Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Immagini in Poesia’ Category

Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato, per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.

Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente

di quel dolor ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide

ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.

L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.

Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro

l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate

che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia

inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato

e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.

Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,

ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.

Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra

che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.

E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose

piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi

che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,

trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.

C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.

E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade di Lamezia Terme

vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.

Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,

anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.

Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.

Il Truculentus era sulla scena
protagonista di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore

mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate

e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.

Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.

Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.

D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti in campo contrapposte.

Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.

Franco Pedatella

Cleto, 2 settembre 2011

Read Full Post »

Invitato dal dott. Armando Pagliaro, dirigente regionale presso l’Assessorato alla Cultura ed ai Beni Culturali, ad assistere agli spettacoli programmati per Magna Graecia Teatro Festival Calabria 2011 presso alcuni siti archeologici della nostra regione, ho partecipato, per quanto mi hanno consentito le mie necessità ed i miei impegni, ad alcuni di questi spettacoli, che ho trovato interessanti e significativi per gli echi mitologici che vi si riverberavano, soprattutto per la nostra terra e la nostra storia millenaria. Allora mi sono ripromesso di dedicare a questa edizione delle manifestazioni alcune mie riflessioni in versi, perché ho ritenuto l’argomento degno di un linguaggio più sostenuto, qual è quello della poesia. Ho promesso al dott. Pagliaro che gli avrei fatto avere il testo per ringraziarlo della cortesia dell’invito e per pregarlo di farlo avere agli uffici dell’On.le Assessorato e all’Assessore medesimo, nonché al Presidente ed agli uffici della Giunta e del Consiglio della Regione Calabria come attestato di ringraziamento di un cittadino calabrese che vuole esprimere il proprio apprezzamento per un lavoro indirizzato alla riscoperta della nostra storia e della nostra cultura in funzione di una crescita futura basata sulle nostre radici.

Tra le superbe mura dei tuoi templi
ho udito il pianto antico, Roccelletta,
che dei millenni il limite ha varcato
e giunto è a me traverso eco potente

di quel dolor ch’eguale si ripete
di donne che han perduto sposo e figli,
la patria, tutto, il genitor canuto,
perfin la fedeltà di spose fide

ad insolente vincitor donate,
prono trofeo di simposìaca mostra
pronto ad obbedire all’insolenza
gratuita di padrona cruda e rozza.

L’Egeo quel pianto attraversò e il monte
e l’Jonio e quivi giunse e fêssi canto
posandosi sui lidi di Calabria,
ove di antichi riti s’ode l’eco.

Sì, le Troiane ho udito e il grande scempio
che d’Ilio fêr, del rege e dei suoi figli
e dei nipoti e dell’ilìache donne
gli Achei spergiuri e come al suol gittâro

l’altere torri che s’ergean giganti
al ciel quasi a sfidar l’etereo ombrello,
le mura della reggia, le are ornate
cui s’abbracciâr le spose disperate

che sposo e figli visti avean trafitti.
Violate chiome verginali ho visto
sotto il pietoso sguardo degli dèi
cui le fanciulle in prece nude braccia

inermi al ciel levavan per aiuto
invano, ahimè, ché decision fatale
atro silenzio avea deliberato
là ove impero e vita avean regnato

e fulvi campi avean ratti cavalli
nutrito e ferme braccia avean domati
al suono dei vagiti di bambini
ch’ai padri in armi il cambio avrebber dato.

Ecuba vidi e udito ho inconsolabile
il pianto che agli dèi amaro parve
sί che gli Atridi, Aiace e il Laerzίade
il fianco offeso n’ebbero al ritorno,

ove gli scogli, l’onda , spose e figli,
gli dèi, familiari e cittadini,
in schiera avversa quasi federati,
presti gli offesi Numi vendicâro.

Lo spumeggiar del mar Egeo ho udito
che col respiro d’onde rumoroso
l’ira esprimeva ai Greci vincitori,
irrispettosi della vita sacra

che agli dèi appartiene e al Fato arcano
che nel segreto asconde dei mortali
del dì futuro sorte e accadimenti
fidàti solo alle nere Parche.

E tu, che al patrio suol tutto donasti,
l’armi, la vita, il figlio, l’alma sposa,
il padre, tu, che le troiane donne
del lungo peplo ornate, lagrimose

piansero qual parente o maggior frate,
Ettore, nel cui braccio unìca speme
era di libertà per l’alta Troia,
tu eri lì ad evocar gli eventi

che franser della tua città le mura,
quando con il cimiero all’oste in campo
tingevi di paura il volto e quando
esangue fosti tratto dal Pelίde,

trofeo di gloria e di vittoria infame
pei baldanzosi Achei e pei Troiani
lutto inconsolabile ed affanno
per la tua patria vinta e ormai perduta.

C’eri anche tu a piangere con loro,
mostrando le ferite e tumefatto
il volto un dί sereno e fonte certa
d’indomito valor pei tuoi compagni.

E poi la danza di Cassandra in ratto,
che presentiva d’Ilio la rovina,
nell’Abbazia Benedettina in agro
della cittade di Lamezia Terme

vidi e proruppi in pianto e lagrimai
come se la vicenda angesse il cuore
e sotto gli occhi miei si ripetesse
viva e l’urbe innanzi a me ruinasse.

Ho visto pure Troia trasportata
nella Sicilia del Cinquantatré
del Millenovecento u’ del cavallo
doloso prese il posto la tivù,

anch’essa infernal macchina letale
che le coscienze addormenta e toglie
ogni diversa facoltà dell’uomo
e assopimento induce e assuefazione.

Poi vidi in moto il mondo plautino,
con le trovate, le bizzarre veci
di vita vera, d’uomini reali
che in scena portan riso, stizza e amore.

Il Truculentus era sulla scena
protagonista di serata bella,
quando Fronesio intrighi combinava
e tutti qual esperto pescatore

mettéa nella sua rete: l’Ateniese
nobile e raffinato, il campagnolo,
pure il soldato che a Babilonia
avéa compiuto sue fanfaronate

e infine il rozzo servo Truculento,
che stizza e brighe avéa tenuto in campo
per trarre fuori d’ amoroso intrigo
il padroncin, ma ne divien prigione.

Davvero quest’estate la Calabria
rivive i miti della Grecia antica,
anzi ritorna ad esser Magna Graecia
e della vita ellenica è teatro.

Oh, possa tu, mia patria, ritornare
ad esser di Pitagora la terra,
di Nosside, dei vincitor d’Olimpia
e di esperienze di democrazia.

D’altri non dico, d’Ibico, Stesicoro,
di Filolao che intese l’armonia
principio unificante di contrarie
forze operanti in campo contrapposte.

Dica il popol tuo chi governare
deve e l’ostracismo torni in uso
contro il potente che fa l’insolente
e vuole a turno far l’onnipotente.

Franco Pedatella

Cleto, 2 settembre 2011

Read Full Post »

(La nostra gloriosa bandiera)

È uno dei testi più antichi, composto quando all’azione politica ed alla volontà di riscatto dei più deboli e diseredati, degli sfruttati, in qualunque dimensione geografica vivessero, accompagnavo, oltre che la mia lotta, anche, nei momenti di pausa della battaglia politica, il mio sentire e, quindi, i miei versi.
L’ho ritrovato, insieme a tanti altri che cercavo, perché ricordavo di averli composti, e ad altri di cui avevo perso completamente la memoria, mettendo a posto vecchie carte e vecchi fascicoli, per dare un po’ di ordine alla sistemazione dei miei libri e del materiale didattico e culturale utilizzato nel corso della mia lunga carriera scolastica.
Allora l’ardore giovanile di schierarci al fianco di quanti nel mondo si battevano per la libertà degli uomini e per l’autodeterminazione dei popoli infervorava noi giovani e ci spingeva all’impegno politico attivo per l’emancipazione dei popoli, per l’affrancamento dal colonialismo, per la liberazione da ogni tipo di schiavitù. Erano, ricordo, gli anni delle lotte contro la discriminazione dei negri e per la parità dei diritti tra bianchi e negri negli Stati Uniti d’America, delle lotte contro l’apartheid in Sud Africa ed in generale contro il neocolonialismo ed il capitalismo.

Combatti, compagno, combatti,
combatti all’ombra, fratello,
di nostra gloriosa bandiera!

E sappi, se già non lo sai:

è rossa perché dal mio sangue,
dal sangue dei nostri fratelli
è macchiata. Combatti, compagno!

Tienla alta, sempre più alta,
ché il sole vedralla al mattino
e rossi saranno i suoi raggi!

È simbol di quanti lavorano.

In alto sollevala al sole,
ché tutti la vedan, compagno
e seguan la scia del su’ andare!

Conservala e quando a te vecchio
assai peserà nelle mani
intatta a tuo figlio consegnala!

Vivrà nelle mani dei giovani.

E i nomi di quanti soffrirono,
a fuoco incisi sul drappo
durante le pene notturne,

diranno “vittoria” al mattino

e il sole per te spunterà.
Ricorda, ricorda, o compagno:
il popolo il sole è per te.

Franco Pedatella

Aiello Calabro, 1972

Read Full Post »

Pini giganti

Il testo è stato concepito in occasione di una mia visita, insieme ad alcuni amici e soci dell’Associazione Culturale Cletarte ed all’amico Vincenzo Marrapodi che fungeva da guida, al Parco Nazionale della Sila. Amerigo Cuglietta, nella baracca del custode, nota, incisi su una tavola di legno esposta sulla parete, alcuni versi del poeta calabrese Michele De Marco, detto Ciardullo, e scherzando con il custode, un giovane pieno di spirito e pronto di nome Aldo Colonna, dice che anch’io scrivo versi, anzi dice “sono poeta”, e m’invita a scriverne alcuni dedicati ai pini giganti della Sila, così come fa Ciardullo nei confronti della sua Sila. Mi presento al signor Aldo, il quale osserva che il mio nome non gli è nuovo, per aver letto qualcosa di mio. Gli ricordo che forse ha letto qualcosa, poesia o articolo sul Quotidiano della Calabria, forse la mia Lettera ai Milanesi scritta in occasione delle ultime elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale e del Sindaco di quella città. Dalle mie parole intuisce il mio orientamento politico di sinistra e mi dice che anche lui scrive sullo stesso giornale e dichiara scherzosamente di essere una colonna, oltre che di nome, anche di fatto, perché non si piega. Allude chiaramente a certe sue prese di posizione contro corrente. Quindi m’invita a scrivere i miei versi, assicurandomi che li esporrà. Amerigo chiede che siano brevi, come quelli di Ciardullo. Rispondo che ci proverò, se mi verrà l’ispirazione. Io ed Aldo ci scambiamo gli indirizzi di posta elettronica ed i numeri di telefono e ci salutiamo amichevolmente con la promessa di risentirci. Ora il mio verso preferito è l’endecasillabo e credo proprio che non ci sarà posto in quel piccolo spazio per versi così lunghi.

Pini giganti rigogliosi il cielo
paion sfidar quai Figli della Terra
di nerborute braccia contro Giove
armati. Sono i figli della Sila.

Uno abbattuto a terra dona vita
a tre germogli, simbolo di vita
rinata dalle gorgoglianti acque
scorrenti in seno a te, Calabria mia.

Così sei come Terra, Sila mia,
ch’ai figli tuoi che piegano il ginocchio
dài forza e vita sì che, se l’un cade,
cento dal seno tuo ne han rigoglio.

Franco Pedatella

Spezzano Sila, 9 settembre 2011

Read Full Post »

Il testo è stato suggerito dalla ricorrenza dell’anniversario dell’attacco aereo alle Torri Gemelle di New York. Siccome tutti sanno, e gli Americani pure, che l’attacco è venuto dall’interno, allora mi ha fatto rabbia la pagliacciata che i potenti del mondo continuano ad inscenare su un presunto nemico esterno, sul quale cercano di scaricare le colpe del loro fallimento nel reggere le sorti dell’umanità, tentando di far dimenticare ai popoli del mondo le ragioni vere della crisi profonda in cui li hanno ridotti costruendo quell’ orribile mostro antropofago che chiamano mercato, che ha divorato le speranze di almeno una generazione di giovani. Ovviamente i primi a dover reclamare giustizia e la punizione di siffatti governanti sono le vittime di quell’insano attacco, concepito in qualche “stanza dei bottoni”, rappresentato all’immaginario collettivo come aggressione di gruppi terroristici fanatici e conservatori all’altare della democrazia e della civiltà, che era l’America di George Bush e di quanti in altri palazzi presidenziali del mondo tramavano per costruire la teoria della guerra preventiva ed il rapace mercato globale che ci ritroviamo.

A voi che reggitor del mondo siete
e nuova schiavitù parato avete,
prona al mercato che selvaggio imposto
avete ai giovani predati

di gioventù che è su fronte alloro
in tutte le età di questa Terra,
si levi contro a voi di Dio la mano,
a voi, che, peccatori, di perdono

indegni siete, e dia maledizione
a voi per questa e sei generazioni
sì che capiate che si leva contro

a voi qualunque forza di natura
offesa nella dignità dell’uomo,
ch’è alta quanto più grande è l’offesa.

Franco Pedatella

Cleto, 11 settembre 2011

Read Full Post »

Mi trovavo ad Amantea in Piazza Mercato Nuovo nello stesso giorno della composizione del brano ed ho incontrato l’amico e compagno Geppino Vetere, il quale mi ha detto:” Caro Franco, con la tua poesia non ci fai niente. Ci vorrebbe una mazza”. Alludeva al mio dire in versi sulla situazione politica attuale. Al momento risposi che aveva ragione e che effettivamente per smuovere il governo attuale e chi lo guida non bastano i versi, anche se aggressivi e duri. Ma poi pensai alla capacità, propria della poesia almeno in certe epoche di sensibilità, di smuovere gli animi e le coscienze e spingerli “a egregie cose”; al suo potere di comunicazione immediata e di commozione repentina e profonda, capace di promuovere reazioni positive e di grande civiltà. Allora ho concepito questi versi che, senza mutare la natura intimistica e dolce della mia ispirazione, potrebbero essere capaci di esprimere e suscitare una reazione interiore a suo modo “violenta” nell’uomo onesto e pensoso del bene collettivo.

La mia poesia vorrei fosse una mazza
pronta a colpir chi impera e non governa,
tornando all’occasion dolce carezza
pe ‘l viso di colei che il piè mio ferma,

quando sto per cader lungo il sentiero,
o mi sorregge al passo in precipizio,
ove l’arbusto è riarso e il sasso fiero,
ed è di mia ripresa bel principio.

Tornar dovrebbe ad esser mia poesia
frusta per chi la rotta della nave
dritta non tiene al porto ove dovrìa

trovar rifornimento per le stive,
giusto risarcimento all’opra offerta
dai marinai sul ponte e sub coperta.

Franco Pedatella

Amantea, 17 agosto 2011

Read Full Post »

(Il testo è stato suggerito da un colloquio, avvenuto in data 21 luglio 2011 ad Amantea in Via della Libertà, con un vigile urbano, zelante, ligio al dovere ed attaccato all’esercizio della sua funzione. Il desiderio di rendere omaggio a tanto senso del dovere mi ha spinto a questa riflessione, ispirandomi le immagini e le situazioni che hanno dato vita alla composizione)

Ritto con la divisa ed il berretto,
che l’ordinanza impone sempre a punto,
cosciente dell’uffizio cui è addetto
della rappresentanza ch’egli ha assunto

del municipio ch’è con lui presente
in strada, in mezzo al traffico dell’urbe,
con l’occhio su ogni cosa è vigilante
ad evitare alla città le turbe.

Strade e traverse ogni dì percorre
sotto invernale pioggia e sole estivo,
mercati e fiere sotto antica torre
o al piano dove quieto scorre rivo.

Per ogni cittadino è referente,
che sia acquirente o mercator non conta;
è sempre lì, vigilator zelante,
a garantir l’azione adatta e pronta.

Al fianco ha la pistola d’ordinanza,
sospeso ha in spalla a custodir libretto
delle contravvenzioni a chi in fallanza
scoperto vien, che vuol far il furbetto,

vecchio borsello che a tener decente
s’adopra lucidando ogni mattina,
nella speranza ch’altro conveniente
gli sia fornito fresco di vetrina.

Ei tiene infatti a dar d’alta opinione
l’imago di un Comune assai efficiente.
Solo così c’è giustificazione
all’agir suo preciso e legalmente

ineccepibil, quando l’imbroglione
scova e di non veder chiaro non finge,
chiudendo sotto ciglia occhio sornione,
mentr’ il candor suo brutta macchia tinge.

Anzi s’affretta a far l’annotazione
sopra il verbale d’infrazion compiuta
e accerta che la sua contravvenzione
non venga d’altri a mal suo cancellata,

perché sarebbe controproducente
per l’opinione alta del Comune
che deve avere ogni dì la gente,
se costruir si vuole un bel domani.

Franco Pedatella

Amantea, 21 luglio 2011

Read Full Post »

(Il testo è nato da una riflessione sulla situazione economica e politica attuale, accompagnata dalla rimembranza di una vignetta apparsa su un numero de La Domenica del Corriere risalente, credo, al periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, recante la scena dell’opera di demolizione della nave Italia da parte dei governanti del tempo)

Chi è quest’imbroglion che s’appresenta
e dice d’esser Cesare romano,
mimando gli atti che son gesti vuoti
perché di quel non ha tempra geniale?

Poi quando tenta d’apparir gioviale
con riso che apparir vuole leale,
gli leggi in viso il dolo tracotante
dell’arricchito che vuol far possente.

Oh Italia, quale mai destino avesti:
di un tal mariuol subire le perverse
voglie che a fondo portano tue sponde

quali di nave spinta in gran tempesta,
cui manca il timonier, mentre la ciurma
priva di senno le assi taglia e spezza

e c’è chi mette in tasca il chiodo e il pezzo,
credendo d’arricchir sua prole o borsa,
e invece appesantisce anche le vesti,
quando entrerà tra le fessure il fiotto!

Franco Pedatella

Cleto, 30 luglio 2011

Read Full Post »

Tu, operaio

(Testo scritto dopo l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil, decisamente contestato e rifiutato dalla Fiom, che ne denuncia gli elementi di arretramento rispetto a diritti già acquisiti dai lavoratori, tra cui quello della libertà di sciopero, e ne chiede la firma solo dopo apposita consultazione dei lavoratori)

Tu, operaio del duemila e undici,
sei solo a vender te merce a ribasso,
la dignità, il diritto tuo al lavoro,
persin la libertà del tuo pensare.

Resister devi ancora all’invasore
che importi vuol la legge del profitto
ch’egli persegue a suon di norme e botte,
di cui tu sei paziente oggetto e zitto.

Povero te, se ancor rimani solo
nel mondo ove dicon ch’è il mercato
a dettar legge della concorrenza
e dare il costo a merci ed al lavoro!

Oh, Dio, mi chiedo, che demonio mai
sarà questo ciclopico impostore,
che con sol occhio ma con cento braccia
a molti toglie e a pochi tutto dona

ed entra nelle case e scempia e fura
e dell’intimità pur s’impadrona?
Ma che demonio! Che Ciclope incolto!
Son loro, sono i Grandi della Terra

che proni al pro di multinazionali
s’ascondon vili ai popoli elettori,
deliberan nel buio d’aule amorfe
e pescano famelici nel torbido.

Son loro il Mercato della Terra,
che in mano han degli uomini il destino
trattandoli da schiavi al pòter proni,
silenti esecutori d’altrui voglie.

Per contrastare questo ignobil piano
che uniti tien padroni e padroncini
ed alla corte loro i governanti,
non rimanere solo, operaio!

Parla alla gente, di’ che tua battaglia
è lotta che accomuna chi lavora,
chi mangia, chi consuma, chi respira,
chiunque con mano opra od intelletto!

Chiama a raccolta in campo i padri, i figli,
le donne e guida all’urto estremo tutti,
per toglier le catene agli sfruttati
e fare l’uom davvero cittadino!

Novello Ulisse accecherai quell’occhio
e nuovo Eracle delle cento braccia
farai un sol nodo e il mostro appenderai
a quella forca ch’era a te parata.

Allor sarà bandita del più forte
la legge che ora domina la vita
di masse enormi oppresse che faticano
nei campi, al mare, in fabbrica e in montagna.

La lotta tua bandiera sventolante
al sol sarà, foriero d’uguaglianza
in dignità, diritti e libertà
della parola, di pensiero e d’atti.

Franco Pedatella

Roma, 30 giugno 2011

Read Full Post »

Bello è ‘l civil servir la propria patria:
chi ‘l fa con l’arma in mano, chi con penna,
o meritevol opra di scalpello
o di pennello o di dolce suono

che al ciel lo spiro umano in alto levi;
chi con sommessa prece che il silenzio
di uman deserto rompa e all’uom dia voce;
chi col pensier che arcan sentieri indaghi;

chi con ricurva falce al sol e al gelo,
chi con martel nel risonar dei ferri
in officina avvolta in fuoco e in fumo;
chi con man ferma che il timone tiene;

chi con pensier, con cuor, con cauto motto,
con provvido operar e siede a guida
per farla d’onor bella e di fortuna,
stimata nel consesso universale.

Oh possa meritare tal destino
la patria mia dal sol baciata e bella,
dal mare accarezzata in ampio abbraccio
ma d’uomini diserta di tal traccia!

Di questi invero non avrìa penuria;
solo son messi un po’ in estrema fila
da strepitar di voci al pòter prone,
che non è più servire, ma imperare.

Oh cielo, tendi ampio le tue braccia,
sollevala dal fango ov’ è caduta,
appressala al tuo petto generoso,
ai prosperi sentieri avvìala pronto!

Ne avrai dell’acque sue splendente specchio
per le tue stelle, che vi si vedranno
doppiate nel valor di lor faville
che artisti sempiterne canteranno.

Franco Pedatella

Cleto, 4 giugno 2011

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »