacrificio per il progresso proprio e degli altri.
I primi righi sono stati scritti sotto l’effetto del risentimento profondo che ho provato appena ho ricevuto a fine febbraio 2009 la comunicazione inaspettata che dovevo preparare la ducumentazione per andare in pensione.
Mi sono sentito buttato fuori, un anno prima dei miei quaranta anni di servizio, senza tanti ringraziamenti. Per di più non potevo neppure chiedere la proroga di due anni, perché non avevo ancora l’età prevista dalla legge.
Poi la rabbia a poco a poco si è sciolta in una rievocazione affettuosa di momenti, situazioni, alunni e colleghi e nel gradito ricordo dei miei amati professori, che hanno contribuito alla mia formazione, infine dei miei genitori, che hanno dato tutto per me.

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Me exactum ereptumque inopinantem ex hoc nostro nobilissimo ac praecellentissimo Lyceo Amantheano, plurimorum alumnorum gymnasio, quibus doctor humanis litteris et vivendi magister industrie ac diligenter fui, me fere vi expulsum ab obscuro inscienti et haud nobili non aequae perniciosaeque legis auctore regant caelestes Musae, Mnemosynes et Iovis Olympii nimborum collectoris filiae, ad limina vitae et atras Parcas, funestas, tὰς θανατηφόρους Moίρας, vitantem ad sidera modeste tollant, ut malas Orci tenebras fugiam et sordidum fluminis atri portitorem, Charontem.
Vivus viridisque in discipulorum meorum memoria per aetherias regiones ibo et his aulis, iniquitate temporum, vox mea ad mores emendandos et animos fortiter formandos personabit.
Res sordidae interdum altas volucres percutiunt, sed alae invulneratae semper aeriae volitant quia homines in mentem revocant.
Vos mansuri, dilectissimi collegae, auctores estōte ut saecula futura admodum iuvenum discipulorum moribus doctrina disciplina crescant et ipsi vitam studiis humanitatis experiendo se noscant: πάντες γνόντων ἑαυτούς.
Cum litteris et per litteras adulescentes nostri cognitionem ac rationem de rebus naturae consequentur; nam ipsa cognitio scientifica nihil est sine bona institutione litteraria quia scientiae opus est cogitatione ac sermone perfecto et perspicuo, et haec ex institutione litteraria oriuntur.
Galilaeus, qui inventor et cogitator viae propriae scientiae certae fuit et idem scientiae novae pater est, doctus nonne litteris quoque fuit? Praeterea magis proprie nonne dicuntur vocibus Graecis et Latinis elementa rerum et notiones naturae, velut “cronòtopo” (Graece χρόνος et τόπος ) ut congruentiae temporis spatiique nomen detur?
In litteris humanis igitur initium ipsum scientiae est et scientia ipsa ex homine originem ducit et ad hominem tendit: ἡ περὶ τῆς φύσεως ἐπιστήμη γίγνεται ἐκ τοῦ ἀνθρώπου καὶ εἰς τòν ἄνθρωπον τείνει. Itaque optima cognitio scientifica est coniunctio bonae institutionis litterariae et investigationis naturae. Hoc fundamentum ipsum huius Lycei nostri est.
His rebus positis, omnis progressus humanae civitatis est: homo progreditur καì ὁ κόσμος κοσμεῖται.
Vos omnes diligo, ὑμᾶς πάντας φιλέω.
Mihi praecipue carae estis vos, Vincenza Launi, Anna Maria Maiorca, Filomena Mileti, Filomena Palermo, Annarita Sganga, alumnae meae, animae meae, quas, iam vero satis peritas, studiose arte docendi curavi, cum ipsae mihi mente animoque proximae essetis.
Aeque cara es tu, Antonella Milito, quam eādem arte perscrutatus probavi.
Modestia vestra lucem luci addit et efficit ut vos, iam splendidae, in summo institutionis ac doctrinae huius regionis nostrae sicut sidera clareatis.
Memoriae committere volo benevolentissime magistram Luigia Fienga, quae optima civitatis Latinae et Graecae servatrix et vivificatrix est.
Tu, Salvatore Sciandra, sacerdos laurum odoriferam Thaliae tuae canendo semper ale diutino amore et illa tibi divina subrideat et despiciens per aerem ambrosiae odores e comis coronis cinctis manantes spargat: lucus magnus germinabit et nymphae fortasse eōdem laetae lusum saltantes venient.
Me scire omnes vos hīc mansuros iuvat.
In labore vestro fructus crastinos esse mementōte.
“Maxima debetur pueris reverentia” itemque maxima auctoritas et magnifica laus humanitate et scientia vestra ab iisdem et parentibus et civibus tribuendae sunt vobis.
Servanda vestra libertas cogitandi et docendi est semper, maxime in periculis libertatis subvertendae. Cogitare est esse liberum et in vobis maxima facultas cogitandi est. Igitur in vobis libertas residet, propter hoc ad utendum libertate pueri instituendi sunt.
Nobilitas vestra “sola est atque unica virtus”.
Haec civitas cum gentibus finitimis per vos augeri potest si radices suas ab imis resumit. Vestrum est hoc facere.
Me autem exspectet requies plena oblectationis.
Mihi dī quiete senescere, non insanire stulte dent.
Fata, id est ἡ Τύχη, me canum, sed impigrum, proli nepotum carae carmina dilecta operaque grata “patulae sub tegmine fagi” legentem et novam musam avenā avitā meditantem iciant.
Tibi, qui huic Lyceo egregie praees et me huc venire voluisti, Francesco Besaldo dirigenti scholastico, maximas gratias ago; eodem modo ad adiutores tuos animum intendo, primum omnium Ilio De Luca, operosissimum quotidie, interdum ad multam noctem, postea Antonio Perricone qui mihi proximus fuit.
Dilectissimo Antonio Signorelli ex animo dico: nos unā opus incepimus, unā relinquimus.
Dilectae moderatrici Luigina Falsetti, quae administrationem ac nummariam rem diligenter curat ac operam dedit ut ad hoc venirem Lyceum, salutem plurimam dico; eodem modo illī, Franco Bruno, qui antea huic officio praefuerat, salutem suaviter dico.
Omnes officiis scriptionis praepositos et adiuvantes in aliis operibus, qui cotidiano labore suo huic scholae operam magni pretii dant, benignius saluto.
Animum benevolentissimum intendo ad collegas dulcissimos qui festive plaudentes in hoc Lyceum me receperunt et paucos iam annos in otia recesserunt vel aliō se contulerunt. Ex his habeo in animo Renato De Bartolo, qui mihi venienti tutor fuit, et Raffaele Frangione, quocum iter feci in discipulis instituendis opera scriptionis creantis; praeterea Edoardo Curcio, Osvaldo Graziano, Alfonso Lorelli et Oreste Signorelli qui cogitatione et mente mihi de publicis rebus familiariter semper assensi sunt; Santina Diecisole et Amina De Munno, quae humanitate suavi docebant et tantum gratiae et gaudii pro adventu meo ostenderunt: haec senectutem serenam nunc agit, illa universa maerente civitate tacito morbo consumpta abest;Vito Borzì, qui mecum uno amore erga veteres scriptores Graecos et Latinos captus est; Roberto Musì, qui inter omnes aequales rerum gestarum narrationis studiosissimus est; Pietro Pucci Ajellensem, municipem meum, a quo puer, vestigia scriptorum Latinorum secutus, elementa ipsorum sermonis didici; Gennaro Signorelli qui me libentissimo animo accepit.
Inter eos autem, qui adhuc operam discipulis egregiam dant, animum meum adverto ad professores Laurino Furgiuele ac Cinzia Marano egregie mathematica ac physica docentes et Felice Campora qui cantitans hominum libertatem ardenter ac candide excitat et laudibus effert, mecum de re publica regenda consentientes.
Idem Felice Campora et magistra Diana Bruni discipulos instituunt sermone eorum qui insulam incolunt ipsorum qui olim terrarum extremi fuerunt, hodie famā primi habentur, et Britanni appellati sunt.
His magistram Lidia Furgiuele addo, quae summā ope et diligentia nititur ut discipuli numeros et computationes valide discant.
Aeque suaviter professoris Antonio Morelli reminiscor, qui futuros studiose athletas corpore menteque curat.
Mihi dilectus professor Nicola Turco, discipulus meus bonae aetatis, est, qui hodie hos adulescentes nostros disciplinam descriptionis ac historiam artium effingendi docet.
Atque tu me tecum in mente tenēto, Rosanna Grisolia, cum, quamquam facta atque cogitata virorum docens, linguam ac opus patris Dantis Alagherii viis adsidue per discipulos nostros recitantes diffundis.
Quid de reliquis dicam, et recentioribus et illis quos hīc inveni? Plurimi sunt et omni tempore semperque mihi in animo benignissime vivent, quod alii me diligunt, alii existimant, alii, ut Ivana Vogliotti, instrumentis novissimis communicandi mihi subveniunt.
Quod omnes nomine appellare non possum, hoc mihi ignoscatur et oro ut benevole in cuiusque memoria retinear.
Magistrae, quarum in ore risus laetitia cordis est, mansuetudine et benignitate animi deliciae nostrae et alumnorum sunt. Inter has Antonietta Ciorlia et Anna Maria Conforti, quas antea in aliis scholis cognoveram, sunt.
Tui quoque nunc memini, Silae uberis florentis filiae, magistra Rosa Bisignano, quae cara duabus dulcissimis filiabus meis fuisti; bonum animum in discipulos tuos serva et idem adsidue in omnes senti; postremo cura ut valeas.
Ad te quoque memet mens mea portat, magistra Lidia Gagliardi, quae vehementer sollicita de discipulorum cognitione scientiae es et studio biologiae teneris.
Vos postremo, alumni, augete animo et corpore; vos virtus ad maiora semper ducat, amor alterīus corda vestra excitet.
Occasionem arripio ut gratias praecipue agam optimis auctoribus doctrinae meae litteris Latinis et Graecis et praeterea Italicis, qui sunt clarissimi Rosario Colistro et Ovidio Notti professores Grimoaldenses, Vincenzina Matta et Giulio Palange professores apud Lyceum Gymnasium Bernardino Telesio dicatum urbis nostrae Consentiae, Fabio Cupaiuolo et Anthos Ardizzoni et G.A. Privitera et Salvatore Costanza professores apud Universitatem studiorum urbis Messanae.
In extremo sermone dilectissime patris et matris meae reminiscor qui vitam ac facultatem omni operae meae laeto latenti labore dederunt; itemque suavissimae uxoris, Annae Mariae, quae mihi firmamento constanter patienti industria est.
Hoc scriptum est, cum additamentis subsequentibus tamquam ex ima vitae actae memoria facta et verba excedebant, ut pudeat usque ad ignominiam universam garrulos molestissimos huius turpis consilii auctores quantum erit vita hominum et, contra, gloriam magnam habeant omnes qui auxilio ac solacio operae meae fuerint.
Latine loqui supra volui cum minimis floribus Graecis et sollemnitate tempestatis et quia sermonem avitum novis fastigiis aequare summis viribus opto, etiam vocibus recentibus; praeterea dignum mihi non videbatur salutem extremam vobis et huic Lyceo dare nisi in sermone patrum, qui caput civitatis nostrae huius aetatis fuerunt.
Simul hic almae Romae cultus meus est.
Hoc Lyceum in hodiernum diem domus mea fuit, cras vobis cordi esto.
Non praeteriti temporis vacuus aemulator sum nec somniator, sed providus artifex praesentis, altissimis radicibus defixus, ac futuri aedificator.
Utinam sapientiores legum auctores, humanae felicitatis studiosi, fata meliora hominibus novissimis parent!
Hoc monumentum scholae meae in otia recessurus donare volui et per ipsam totī civitati dicare ad memoriam diligentiae nostrae pro salute eius.
Hominum “iura sancta sunto”! Valete!

Datum Amantheae, Anno MMIX post Christum natum a. d. III Kal. Mart.

Franco Pedatella