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Archive for the ‘Pensieri in Libertà’ Category

Quello che il popolo non può e non deve mai accettare è l’abolizione, non importa se decisa o programmata, del valore legale del titolo di studio, perché la scuola, in particolare quella pubblica, la conquista del titolo di studio ed il suo valore legale sono stati lo strumento fondamentale del riscatto sociale e civile delle classi popolari.

Attraverso lo studio, duro e serio, i “figli del popolo” hanno “conquistato”, dico conquistato perché di vera e propria conquista si è trattato, la vera pari dignità nei confronti dei “figli di papà” del tempo, che, se svogliati e decadenti, hanno perduto il passo di marcia in avanti, se volenterosi, hanno meritatamente conservato, nella scala economica e sociale, il posto ed il “grado” che loro spettavano, senza alcuna discriminazione.

Questo dico ed affermo io che all’epoca, nell’anno 1960, in un piccolo e laborioso paese della Calabria, in provincia di Cosenza, fui il primo, proveniente dal ceto popolare, ad iscrivermi al Liceo Classico di Cosenza, la scuola dei ricchi, dei “signori” (così veniva chiamata ed era in gran parte), facendo quasi “scandalo” in mezzo al popolo timido e ignorante (ma con la simpatia e l’incoraggiamento della parte più avanzata, progressista ed avveduta degli aristocratici) e ad avere “l’onore” ed il piacere di ricevere, nell’anno 1962, da parte dell’allora Ministro Luigi Gui, una lettera di notifica e le congratulazioni per il superamento del concorso per la concessione di una succosa borsa di studio triennale.

Allora gran parte del popolo del Meridione d’Italia non si rendeva conto del miracolo che stava avvenendo sotto i suoi occhi, ma la portata storica della cosa non sfuggiva all’attenzione sempre vigile dei ceti privilegiati, che allora hanno subito lo scacco.

Ricordo a quanti non lo sanno, ma avrebbero il dovere di saperlo: grandissima fu la resistenza dei ceti privilegiati all’apertura della scuola a tutti, come recita la Costituzione Repubblicana; grandissima fu la loro resistenza quando i Comuni in cui erano al governo le forze democratiche e popolari favorirono la frequenza della scuola pubblica anche da parte dei figli di operai e contadini con l’apertura di scuole anche nelle campagne e perfino con la costruzione di edifici scolastici nelle zone rurali.

Ora è da qualche decennio che quella resistenza conservatrice, opportunisticamente silente ma mai sopita, ha ripreso forza e vigore, direi coraggio, e, non potendo far  tornare indietro la storia (chiudendo la scuola al popolo), la affatica, la fa vivere in affanno, la dequalifica, la svuota di contenuti, ne mina quasi la ragion d’essere, per cancellare poi abbastanza agevolmente ed in maniera, direi quasi, indolore il valore legale del titolo di studio che essa rilascia come ultimo atto della sua funzione e del suo operato; anche perché intanto questa resistenza conservatrice s’è fatta finanziare a proprio uso e consumo dallo Stato, di cui per altri versi nega l’utilità, la scuola privata ed  ha cercato di renderla un po’ più qualificata e presentabile (una volta era il diplomificio degli svogliati e degli incapaci figli di papà in fuga dalla scuola pubblica seria verso scuole facili e compiacenti).

Ora è assolutamente necessario che il popolo si liberi dal lungo torpore a cui l’ha condannato l’abbondante dose di droga berlusconiana (di Berlusconi sia come capo di governo che come proprietario di televisioni private a diffusione nazionale, che hanno terribilmente abbassato la qualità della televisione tradizionale e, di conseguenza, i gusti e la “cultura” del pubblico) e comprenda che questo provvedimento colpisce al cuore ogni suo progetto di riscatto civile e sociale. A meno che questo popolo non voglia farsi raffigurare come colui che, in un momento favorevole regalatogli da padri e nonni saggi, sia soddisfatto di aver messo la cravatta e creda di aver raggiunto per sempre la felicità e poi, non conoscendo la storia degli uomini, faccia tornare indietro, per infingardaggine e colpevole ignoranza, fino ai pantaloni con le toppe e le scarpe rotte, quando non a piedi nudi, i figli ed i nipoti.

Quanto al presidente Monti, egli ha la mia stima personale, perché è persona degna e seria e non fa il Pulcinella dentro e fuori dei confini nazionali.

Ma non capisco che cosa questo provvedimento abbia a che fare con il risanamento e l’emergenza che oggi vive il nostro Paese.

Semmai occorre la restituzione, alla scuola italiana, tutta intera, della sua piena funzione e dignità di istituzione (attenzione, ho detto istituzione, non agenzia, come è purtroppo assai spesso di moda nel linguaggio anche ministeriale di questi tempi) costituzionalmente deputata ed organicamente strutturata per l’istruzione e la formazione.

Si faccia anche piazza pulita di tanta equivoca e malintesa autonomia che, lungi dal valorizzare risorse e storia locali intese all’arricchimento culturale, facendo ricorso spropositato alla pratica dei progetti spesso finalizzati a reperire risorse economiche per la sussistenza della scuola, semplicemente riduce, spezzetta, assottiglia e rende superficiali i contenuti di un sapere unitario nazionale, producendo oggi diseguaglianze nella formazione e nell’istruzione e creando i presupposti e giustificando, in prospettiva, future discriminazioni regionali o locali.

Ovviamente capisco il provvedimento come punto fermo ed occasione di successo di quella volontà di  “rivincita della destra” che ho cercato di descrivere in precedenza.

Ma è per questa ragione che un popolo degno di questo nome non deve accettarlo, anzi, se approvato e convertito in legge, appena possibile, deve cancellarlo.

La scuola pubblica italiana, la foltissima schiera dei maestri e dei professori che ogni giorno, anche in mezzo all’incomprensione generale, anche di fronte ad attività e pratiche demolitorie di  ministri  che hanno remato contro anziché aiutarli e sostenerli nella loro opera quotidiana di lotta contro l’ignoranza e l’arroganza degli ignoranti, fanno il loro dovere di educatori, sono, essi sì, una risorsa preziosa per la rinascita del Paese.

Essi, quindi, si propongano di cambiare questo provvedimento, anche migliorando la qualità del loro lavoro, oserei dire della loro santa missione, perché questo provvedimento, appunto, vanifica ogni loro sforzo e condanna alla marginalità sociale ed economica tanti giovani volenterosi ma privi di mezzi.

Uno stato ricco dell’esperienza di duemila anni di storia, lo Stato della Città del Vaticano, nonostante i suoi macroscopici errori commessi nel corso dei secoli, dovrebbe insegnare qualcosa circa l’opportunità della promozione avveduta delle energie migliori senza discriminazione alcuna, se consente anche al figlio di un umile contadino di arrivare all’apice della piramide e della “carriera” ecclesiastica: parlo di Angelo Roncalli, divenuto Papa Giovanni XXIII.

Non ci vuole molta fantasia per immaginare che cosa succederà in un paese come il nostro, dove già vige tanta “discrezionalità” nel valutare un giovane, che non ha “santi in paradiso”, concorrente ad un posto di lavoro o di responsabilità, se persino un titolo di studio ed un voto, che certificano in modo inoppugnabile un percorso di studi, non varranno più come prova oggettiva ed incontestabile di valore. Il “padrone di turno”, che seleziona ed assume, non avrà più alcun freno alla propria libera “discrezionalità”.

Aiello Calabro, 27 gennaio 2012                                     Franco Pedatella

 

Blog: francopedatella.com

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Tutti in piedi

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Quelli che sostengono oggi il ritorno all’immunità parlamentare o ignorano la storia oppure la conoscono ma fanno finta di ignorarla.
Nel primo caso, in quanto ignoranti, non sono in grado di governare il Paese, anzi abusano della fiducia ricevuta dai cittadini elettori; nel secondo caso sono rei di tradimento del loro compito, che è quello di governare il Paese nell’interesse del Paese medesimo, cioè di quel complesso di abitanti-cittadini, organizzazione politica e giuridica e territorio che siamo soliti definire Stato.
Mai e poi mai, infatti, i Padri Costituenti si sarebbero sognati d’introdurre nella nostra Costituzione il principio dell’immunità solo per consentire ai “politici” di coprire i loro traffici illeciti contro lo Stato per cui lavorano ed al quale hanno solennemente giurato fedeltà.
I Padri Costituenti ben sapevano che un parlamentare che esprimeva la propria libera opinione o difendeva i ceti più deboli e sosteneva una massa di cittadini in sciopero poteva facilmente incorrere nell’accusa di tentativo di sedizione, di turbamento dell’ordine pubblico, di attentato alla sicurezza dello Stato; essi avevano ben presenti le persecuzioni fasciste di recente memoria e quelle che più in generale un governo autoritario, attraverso gli organi di polizia asserviti ad una logica di potere e di difesa dei privilegi dei potenti, avrebbe potuto attuare nei confronti del dissenso e degli oppositori.
L’immunità era, quindi, uno strumento di difesa della libertà personale del parlamentare che metteva la propria opera e impegnava la propria persona a difesa dei deboli, o comunque di una parte sociale altrimenti soccombente, contro i cosiddetti poteri forti e contro un governo di privilegiati e di potenti.
I Padri Costituenti non hanno mai pensato di offrire, con l’immunità, una copertura od una sorta di impunità ad un potente che, nell’esercizio della sua funzione o del suo mandato da espletare nell’interesse dello Stato, lo tradisse per trarne profitto personale.
Saremmo al capovolgimento della logica e dei valori fondanti della Repubblica.
Ricordo a chi mi legge ed insegno ai giovani, che non lo sanno, che fino a poco tempo fa chiunque avesse una causa pendente od un conto in sospeso con il proprio Comune o una bolletta di una sola lira non pagata non era eleggibile neppure alla carica di consigliere comunale del più sperduto Comune d’Italia, anche se di poche centinaia di abitanti.
Non ci doveva essere, per legge, conflitto d’interesse tra quel piccolo Comune ed un suo futuro consigliere che si fosse macchiato della colpa di non aver pagato la bolletta dell’acqua o il dazio o una qualsiasi altra tassa, anche se dell’importo di una sola lira.
Ora capite che cosa significa separazione tra pubblico e privato?
Capite perché la ditta appaltatrice di un qualsiasi lavoro, ancorché piccolo, non può essere coincidente con la persona di consigliere comunale? Capite perché la stessa persona non può essere contemporaneamente controllore e controllato?
Capite l’enorme bugia che vanno raccontando quattro miserevoli pennivendoli furfanti, per vestire di panni nobili l’immunità di certi “galantuomini”, una miserevole ed ignobile questione legata alla tutela illegittima degli interessi privati, non di chi vorrebbe coprirsi le spalle nei confronti di una persecuzione politica legata all’agitazione di masse di lavoratori o alla difesa dei principi di libertà contro il potere autocratico di una classe dirigente di potenti privilegiati, conservatori e reazionari, ma di un potente che, accusato di reati penali e fiscali nei confronti dello Stato, cui ha giurato fedeltà, vuole sfuggire alla giustizia sottraendosi a regolare processo?
L’immunità parlamentare, quella vera, è un’altra cosa.
Simili pennivendoli e venditori di parole da bancarella arrossiscano di vergogna e voi, giovani, comprendete come vi vogliono raggirare per coartare la vostra volontà inconsapevole!
La volontà veramente libera è quella consapevole.
Perciò avete il dovere di istruirvi e di non credere ai furfanti della moderna ragion di stato.
Ecco perché oggi avete una ragione in più per votare sì all’abrogazione del legittimo impedimento: questo impedimento di cui si parla, infatti, è veramente illegittimo ed ingiusto, tremendamente iniquo, perché viola il principio su cui si fonda lo stato moderno: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, una volta aboliti i privilegi dei potenti.
Il popolo parigino nel 1789 è insorto per portare, finalmente, di fronte alla Convenzione Nazionale, che lo condannò, il re di Francia.
Volete tornare indietro?

Cleto, 7 giugno 2011 Franco Pedatella

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Punire con una multa la violazione della “par condicio” da parte di un leader politico, al di là delle finte agitazioni del trasgressore di turno, è cosa ridicola ed inefficace, perché non coglie nel segno ciò che si prefigge, inoltre diventa addirittura inconcludente quando a violare è un ricchissimo, che può pagare, come nel caso di questi giorni Silvio Berlusconi. E non voglio neppure tirare in ballo l’ipotesi di possibile aumento dell’uso corrotto del potere acquisito al fine di rivalersi delle spese sostenute per far fronte a questi “incidenti”. Ma ricordo volentieri che l’aumento della corruzione nell’esercizio del potere pubblico la dice fin troppo lunga in questa direzione.
Se davvero si vuole colpire chi viola la legge, scoraggiare e impedire che la cosa accada e rendere efficace lo strumento legislativo, alla sanzione pecuniaria si deve aggiungere o sostituire quella in percentuali di voti, scegliete voi quanti, l’1%, il 2%, il 3% o altro.
Ovviamente all’organo di stampa che si è prestato alla pratica della violazione deve essere comminata una sanzione pecuniaria sonora, tale che scoraggi per il futuro.
Solo così si aggredisce davvero il problema e si dimostra di volerlo risolvere senza diversivi innocui e fuorvianti.
Solo una sanzione capace di azzerare il profitto (di voti) realizzato con la violazione, con in più l’aggiunta di una penalizzazione che morda anche parte dell’accumulato probabilmente con merito, può davvero scoraggiare ogni tentativo di accaparrarsi consensi facendo ricorso alla violazione della norma, perché lo rende controproducente.
Qualcuno potrebbe obiettare che così si rischia di penalizzare il voto degli elettori, la cui consistenza leale e legittima ovviamente non è misurabile e che comunque, anche quelli aggiunti grazie alla violazione, non hanno colpa e vedrebbero, tutti, confiscata la loro libertà di espressione.
È vero. Ma è anche vero che se si impone ope legis una “par condicio”, è perché si ritiene, da parte del legislatore, per ipotesi che l’elettore sottoposto a più pressante sollecitazione propagandistica è più facilmente adescabile e fuorviabile, cioè psichicamente più debole, meno reattivo e quindi meno capace di giudizio critico, in una parola, meno libero. D’altronde tutti conoscono la forza persuasiva di una propaganda monocorde invadente, mirata e prolungata. Altrimenti, perché vietarla e ristabilire un equilibrio nella durata e nelle proporzioni?
Perciò il voto ipoteticamente estorto con un intervento propagandistico di parte più lungo del consentito non corrisponde affatto alla genuina, schietta e libera volontà dell’elettore e perciò è falsato, quindi non valido.
Cleto, 24 maggio 2011 Franco Pedatella

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Quello che segue è l’Atto di Donazione del Castello di Petramala che, in veste di legato del protonotario della Corte Imperiale di Federico II di Svevia, nel linguaggio e con il formulario di rito dell’epoca (anno 1231) ho scritto, fingendo, nel secolo nostro, la donazione del Castello da parte del primo feudatario alle generazioni attuali, alla presenza delle autorità locali, scolastiche, religiose, culturali, comunali, provinciali, regionali e dell’Università della Calabria del tempo nostro, che hanno sottoscritto l’atto, in rappresentanza delle rispettive istituzioni.
Tale evento è stato solennemente celebrato nel Castello medesimo, alla presenza dell’ultimo erede della famiglia Giannuzzi Savelli,
ultima proprietaria del Castello, che idealmente si collegava al primo barone e lo rappresentava, il 20 luglio dell’anno 2010, in occasione dell’inaugurazione del suddetto Castello, dopo appropriata opera di restauro conservativo.

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Anno Jncarnacionis dominice Millesimo ducentesimo tricesimo primo. Vicesimo die mensis Julii quarte Indictionis. Regnante domino nostro Federico Dei gratia illustrissimo Romanorum imperatore semper augusto, et Sicilie Rege, regni eius anno duodecimo feliciter. Pontificatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini nostri Domini Gregorii divina Providentia Pape Noni Anno quinto. Amen. In Castro Petramale.
Noi, Guidone de Petramala, dominus et barone illustrissimo de Castro Petramale, in nome e per conto de’ nostri illustrissimi discendenti directi Jacobus de Petramala et Goffridus de Petramala, et de quilli più lontani fino all’ultimo, con atto presente consegniamo a voi, fideles nostri dilecti qui habitate questa terra de Petramale, a fine ke la conserviate a’ vostri discendenti posteri, e comandamove espressamente per quanto avete cara la gratia nostra ke debiate essa conservare a vostri dilecti discendenti medesimi sí come abbiamo fatto noi ke abbiamo obedito a sire nostro Re et a suo comandamento et affidiamo questa terra de Petramala con suo castello, seu fortelleze, homini vaxalli, et redditi de vaxalli, stimo da Iurisdizione civile, criminale, et mixte, mero mistoque imperio, benj, membri feudi, bagliva, officio de mastro d’atti, ragionj, jurisditioni, actionj et pertinentie qualsivogliano et Integro suo stato, ke è ad tempus pheudo de’ possedimenti della Badìa de Joachin Venerabilis Abbatis de flore de Fontelaurato, della Contea de Ayello, vel Agellus, in Calabria.
Poi comandamove ke nel Millennio seguente, et precisamente nell’Anno bis Millesimo decimo nel medesimo giorno vicesimo del mese di Luglio, voi, generationi future que sarete rappresentate da’ posteri più giovani, facciate la medesima cerimonia eiusdem modi et con istrumento medesimo, coram populo et hominibus munitis Regia auctoritate, veniate in piena possessione della presente donatione del predicto Castro et terra Petramale et pertinentie qualsivogliano, etiam habendo omne censum ius terrarum, herbaticum, glandaticum, aliqua animalia super inducere, acciò ke questo atto abbia valore et forza di legge in secula ventura et sia inviolabile in perpetuum secondo le nove costituzioni ke saranno in quei tempi vigenti.
Voi, filj nostri, sí come sarete nobiles et digni viri et aggregati al Sedile delle Nobili Famiglie de Cusentia iussu Domini Nostri Regis Karoli tertij de Borbone, in Neapoli, conserverete et accrescerete questa terra et suo Castro et essi conoscerete meglio a traverso lo studio et le nostre schole, et aumentati, in presentia de tucto populo, consegnerete et affiderete cum omni iure dominii proprietatis heredibus et successoribus vestris et a tucto populo integro a fine ke essi, sí come vostri discendenti et heredi, li rendano majori.
Haec concessio nostra rata in perpetuum et inconcussa permaneat pro parte ipsius civitatis et successorum eius ad ipsum Castrum habendum tenendum possidendum et gaciendum de eo et in eo.
Ad indicium autem huius cerimonie presens scriptum fieri jussimus apud Castrum Petramale per manus Franki Pedatella de Ayello publici notarij, nostra et subdictorum testium subscriptionibus et
sigillorum impressionibus communitum.
Ego Guidone de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Excellens Antonius Reppucci Praefectus Provincie Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Anna Aurora Colosimo Commissarius extraordinarius Municipij de Cleto, iam Petramala, interfuj
et subscripsj.
Ego Honorabilis Marius Caligiuri Assessor Regionis Calabrie interfuj et subscripsj .
Ego Honorabilis Marius Gerardus Oliverio Praeses Provincie Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Catharina Policicchio Praeses schole de Ayello et de Petramala et de Serra interfuj et subscripsj.
Ego Reverendus Ernestus Majaliwa Kaombwe Presbyterus de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Clarissimus Maggiorinus Iusi Professor apud Universitatem Calabrie urbis Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Clarissimus Vitus Teti Professor apud Universitatem Calabrie urbis Cusentie interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Iosephus Giannuzzi Savelli prognatus a Baronatu Castri de Petramala interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Iulia Fresca rerum diurnarum scriptor interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Caietanus Cuglietta de Petramala Praeses Associationis Cletarte interfuj et subscripsj.
Ego Illustris Nicolaus Chiarello de Petramala Praeses Associationis Pro Loco interfuj et Subscripsj.
Ego Illustris Valter Pellegrini de Cusentia Praeses Associationis La Piazza interfuj et subscripsj.
Et Ego predictus Frankus Pedatella de Ayello Regia auctoritate publicus ubique per Imperium et Regnum Sicilie
notarius presens scriptum scripsi ac etiam me subscripsi Rogatus.

Datum apud Castrum Petramale per manus Franki Pedatella legati prothonotarij imperialis aule.

Registratum in Cancelleria Municipij Cletj, iam Petramale, et penes predictum notarjum eiusdem Municipij die Vicesimo mensis Iulii Anno Domini MMX.

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È veramente indecente, non solo vergognoso, verrebbe da dire inenarrabile, quello che sta facendo il Presidente del Consiglio italiano dinanzi al Tribunale di Milano.
Colui che con la sua stessa persona e per la sua stessa presenza dovrebbe esaltare il senso delle Istituzioni e le Istituzioni medesime, le beffeggia con fare da Pulcinella e si comporta da teatrante di vile valore, tentando di capovolgere, con quella che egli chiama “la piazza”, il sacro palazzo dello Stato.
Non si era mai giunti prima d’ora a questo stato, in nessun Paese del mondo un rappresentante delle Istituzioni ha mai fatto qualcosa del genere.
Se vogliamo cercare dei precedenti, possiamo subito andare con la memoria all’atteggiamento di sfida aperta, con evidente sottintesa minaccia di vendetta e di ritorsione, assunto da capimafia di fronte ai giudici, perché sicuri d’impunità.
Ma quelli erano mafiosi, rappresentanti dell’antistato.
Da italiano, non verrei un presidente che si comportasse così. Ed invece ce l’ho e la cosa non è sopportabile.
Non lo sarebbe neppure se ci trovassimo di fronte ad una sentenza già scritta!
La memoria storica e la tradizione ci hanno tramandato almeno due sentenze già preannunciate: quella contro Gesù Cristo e quella contro Socrate. Ma ambedue si sono mostrati rispettosissimi delle leggi e non si sono sottratti né al tribunale né alla sentenza, pur sapendo di subire un’ingiustizia.
Ora il nostro personaggio si trova migliaia di anni-luce lontano da quei due, sia storicamente che moralmente. Quelli non avevano incarichi pubblici da legittimare moralmente di fronte all’opinione pubblica, eppure hanno accettato dignitosamente il processo farsa a loro carico e non si sono sottratti alla condanna. Potevano farlo.
Non avevano fatto commercio di nulla con nessuno. Uno dei due, Gesù Cristo, aveva cacciato i mercanti dal Tempio.
Il nostro Presidente del Consiglio, invece, è un commerciante. È bene, quindi, che dimostri di non aver violato le leggi dello Stato. Potrebbe e dovrebbe risparmiare al Paese, se fosse un degno presidente, quest’ennesima figura di paese di Pulcinella, che gli Italiani non meritano.
Pulcinella è solo un’invenzione letteraria e teatrale dei nostri artisti, e noi siamo un popolo di artisti, non di Pulcinella. Il Pulcinella lo facciamo, se è il caso e al momento, per mestiere, ma non appartiene al nostro essere profondo. Basta guardare la nostra storia e gli uomini che l’hanno fatta.
E poi, vergogna delle vergogne, alla fine fa l’affondo, tirando in ballo il costo delle indagini giudiziarie che gravano sulle tasche degli Italiani!
Parla così perché vuole parlare, evidentemente sa di poterlo fare, alla “pancia” degli Italiani.
Considera evidentemente gli Italiani solo pancia, fatti solo di pancia.
Non credete, cari Italiani, che sia il caso che noi siamo pensiero, soprattutto pensiero?
E in quanto pensiero, abbiamo individuato da tempo che la giustizia è il principio stesso della civiltà.
Basta leggere Cicerone. I Romani sono i Padri del diritto. Un famoso passo di Ugo Foscolo recita:
” Dal dί che nozze, tribunali ed are/ dièro alle umane belve esser pietose/ di sé stesse e d’altrui […].
Questa della pancia, quindi, è un’altra offesa, un’altra vergogna, almeno per chi ha il senso del pudore e quindi sa arrossire per la vergogna.
Ancora oggi, come se niente fosse, ha parlato alla pancia dei Lampedusani, quando ha annunciato di aver comprato una villa a Lampedusa: è il solito ricco, maledetto nelle favole e nelle parabole, che getta le monetine che gli cadono dalle tasche, o il ricco epulone che getta i resti del lauto banchetto ai cani ed ai servi.
Si tratta, cari Italiani, di un’altra, l’ennesima purtroppo, trovata pubblicitaria di un venditore di fumo. Il tragico è, però, che in questo caso si fa confusione tra pubblico e privato, si vende l’altrui, il pubblico, e si guadagna nel privato.

Cleto, 30 marzo 2011.
Franco Pedatella

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Pezzenti degeneri discendenti da una stirpe nobile

A questo si giunge oggi in Italia, davvero “nave senza nocchiere (senza pilota) in gran tempesta”: i novelli padroncini, che grettamente respirano aria malsana di “bassa” pianura, lontani anni-luce da antenati sfruttatori ma nobili capitani d’industria, ignobili calcolatori di un ragionieristico interesse diabolicamente personale, nel senso peggiore del termine, vanno montando un’ignobile campagna propagandistica perché il 17 marzo, nonostante la solennità della ricorrenza, sia giorno lavorativo.

E fanno i conti meschini di quella che sarebbe la loro perdita; gli Italiani dovrebbero però chiamarla

“il loro indebito mancato guadagno”, se solo riflettessero sul significato e sul valore del giorno in cui ha avuto i natali il nostro giovane Stato moderno.

Davvero tanto ingorda meschinità può sminuire il significato di una data che ricordi quanti si sono sacrificati o hanno lottato con il pensiero e con l’azione per l’indipendenza e l’unità nazionale, per allargare, di fatto sul piano pratico, anche i tanti piccoli mercati regionali in un unico grande mercato nazionale in grado di competere su un piano più vasto con le altre nazioni entrando nel gioco politico sovranazionale?

Davvero avrebbero fatto tutto questo, se avessero previsto il risultato che abbiamo oggi sotto gli occhi: permettere a quattro discendenti degeneri, intellettualmente e spiritualmente straccioni, di riempirsi le tasche, non si sa quanto onestamente  e debitamente e meritamente?

Davvero tanta è l’insensibilità di questo Paese, che sembra avere smarrito se stesso ed il senso stesso di sé?

Davvero tanta è la miseria morale a cui si è giunti?

Davvero, se proprio la si vuole mettere sul piano ragionieristico, vogliono darla a bere al Paese, fingendo di dimenticare o di far dimenticare che il lunedì di Pasqua coincide con il 25 aprile, che il primo maggio, il Natale ed il Capodanno cadono di domenica e che nel 2010 appena trascorso, per fare i conti a lor signori dentro lo stesso periodo, era domenica il giorno, festivo di per sé, di S. Stefano, 26 dicembre?

Cerchi invece questo Paese di essere se stesso, di ritrovare la strada della riaffermazione dei princìpi di civiltà, riappropriandosi dei diritti al lavoro, alla dignità, all’eguaglianza civile e sociale, all’istruzione, alla libertà, quella vera, di contare, che si è lasciato in gran parte strappare e di cui s’è lasciato depredare da quei pochi, che sapevano, al contrario dei molti, dove andare, dove e come perseguire il loro gretto interesse personale freddamente e cinicamente, ma anche, devo dire, in maniera  miope, perché non ci vuole un profeta per prevedere e predire che ciò che ci sta succedendo intorno (Albania, Grecia, Tunisia ed Egitto, per ora) non è un novità inattesa, ma è la conseguenza logica e necessaria di quello che hanno preparato da tempo quei “pochi” che “comandano” egoisticamente, e non governano (governare è cosa diversa e parola troppo nobile per simile schiatta di omiciattoli), e questo dovrebbe farli riflettere anche in riferimento alle cose di casa nostra.

Basterebbe, in fondo,  un po’ di quella saggezza dei nostri padri: “Il troppo stroppia” oppure “La corda, se la tiri troppo, si spezza”.

Siate saggi ed operate di conseguenza!

Il mercato, che evocate a giustificazione del vostro operato, non è un’entità astratta.

Il mercato siete voi! Perché lo fate voi.

Il “villaggio globale” lo avete costruito voi, sapendo perfettamente cosa vi accingevate a fare.

Fare lo gnorri vale solo per i gonzi e non so fino a che punto vi conviene volere un popolo di gonzi.

Quanto ai vostri meriti, cari padroni e padroncini, vi ricordo con S. Agostino: Quid sunt regna nisi latrocinia?”.

E non voglio parlare in questa sede dei benefici effetti che avrebbe anche sull’economia una coesione nazionale su princìpi e valori condivisi!

05/02/2011                                                               Franco Pedatella

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