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Archive for the ‘Immagini in Poesia’ Category

(in occasione di un pronunciamento
della Corte di Cassazione)

Il pollo or, amici, è bell’e pronto
da mettere nel forno ad arrostire.
Lèvati, popol, pronto! Fa’ sentire
l’urlo tuo forte e fa’ pagare il conto

a quel che del tuo mal è il primo autore!
Poi degli amici suoi, che l’han protetto
dall’essere ai giudici condotto,
non ti scordar, ché rei son anche loro,

colpevoli d’aver deriso leggi,
che voglion tutti a sé al par soggetti,
e forza usâr del nover degli eletti
che seggon mal su onorati seggi!

Per abolir legale impedimento
ad un processo che fa tutti uguali,
amici, dite SÌ ! Sarete tali
quali vi vuol normale intendimento

che l’uom diverso fa dall’animale,
in special modo se vuol far leone
chi fuor di paramenti è un pecorone
cui portamento è d’essere bestiale.

Ei crede di poter comprare tutto,
ridurre quel che vuol a vile merce,
ma contro a lui or tutto si ritorce
perché il potere usò da PIGLIATUTTO.

D’onore e nobiltà non ha il concetto,
la carica che il tiene ha deturpato,
la scranna dove sie’ di sé ha lordato,
non ha del suo Paese alcun rispetto.

Quand’egli sarà nudo in Tribunale,
ove vergogne non potrà celare,
vedrete quanto ignobil imperare
v’ ha imposto e se in cervello aveste sale.

Cleto, 1° giugno 2011 Franco Pedatella

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L’acqua, che pura da sorgente sgorga,
l’uom dissetò nel cavo della mano
qual dono di natura a quel ch’è stanco.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua!

L’aria, ch’è vita ad animali e piante,
all’uomo giunge fresca, se la brezza
il viso con man lieve gli accarezza
e, s’ei respira, giunge nei polmoni

a ossigenare il sangue e a dar la vita.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua,
pura tal qual la fece la Natura,
ch’è madre a te e nutre i figli tuoi!

Fa’ SÌ che l’energia ti sia pulita
ed abolisci quella nucleare,
che coi vapori suoi toglie la vita
ed alla stirpe umana è mortale!

Fa’ SÌ che sia abolito impedimento
ad esser processato, non dannato,
chi se la ride di leggi e tribunali
perché su noi si sente onnipotente!

Ora puoi dire: ” SÌ, lo so, lo so
di avere nelle mani il mio destino.
La forza mia sta in matita e scheda.
SÌ, io difendo la vita del domani!”.

Franco Pedatella

Cleto, 29 maggio 2011

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Or che caduto è l’uomo del terrore,
non creder che hai raggiunto, Occidente,
per te la pace e buona condizione !
Pace non v’è per chi è invadente

e in tutto il mondo fa sopraffazione,
la fame diffondendo tra la gente
per trar profitto dall’occupazione
di terre che sol morder sa col dente.

Finché mancanza d’alimentazione,
finché dell’uom qual bestia sfruttamento
sarà nel mondo, di liberazione
la voglia produrrà sommovimento.

Calgaco tornerà, che il rapinare
di Roma sui sommessi disse chiaro
non era impero, ma voléa falsare
l’Urbe chiamando legge il suo piacere;

Calgaco, cui ‘l destino dei Britanni
diè di guidar le schiere a estrema pugna,
Calgaco, condottier di gente in armi,
cui nel suo fiero dir Roma ripugna;

Calgaco, che il Romano usurpatore
sente della sua cara patria terra
e avendo sol com’arma il braccio e il cuore
difende moglie e figli con la guerra.

Se il ricco ben armato è in campo aperto,
il povero, men forte, deve usare
la scaramuccia, il pugnare incerto,
solo così potendo guerreggiare.

Potéa affrontare David il gigante
Golίa, combattendo petto a petto?
Cercò evitar di stare a lui dinante,
colpì con fionda e ne fuggì ‘l cospetto.

Chi col cannone avanza in gran colonna,
si dice, compie atto d’eroismo,
chi al fianco invece assal con picciol canna
si dice che atto fa di terrorismo.

“E come si permette, screanzato,
cotesto, il cui dover è sol servire,
di portar l’arma, a me sol destinato,
il cui dover invece è comandare?”

sί sembra dire quel del temerario
che tracotante osa contrastare
a lui ch’è di mestiere avversario
di chiunque al suo passar sa il capo alzare.

Ma perché mai in terra d’altri andare
deve in colonna armata chi è più forte?
Chi ha detto mai che in altrui suol predare
può chi temer non dee che sian ritorte

contro a lui stesso l’armi ch’egli ha usato
per sottometter e colonizzare?
Giorno verrà che contro a lui adoprato
sarà quel ferro che a minacciare

pargoli, donne e vecchi chini a orare
in braccio ha preso a tôr dei campi il frutto,
quand’ uomini valenti a lottare
verranno a ch’ei restituisca il tutto.

Ove non seminasti non andare!
E, se ti è favorevole il mercato,
sappi che ti fu dato guadagnare
l’altrui, perciò quel che non hai sudato

restituisci in spirito fraterno,
perché alla fin, se i conti ben hai fatto,
quel ch’hai donato avrai vincendo un terno
né da temer avrai per tuo misfatto!

Potrai dall’aureo tuo palazzo uscire
senza il pericol d’esser gambizzato
da chi ti sciama intorno e a deperire
da quotidian digiuno è abituato

o ad esser preda facile d’invidia
potrebbe contro a te essere spinto
dall’astinenza lunga e dall’inedia
che signoreggian l’animo ch’è vinto.

Perciò non t’allegrar, ricco Occidente,
ma, se davver sconfigger vuoi ‘l terrore,
facilita il progresso della gente
ovunque nasce e pena con sudore!

Se sei Golίa, devi pur capire
che il picciol David arma nella mano
ascosa può portar per te colpire
ed annientare il tuo potere insano.

Se la vicenda alterna della storia
oggi ti diè di far da comandante,
al fuoco manda l’imperar con boria!
L’arte si addice a te di governante.

Non ci sarà più l’uomo del terrore
né tu avrai alcuno da temere
nel mondo dove vige umano amore
che dà a ognuno quel che deve avere.

Franco Pedatella

Cleto, 5 maggio 2011.

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Uomini siete, s’ uomo insanguinato,
picchiato, violentato, maltrattato
o ucciso in qualche posto della Terra
considerate parte di voi stessi,

piccola parte del gran corpo umano
che tutti vi accomuna e vi contiene,
e il viso non girate ad altra parte,
quasi che quel che muor non v’appartenga.

Uomini siete, se più che fratello,
irrinunciabil parte di voi stessi
considerate chi nel mondo pena
e che sia al par di voi v’adoperate.

Uomini siete, se di bimbo agli occhi
da morbo, morte o guerra rattristati
riuscite un sorriso a regalare
e al cuor carezza di materna mano.

Uomini siete, se a questa natura,
da secoli di odio deturpata,
rendete la funzione originaria:
la luce al sole vivificatrice,

la pace al ciel notturno riposante,
la forza al mare di nutrir la vita,
potenza al vento purificatrice,
all’uomo l’estro ritrattor del creato.

Uomini siete, se sapete al mondo
ridar l’antico assetto adamitico,
agli elementi l’armonia perenne
sί da far canto il moto delle cose.

Uomini siete, se vi meritate
di chiunque abitator del mondo il bacio
che dall’amico labbro al labbro schiocca
e copre a canna il deflagrar che scoppia.

Franco Pedatella

Cleto, 28 aprile 2011.

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Tu, Israel, mobilitasti il mondo
ed affliggesti tutti pei tuoi guai
che a te diè il miserabile immondo
che all’uomo seppe provocar sol guai.

Ora che fai? Sterminator diventi
di quelli che compianser la tua gente
ed alla vita d’innocente attenti,
che tutto diè di sé e per sé niente

volle? Ei libertà che a te fu cara
per te difese, ma tu or sei sordo
all’urlo che di vita in gola more
a lui silente ed io con lui m’accordo.

Peggior sei, se con atto proditorio
colpisci e siedi poi tra spettatori
che ipocriti san solo all’obitorio
salmi levar al ciel propiziatorî.

Tu, Israel, la Patria Palestina
considera con quelli suol comune
che l’abitâro quando la Fortuna
diaspora a te diè per l’ecumène!

Tu, Israel, non far che dai tuoi atti
un mondo sorga solidal con quei
che ti cremò, come si fa coi ratti
perché inferiori e degni d’ipogei!

La voce di Vittorio Arrigoni
sapéa sol dire la parola “pace”,
ma il mondo, offeso, chiede punizioni
a quel Dio ch’ode, fa giustizia e tace.

Tu, Israel, rammenta la tortura
di che t’afflisse il punitor dei buoni!
Tu, Israel, or le ferite cura
di chi tradisti sί che ti perdoni!

Cleto, 16 aprile 2011.

Franco Pedatella

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“L’Europa ha radici cristïane”
l’un dice e l’altro gli risponde a tono:
“Bussa, bussa e aperto ti sarà,
perché siam figli al buon Samaritano,

ch’ebbe pietà dell’uom picchiato a sangue,
spogliato degli averi e abbandonato,
e se ne fece carico completo
sul pian morale e quello finanziario!”.

“L’Europa ha radici cristïane”
dal fondo si ripete a gran voce.
Ma perché mai i vostri amici ricchi
voi invitate quand’ offrite un pranzo?

È stato detto: “Quando dài un banchetto,
poveri, storpi, zoppi, ciechi invita,
così sarai beato, ché non hanno
da ricambiarti nulla e dunque avrai

la ricompensa alla resurrezione
dei giusti e il cielo a te verrà qual premio”.
Or alle porte bussano migranti
poveri, storpi, zoppi, ciechi, in preda

all’onde di Nettuno tempestoso,
su mal tessuta zattera viaggianti,
in fuga da un inferno di battaglie,
di sangue infante e di dolor muliebre

che in viso a Dio gridano vendetta,
di violazioni dei diritti umani,
di piaghe sanguinanti nel deserto,
cui presta il sol visibile visione.

“L’Europa ha radici cristïane”
tumultua un popol che sugli occhi ha bende
e ha bocche mascherate all’aria infetta
e in cuor speranza di sopravvivenza.

“L’Europa ha radici cristïane”
grida quel ch’ogni dί uccide l’uomo,
che spegne la natura, di Dio figlia,
e fa di sé macellator del mondo.

Sono trecento quei nel mar sommersi,
forse tremila, forse trentamila,
ma a dir continua “radici ho cristiane,”
questa Europa, “ bussa e t’aprirò!”.
Franco Pedatella

Cleto, 6 aprile 2011.

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Si leva ai piè dell’Alpi un venticello

che brulicando invade Val Padana

e da Vesuvio ed Etna  risponde

un risonar di fronde tra le selve

 

che l’aere move e lanciasi sull’onda

e l’agita dall’uno all’altro mare

sí che risponde il Ligure e la sponda

che il piè umίdo fa di Serenissima.

 

L’inizial soffio ormai si fa tempesta

e il cuor raggiunge della bella Italia.

Questo di Scipio il gladio in man riprende,

rifacesi Repubblica Romana.

 

Movono i cuori con gli astati drappi

Dante, Machiavelli con Vittorio:

col patrio idioma l’un, l’altro col Prence

vedon  realizzato un popol solo,

 

che piace all’Astigiano cui il cuor freme

di patrio amor e tragico sentire,

che san di libertà come al Parini

piacque ed al cantor d’Itale Muse

 

cui spirto diȇr  le Vergini di Grecia

e il verso gli plasmâr d’avìto incanto.

D’Ugo io dico, che di libertà

soffiò nel cuore di Mazzini il seme

 

e questi a tanti giovani ‘l trasmise

sί che in fin giunse al cuor di Garibaldi,

che i Mille armò a smuovere il Borbone

dalle ridenti terre e al Sabaudo

 

un regno diè ch’era follia sperare.

Tessette il Conte tela al suo telaio

che adatta non sempr’era alle contrade

da secolar servaggio afflitte e prone

 

ma pur da laboriosità  baciate,

che fatto avea beate quelle genti.

D’acciaio industrie e lunghe ferrovie,

filar di seta e vigne al sol distese,

 

nettare oleoso d’uliveti,

tutto smontâro i frati piemontesi

e se ‘l portâro al piano nebuloso,

pure le forti man di schietti giunchi.

 

Tutti partîro e qui lasciâr le spose

primieramente e poi quelle seguîro

e si spostò così gran massa umana,

che si chiamò la grande emigrazione.

 

Per fronteggiar piemontesizzazione,

che vera e propria fu occupazione,

divenne il Bruzio terra di briganti,

i quai non sempre fûro delinquenti,

 

e Re Vittorio usò l’armi da guerra

e ciò addusse pure depressione.

E pure nelle casse della Stato

finì del Sud ogni provvisione.

 

Poi l’ignoranza e l’analfabetismo

vestiti di cattoliche bandiere

forza dïêr a oligarchie locali

di lupi borghesi e proprietarî.

 

Quindi non poco l’unificazione

pesò col sangue in capo al Meridione

che nel mercato n’ebbe solo danno

e pagò pure in sottomissione.

 

Di povertà seguirono decenni

che attanagliâro la popolazione

ad una condizione subalterna

che si chiamò meridional questione.

 

Eppure generosi avean donato

anche intelletti svegli alla nazione

quelli che sub Borbone eran vissuti

e per la libertà s’eran battuti.

 

Giovani vite avean sacrificato

Reggio e Messina, quando s’era scosso

il Meridione generosamente

per liberar dal giogo il proprio collo.

 

La storia scrive sempre il vincitore,

è legge questa quasi di natura,

però talvolta verità riaffiora

e la sua forza fassi dispensiera

 

di colpe e merti che in prescrizione

non van pe ‘l tribunale della storia,

ove scadenzenon  di giudizî

e verità finale è universale.

 

 

Ma quel ch’è fatto è cosa consacrata,

del Piave l’onda e il Carso l’han segnata,

fratelli si son detti i combattenti

quando il destin sfidavano in trincea

 

o i partigian battéano le boscaglie

facendo resistenza all’invasore

che sempre dalle mal vegliate Alpi

a noi veniva a pôr suo piè sul petto.

 

Tutte or  bandiam le rivendicazioni,

siam tutti uniti a fare una nazione,

uguale nei diritti e nei doveri,

intesa a perseguir la sua missione

 

che assegnolle il Rinascimento,

Leonardo, Galileo e Buonarroti,

dai grandi principiando del Trecento,

fin l’anime genial dell’Ottocento!

 

E qui tra l’altre s’alza dirompente

la voce d’Alessandro che ci vuole

liberi solo se saremo uni

sotto un vessillo sol che spira amore.

 

Eco le fan da luoghi assai lontani

un grido dal Vallone di Rovito,

un altro da Belfiore e dallo Spielberg

e l’urlo, poi, di Carlo Pisacane.

 

Gridan vendetta a chi voglia tradire

il sangue di Custoza e Solferino,

di San Martino e i giovani trafitti

nei campi di Repubblica Romana,

 

in su le mura della Veneziana,

sopra le barricate di Milano,

a Osoppo, a Curtatone e a Montanara,

a Goito, a Napoli e a Palermo;

 

e quelli che a Gerace fucilati

fûro perché avéano cospirato

avverso alla tirannide crudele,

perciò esemplar martirio lor fu dato.

 

Degli Italiani gridano alle orecchie

le rocce d’Aspromonte e Porta Pia,

Mentàn, Bezzecca, Lissa, ‘l Buon Consiglio

ed altre voci al patrio suol donate.

 

 

Attendono ancora con stupore

risposta alle richieste sacrosante

color che per le terre a lor promesse

da coltivare a Bronte s’immolâro.

 

Unione e libertà furon parole

che per contrade innùmeri echeggiâro

e fêr di bocche e petti un solo coro

ch’ora disaccordar sarìa nefando.

 

Uniti siam nel nome di Vittorio

Veneto e delle pugne del conflitto

che le contrade patrie insanguinâro

per por le basi all’attual Repubblica,

 

che per la  prima volta nella storia

uscì universalmente popolare

per volontà di quelli che soffrîro

e proclamâr con forza Italiana.

 

Corra ancor oggi questo nome santo

nelle attual region di bocca in bocca!

D’egualità fra tutti si sostanzi!

Vòlser così i Padri fondatori.

 

 

Franco  Pedatella

 

Cleto, 23 ottobre 2010

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