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Tu, operaio

(Testo scritto dopo l’accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil, decisamente contestato e rifiutato dalla Fiom, che ne denuncia gli elementi di arretramento rispetto a diritti già acquisiti dai lavoratori, tra cui quello della libertà di sciopero, e ne chiede la firma solo dopo apposita consultazione dei lavoratori)

Tu, operaio del duemila e undici,
sei solo a vender te merce a ribasso,
la dignità, il diritto tuo al lavoro,
persin la libertà del tuo pensare.

Resister devi ancora all’invasore
che importi vuol la legge del profitto
ch’egli persegue a suon di norme e botte,
di cui tu sei paziente oggetto e zitto.

Povero te, se ancor rimani solo
nel mondo ove dicon ch’è il mercato
a dettar legge della concorrenza
e dare il costo a merci ed al lavoro!

Oh, Dio, mi chiedo, che demonio mai
sarà questo ciclopico impostore,
che con sol occhio ma con cento braccia
a molti toglie e a pochi tutto dona

ed entra nelle case e scempia e fura
e dell’intimità pur s’impadrona?
Ma che demonio! Che Ciclope incolto!
Son loro, sono i Grandi della Terra

che proni al pro di multinazionali
s’ascondon vili ai popoli elettori,
deliberan nel buio d’aule amorfe
e pescano famelici nel torbido.

Son loro il Mercato della Terra,
che in mano han degli uomini il destino
trattandoli da schiavi al pòter proni,
silenti esecutori d’altrui voglie.

Per contrastare questo ignobil piano
che uniti tien padroni e padroncini
ed alla corte loro i governanti,
non rimanere solo, operaio!

Parla alla gente, di’ che tua battaglia
è lotta che accomuna chi lavora,
chi mangia, chi consuma, chi respira,
chiunque con mano opra od intelletto!

Chiama a raccolta in campo i padri, i figli,
le donne e guida all’urto estremo tutti,
per toglier le catene agli sfruttati
e fare l’uom davvero cittadino!

Novello Ulisse accecherai quell’occhio
e nuovo Eracle delle cento braccia
farai un sol nodo e il mostro appenderai
a quella forca ch’era a te parata.

Allor sarà bandita del più forte
la legge che ora domina la vita
di masse enormi oppresse che faticano
nei campi, al mare, in fabbrica e in montagna.

La lotta tua bandiera sventolante
al sol sarà, foriero d’uguaglianza
in dignità, diritti e libertà
della parola, di pensiero e d’atti.

Franco Pedatella

Roma, 30 giugno 2011

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Quelli che sostengono oggi il ritorno all’immunità parlamentare o ignorano la storia oppure la conoscono ma fanno finta di ignorarla.
Nel primo caso, in quanto ignoranti, non sono in grado di governare il Paese, anzi abusano della fiducia ricevuta dai cittadini elettori; nel secondo caso sono rei di tradimento del loro compito, che è quello di governare il Paese nell’interesse del Paese medesimo, cioè di quel complesso di abitanti-cittadini, organizzazione politica e giuridica e territorio che siamo soliti definire Stato.
Mai e poi mai, infatti, i Padri Costituenti si sarebbero sognati d’introdurre nella nostra Costituzione il principio dell’immunità solo per consentire ai “politici” di coprire i loro traffici illeciti contro lo Stato per cui lavorano ed al quale hanno solennemente giurato fedeltà.
I Padri Costituenti ben sapevano che un parlamentare che esprimeva la propria libera opinione o difendeva i ceti più deboli e sosteneva una massa di cittadini in sciopero poteva facilmente incorrere nell’accusa di tentativo di sedizione, di turbamento dell’ordine pubblico, di attentato alla sicurezza dello Stato; essi avevano ben presenti le persecuzioni fasciste di recente memoria e quelle che più in generale un governo autoritario, attraverso gli organi di polizia asserviti ad una logica di potere e di difesa dei privilegi dei potenti, avrebbe potuto attuare nei confronti del dissenso e degli oppositori.
L’immunità era, quindi, uno strumento di difesa della libertà personale del parlamentare che metteva la propria opera e impegnava la propria persona a difesa dei deboli, o comunque di una parte sociale altrimenti soccombente, contro i cosiddetti poteri forti e contro un governo di privilegiati e di potenti.
I Padri Costituenti non hanno mai pensato di offrire, con l’immunità, una copertura od una sorta di impunità ad un potente che, nell’esercizio della sua funzione o del suo mandato da espletare nell’interesse dello Stato, lo tradisse per trarne profitto personale.
Saremmo al capovolgimento della logica e dei valori fondanti della Repubblica.
Ricordo a chi mi legge ed insegno ai giovani, che non lo sanno, che fino a poco tempo fa chiunque avesse una causa pendente od un conto in sospeso con il proprio Comune o una bolletta di una sola lira non pagata non era eleggibile neppure alla carica di consigliere comunale del più sperduto Comune d’Italia, anche se di poche centinaia di abitanti.
Non ci doveva essere, per legge, conflitto d’interesse tra quel piccolo Comune ed un suo futuro consigliere che si fosse macchiato della colpa di non aver pagato la bolletta dell’acqua o il dazio o una qualsiasi altra tassa, anche se dell’importo di una sola lira.
Ora capite che cosa significa separazione tra pubblico e privato?
Capite perché la ditta appaltatrice di un qualsiasi lavoro, ancorché piccolo, non può essere coincidente con la persona di consigliere comunale? Capite perché la stessa persona non può essere contemporaneamente controllore e controllato?
Capite l’enorme bugia che vanno raccontando quattro miserevoli pennivendoli furfanti, per vestire di panni nobili l’immunità di certi “galantuomini”, una miserevole ed ignobile questione legata alla tutela illegittima degli interessi privati, non di chi vorrebbe coprirsi le spalle nei confronti di una persecuzione politica legata all’agitazione di masse di lavoratori o alla difesa dei principi di libertà contro il potere autocratico di una classe dirigente di potenti privilegiati, conservatori e reazionari, ma di un potente che, accusato di reati penali e fiscali nei confronti dello Stato, cui ha giurato fedeltà, vuole sfuggire alla giustizia sottraendosi a regolare processo?
L’immunità parlamentare, quella vera, è un’altra cosa.
Simili pennivendoli e venditori di parole da bancarella arrossiscano di vergogna e voi, giovani, comprendete come vi vogliono raggirare per coartare la vostra volontà inconsapevole!
La volontà veramente libera è quella consapevole.
Perciò avete il dovere di istruirvi e di non credere ai furfanti della moderna ragion di stato.
Ecco perché oggi avete una ragione in più per votare sì all’abrogazione del legittimo impedimento: questo impedimento di cui si parla, infatti, è veramente illegittimo ed ingiusto, tremendamente iniquo, perché viola il principio su cui si fonda lo stato moderno: l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, una volta aboliti i privilegi dei potenti.
Il popolo parigino nel 1789 è insorto per portare, finalmente, di fronte alla Convenzione Nazionale, che lo condannò, il re di Francia.
Volete tornare indietro?

Cleto, 7 giugno 2011 Franco Pedatella

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Bello è ‘l civil servir la propria patria:
chi ‘l fa con l’arma in mano, chi con penna,
o meritevol opra di scalpello
o di pennello o di dolce suono

che al ciel lo spiro umano in alto levi;
chi con sommessa prece che il silenzio
di uman deserto rompa e all’uom dia voce;
chi col pensier che arcan sentieri indaghi;

chi con ricurva falce al sol e al gelo,
chi con martel nel risonar dei ferri
in officina avvolta in fuoco e in fumo;
chi con man ferma che il timone tiene;

chi con pensier, con cuor, con cauto motto,
con provvido operar e siede a guida
per farla d’onor bella e di fortuna,
stimata nel consesso universale.

Oh possa meritare tal destino
la patria mia dal sol baciata e bella,
dal mare accarezzata in ampio abbraccio
ma d’uomini diserta di tal traccia!

Di questi invero non avrìa penuria;
solo son messi un po’ in estrema fila
da strepitar di voci al pòter prone,
che non è più servire, ma imperare.

Oh cielo, tendi ampio le tue braccia,
sollevala dal fango ov’ è caduta,
appressala al tuo petto generoso,
ai prosperi sentieri avvìala pronto!

Ne avrai dell’acque sue splendente specchio
per le tue stelle, che vi si vedranno
doppiate nel valor di lor faville
che artisti sempiterne canteranno.

Franco Pedatella

Cleto, 4 giugno 2011

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(in occasione di un pronunciamento
della Corte di Cassazione)

Il pollo or, amici, è bell’e pronto
da mettere nel forno ad arrostire.
Lèvati, popol, pronto! Fa’ sentire
l’urlo tuo forte e fa’ pagare il conto

a quel che del tuo mal è il primo autore!
Poi degli amici suoi, che l’han protetto
dall’essere ai giudici condotto,
non ti scordar, ché rei son anche loro,

colpevoli d’aver deriso leggi,
che voglion tutti a sé al par soggetti,
e forza usâr del nover degli eletti
che seggon mal su onorati seggi!

Per abolir legale impedimento
ad un processo che fa tutti uguali,
amici, dite SÌ ! Sarete tali
quali vi vuol normale intendimento

che l’uom diverso fa dall’animale,
in special modo se vuol far leone
chi fuor di paramenti è un pecorone
cui portamento è d’essere bestiale.

Ei crede di poter comprare tutto,
ridurre quel che vuol a vile merce,
ma contro a lui or tutto si ritorce
perché il potere usò da PIGLIATUTTO.

D’onore e nobiltà non ha il concetto,
la carica che il tiene ha deturpato,
la scranna dove sie’ di sé ha lordato,
non ha del suo Paese alcun rispetto.

Quand’egli sarà nudo in Tribunale,
ove vergogne non potrà celare,
vedrete quanto ignobil imperare
v’ ha imposto e se in cervello aveste sale.

Cleto, 1° giugno 2011 Franco Pedatella

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L’acqua, che pura da sorgente sgorga,
l’uom dissetò nel cavo della mano
qual dono di natura a quel ch’è stanco.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua!

L’aria, ch’è vita ad animali e piante,
all’uomo giunge fresca, se la brezza
il viso con man lieve gli accarezza
e, s’ei respira, giunge nei polmoni

a ossigenare il sangue e a dar la vita.
Difendila, fa’ SÌ che sia ancor tua,
pura tal qual la fece la Natura,
ch’è madre a te e nutre i figli tuoi!

Fa’ SÌ che l’energia ti sia pulita
ed abolisci quella nucleare,
che coi vapori suoi toglie la vita
ed alla stirpe umana è mortale!

Fa’ SÌ che sia abolito impedimento
ad esser processato, non dannato,
chi se la ride di leggi e tribunali
perché su noi si sente onnipotente!

Ora puoi dire: ” SÌ, lo so, lo so
di avere nelle mani il mio destino.
La forza mia sta in matita e scheda.
SÌ, io difendo la vita del domani!”.

Franco Pedatella

Cleto, 29 maggio 2011

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Qui di seguito il “Commiato” che ho voluto lasciare alla mia ultima scuola, il Liceo Scientifico di Amantea, per ringraziamento della bella esperienza che mi ha consentito di vivere negli ultimi anni della mia missione didattica, vissuta con la passione di chi ha dedicato la propria capacità creativa e l’impegno quotidiano ad accompagnare, con l’amore dell’educatore, la crescita di generazioni di giovani studenti, contribuendo alla formazione degli uomini del domani, forgiandoli pronti al lavoro ed al sacrificio per il progresso proprio e degli altri.
I primi righi sono stati scritti sotto l’effetto del risentimento profondo che ho provato appena ho ricevuto a fine febbraio 2009 la comunicazione inaspettata che dovevo preparare la ducumentazione per andare in pensione.
Mi sono sentito buttato fuori, un anno prima dei miei quaranta anni di servizio, senza tanti ringraziamenti. Per di più non potevo neppure chiedere la proroga di due anni, perché non avevo ancora l’età prevista dalla legge.
Poi la rabbia a poco a poco si è sciolta in una rievocazione affettuosa di momenti, situazioni, alunni e colleghi e nel gradito ricordo dei miei amati professori, che hanno contribuito alla mia formazione, infine dei miei genitori, che hanno dato tutto per me.

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Me exactum ereptumque inopinantem ex hoc nostro nobilissimo ac praecellentissimo Lyceo Amantheano, plurimorum alumnorum gymnasio, quibus doctor humanis litteris et vivendi magister industrie ac diligenter fui, me fere vi expulsum ab obscuro inscienti et haud nobili non aequae perniciosaeque legis auctore regant caelestes Musae, Mnemosynes et Iovis Olympii nimborum collectoris filiae, ad limina vitae et atras Parcas, funestas, tὰς θανατηφόρους Moίρας, vitantem ad sidera modeste tollant, ut malas Orci tenebras fugiam et sordidum fluminis atri portitorem, Charontem.
Vivus viridisque in discipulorum meorum memoria per aetherias regiones ibo et his aulis, iniquitate temporum, vox mea ad mores emendandos et animos fortiter formandos personabit.
Res sordidae interdum altas volucres percutiunt, sed alae invulneratae semper aeriae volitant quia homines in mentem revocant.
Vos mansuri, dilectissimi collegae, auctores estōte ut saecula futura admodum iuvenum discipulorum moribus doctrina disciplina crescant et ipsi vitam studiis humanitatis experiendo se noscant: πάντες γνόντων ἑαυτούς.
Cum litteris et per litteras adulescentes nostri cognitionem ac rationem de rebus naturae consequentur; nam ipsa cognitio scientifica nihil est sine bona institutione litteraria quia scientiae opus est cogitatione ac sermone perfecto et perspicuo, et haec ex institutione litteraria oriuntur.
Galilaeus, qui inventor et cogitator viae propriae scientiae certae fuit et idem scientiae novae pater est, doctus nonne litteris quoque fuit? Praeterea magis proprie nonne dicuntur vocibus Graecis et Latinis elementa rerum et notiones naturae, velut “cronòtopo” (Graece χρόνος et τόπος ) ut congruentiae temporis spatiique nomen detur?
In litteris humanis igitur initium ipsum scientiae est et scientia ipsa ex homine originem ducit et ad hominem tendit: ἡ περὶ τῆς φύσεως ἐπιστήμη γίγνεται ἐκ τοῦ ἀνθρώπου καὶ εἰς τòν ἄνθρωπον τείνει. Itaque optima cognitio scientifica est coniunctio bonae institutionis litterariae et investigationis naturae. Hoc fundamentum ipsum huius Lycei nostri est.
His rebus positis, omnis progressus humanae civitatis est: homo progreditur καì ὁ κόσμος κοσμεῖται.
Vos omnes diligo, ὑμᾶς πάντας φιλέω.
Mihi praecipue carae estis vos, Vincenza Launi, Anna Maria Maiorca, Filomena Mileti, Filomena Palermo, Annarita Sganga, alumnae meae, animae meae, quas, iam vero satis peritas, studiose arte docendi curavi, cum ipsae mihi mente animoque proximae essetis.
Aeque cara es tu, Antonella Milito, quam eādem arte perscrutatus probavi.
Modestia vestra lucem luci addit et efficit ut vos, iam splendidae, in summo institutionis ac doctrinae huius regionis nostrae sicut sidera clareatis.
Memoriae committere volo benevolentissime magistram Luigia Fienga, quae optima civitatis Latinae et Graecae servatrix et vivificatrix est.
Tu, Salvatore Sciandra, sacerdos laurum odoriferam Thaliae tuae canendo semper ale diutino amore et illa tibi divina subrideat et despiciens per aerem ambrosiae odores e comis coronis cinctis manantes spargat: lucus magnus germinabit et nymphae fortasse eōdem laetae lusum saltantes venient.
Me scire omnes vos hīc mansuros iuvat.
In labore vestro fructus crastinos esse mementōte.
“Maxima debetur pueris reverentia” itemque maxima auctoritas et magnifica laus humanitate et scientia vestra ab iisdem et parentibus et civibus tribuendae sunt vobis.
Servanda vestra libertas cogitandi et docendi est semper, maxime in periculis libertatis subvertendae. Cogitare est esse liberum et in vobis maxima facultas cogitandi est. Igitur in vobis libertas residet, propter hoc ad utendum libertate pueri instituendi sunt.
Nobilitas vestra “sola est atque unica virtus”.
Haec civitas cum gentibus finitimis per vos augeri potest si radices suas ab imis resumit. Vestrum est hoc facere.
Me autem exspectet requies plena oblectationis.
Mihi dī quiete senescere, non insanire stulte dent.
Fata, id est ἡ Τύχη, me canum, sed impigrum, proli nepotum carae carmina dilecta operaque grata “patulae sub tegmine fagi” legentem et novam musam avenā avitā meditantem iciant.
Tibi, qui huic Lyceo egregie praees et me huc venire voluisti, Francesco Besaldo dirigenti scholastico, maximas gratias ago; eodem modo ad adiutores tuos animum intendo, primum omnium Ilio De Luca, operosissimum quotidie, interdum ad multam noctem, postea Antonio Perricone qui mihi proximus fuit.
Dilectissimo Antonio Signorelli ex animo dico: nos unā opus incepimus, unā relinquimus.
Dilectae moderatrici Luigina Falsetti, quae administrationem ac nummariam rem diligenter curat ac operam dedit ut ad hoc venirem Lyceum, salutem plurimam dico; eodem modo illī, Franco Bruno, qui antea huic officio praefuerat, salutem suaviter dico.
Omnes officiis scriptionis praepositos et adiuvantes in aliis operibus, qui cotidiano labore suo huic scholae operam magni pretii dant, benignius saluto.
Animum benevolentissimum intendo ad collegas dulcissimos qui festive plaudentes in hoc Lyceum me receperunt et paucos iam annos in otia recesserunt vel aliō se contulerunt. Ex his habeo in animo Renato De Bartolo, qui mihi venienti tutor fuit, et Raffaele Frangione, quocum iter feci in discipulis instituendis opera scriptionis creantis; praeterea Edoardo Curcio, Osvaldo Graziano, Alfonso Lorelli et Oreste Signorelli qui cogitatione et mente mihi de publicis rebus familiariter semper assensi sunt; Santina Diecisole et Amina De Munno, quae humanitate suavi docebant et tantum gratiae et gaudii pro adventu meo ostenderunt: haec senectutem serenam nunc agit, illa universa maerente civitate tacito morbo consumpta abest;Vito Borzì, qui mecum uno amore erga veteres scriptores Graecos et Latinos captus est; Roberto Musì, qui inter omnes aequales rerum gestarum narrationis studiosissimus est; Pietro Pucci Ajellensem, municipem meum, a quo puer, vestigia scriptorum Latinorum secutus, elementa ipsorum sermonis didici; Gennaro Signorelli qui me libentissimo animo accepit.
Inter eos autem, qui adhuc operam discipulis egregiam dant, animum meum adverto ad professores Laurino Furgiuele ac Cinzia Marano egregie mathematica ac physica docentes et Felice Campora qui cantitans hominum libertatem ardenter ac candide excitat et laudibus effert, mecum de re publica regenda consentientes.
Idem Felice Campora et magistra Diana Bruni discipulos instituunt sermone eorum qui insulam incolunt ipsorum qui olim terrarum extremi fuerunt, hodie famā primi habentur, et Britanni appellati sunt.
His magistram Lidia Furgiuele addo, quae summā ope et diligentia nititur ut discipuli numeros et computationes valide discant.
Aeque suaviter professoris Antonio Morelli reminiscor, qui futuros studiose athletas corpore menteque curat.
Mihi dilectus professor Nicola Turco, discipulus meus bonae aetatis, est, qui hodie hos adulescentes nostros disciplinam descriptionis ac historiam artium effingendi docet.
Atque tu me tecum in mente tenēto, Rosanna Grisolia, cum, quamquam facta atque cogitata virorum docens, linguam ac opus patris Dantis Alagherii viis adsidue per discipulos nostros recitantes diffundis.
Quid de reliquis dicam, et recentioribus et illis quos hīc inveni? Plurimi sunt et omni tempore semperque mihi in animo benignissime vivent, quod alii me diligunt, alii existimant, alii, ut Ivana Vogliotti, instrumentis novissimis communicandi mihi subveniunt.
Quod omnes nomine appellare non possum, hoc mihi ignoscatur et oro ut benevole in cuiusque memoria retinear.
Magistrae, quarum in ore risus laetitia cordis est, mansuetudine et benignitate animi deliciae nostrae et alumnorum sunt. Inter has Antonietta Ciorlia et Anna Maria Conforti, quas antea in aliis scholis cognoveram, sunt.
Tui quoque nunc memini, Silae uberis florentis filiae, magistra Rosa Bisignano, quae cara duabus dulcissimis filiabus meis fuisti; bonum animum in discipulos tuos serva et idem adsidue in omnes senti; postremo cura ut valeas.
Ad te quoque memet mens mea portat, magistra Lidia Gagliardi, quae vehementer sollicita de discipulorum cognitione scientiae es et studio biologiae teneris.
Vos postremo, alumni, augete animo et corpore; vos virtus ad maiora semper ducat, amor alterīus corda vestra excitet.
Occasionem arripio ut gratias praecipue agam optimis auctoribus doctrinae meae litteris Latinis et Graecis et praeterea Italicis, qui sunt clarissimi Rosario Colistro et Ovidio Notti professores Grimoaldenses, Vincenzina Matta et Giulio Palange professores apud Lyceum Gymnasium Bernardino Telesio dicatum urbis nostrae Consentiae, Fabio Cupaiuolo et Anthos Ardizzoni et G.A. Privitera et Salvatore Costanza professores apud Universitatem studiorum urbis Messanae.
In extremo sermone dilectissime patris et matris meae reminiscor qui vitam ac facultatem omni operae meae laeto latenti labore dederunt; itemque suavissimae uxoris, Annae Mariae, quae mihi firmamento constanter patienti industria est.
Hoc scriptum est, cum additamentis subsequentibus tamquam ex ima vitae actae memoria facta et verba excedebant, ut pudeat usque ad ignominiam universam garrulos molestissimos huius turpis consilii auctores quantum erit vita hominum et, contra, gloriam magnam habeant omnes qui auxilio ac solacio operae meae fuerint.
Latine loqui supra volui cum minimis floribus Graecis et sollemnitate tempestatis et quia sermonem avitum novis fastigiis aequare summis viribus opto, etiam vocibus recentibus; praeterea dignum mihi non videbatur salutem extremam vobis et huic Lyceo dare nisi in sermone patrum, qui caput civitatis nostrae huius aetatis fuerunt.
Simul hic almae Romae cultus meus est.
Hoc Lyceum in hodiernum diem domus mea fuit, cras vobis cordi esto.
Non praeteriti temporis vacuus aemulator sum nec somniator, sed providus artifex praesentis, altissimis radicibus defixus, ac futuri aedificator.
Utinam sapientiores legum auctores, humanae felicitatis studiosi, fata meliora hominibus novissimis parent!
Hoc monumentum scholae meae in otia recessurus donare volui et per ipsam totī civitati dicare ad memoriam diligentiae nostrae pro salute eius.
Hominum “iura sancta sunto”! Valete!

Datum Amantheae, Anno MMIX post Christum natum a. d. III Kal. Mart.

Franco Pedatella

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Punire con una multa la violazione della “par condicio” da parte di un leader politico, al di là delle finte agitazioni del trasgressore di turno, è cosa ridicola ed inefficace, perché non coglie nel segno ciò che si prefigge, inoltre diventa addirittura inconcludente quando a violare è un ricchissimo, che può pagare, come nel caso di questi giorni Silvio Berlusconi. E non voglio neppure tirare in ballo l’ipotesi di possibile aumento dell’uso corrotto del potere acquisito al fine di rivalersi delle spese sostenute per far fronte a questi “incidenti”. Ma ricordo volentieri che l’aumento della corruzione nell’esercizio del potere pubblico la dice fin troppo lunga in questa direzione.
Se davvero si vuole colpire chi viola la legge, scoraggiare e impedire che la cosa accada e rendere efficace lo strumento legislativo, alla sanzione pecuniaria si deve aggiungere o sostituire quella in percentuali di voti, scegliete voi quanti, l’1%, il 2%, il 3% o altro.
Ovviamente all’organo di stampa che si è prestato alla pratica della violazione deve essere comminata una sanzione pecuniaria sonora, tale che scoraggi per il futuro.
Solo così si aggredisce davvero il problema e si dimostra di volerlo risolvere senza diversivi innocui e fuorvianti.
Solo una sanzione capace di azzerare il profitto (di voti) realizzato con la violazione, con in più l’aggiunta di una penalizzazione che morda anche parte dell’accumulato probabilmente con merito, può davvero scoraggiare ogni tentativo di accaparrarsi consensi facendo ricorso alla violazione della norma, perché lo rende controproducente.
Qualcuno potrebbe obiettare che così si rischia di penalizzare il voto degli elettori, la cui consistenza leale e legittima ovviamente non è misurabile e che comunque, anche quelli aggiunti grazie alla violazione, non hanno colpa e vedrebbero, tutti, confiscata la loro libertà di espressione.
È vero. Ma è anche vero che se si impone ope legis una “par condicio”, è perché si ritiene, da parte del legislatore, per ipotesi che l’elettore sottoposto a più pressante sollecitazione propagandistica è più facilmente adescabile e fuorviabile, cioè psichicamente più debole, meno reattivo e quindi meno capace di giudizio critico, in una parola, meno libero. D’altronde tutti conoscono la forza persuasiva di una propaganda monocorde invadente, mirata e prolungata. Altrimenti, perché vietarla e ristabilire un equilibrio nella durata e nelle proporzioni?
Perciò il voto ipoteticamente estorto con un intervento propagandistico di parte più lungo del consentito non corrisponde affatto alla genuina, schietta e libera volontà dell’elettore e perciò è falsato, quindi non valido.
Cleto, 24 maggio 2011 Franco Pedatella

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Qui di seguito il testo della Postfazione scritta per il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura della prof.ssa Marilena Gallo.
In me c’è il piacere, l’orgoglio anche, di informare circa il contributo che l’Autrice aiellese attraverso questo Dizionario, con rara competenza disciplinare, ha dato allo studio ed alla conoscenza di questo importante settore della cultura calabrese, partendo dall’età antica ed arrivando ai giorni nostri.

Postfazione

Leggendo il Dizionario dei Musicisti Calabresi, a cura di Marilena Gallo, Abramo Editore, Caraffa di Catanzaro (CZ) 2010, si colgono immediatamente gli aspetti che, secondo me, lo caratterizzano nel modo più specifico: funzionalità d’impostazione, completezza di trattazione, accurata diligenza nel lavoro di ricerca, chiarezza espositiva, facilità di consultazione. Si tratta, quindi, di un lavoro destinato a chiunque abbia a che fare, per mestiere o professione o gusto personale, con la cultura musicale o voglia intraprendere studi musicali.
È da sottolineare il fatto che questo testo, oltre al pregio di essere un valido manuale di disciplina musicale, mette in luce il contributo ed il ruolo della cultura musicale calabrese all’interno del panorama della più generale cultura nazionale, e non solo in termini di valido ed aggiornato elenco di autori ed opere, ma anche e soprattutto perché scava nel più vasto e variegato orizzonte di studiosi ed operatori del mondo della musica fino agli stessi costruttori di strumenti musicali, facendo emergere non solo figure di alta risonanza, ma anche una tendenza, un’inclinazione, un’attitudine alla musica di tutto un territorio e di una gente senza i quali non si spiegherebbe facilmente la presenza di tanti e tali cultori della materia.
In altre parole, da questo testo emerge anche che la Calabria è stata ed è terreno fertile per l’attività musicale sia in termini di creatività che in termini di operatività.
Ciò non è cosa di poco conto per una terra che stenta da sempre a far emergere, innanzi tutto ai propri occhi, la consapevolezza delle proprie risorse.
Poi, scorrendo le svariate pagine del Dizionario, si avverte che, nel variare delle firme, si respira la stessa aria, si coglie lo stesso spirito, si sente la stessa passione che anima, in comunione d’intenti, tutti i collaboratori.
Intendo dire che le voci dei collaboratori sono ben coordinate ed intonate perché i “pezzi” sembrano animati da una comune impostazione, da un metodo comune d’indagine e dalla stessa voglia ed esigenza di precisione e veridicità, non la veridicità fredda del compilatore obiettivo ed impersonale, ma quella animata e partecipe di chi vuole, esponendo, raccontare coinvolgendo il lettore ed il futuro studioso.
In altre parole, i collaboratori sono perfettamente affiatati e sembrano tutti insieme, anche se ognuno con la propria individualità, formare un Coro, il cui corifeo, per dirla alla greca, come un regista, mostra di saper coordinare sapientemente le voci e guidare l’orchestra.
E l’orchestra, dal greco ὀρχήστρα che viene a sua volta da ὀρχέομαι ‘danzare’, sembra partecipare ad una danza di echi grecizzanti. È stata parte, la Calabria, di quel mondo che fu la culla della cultura e della società occidentali odierne. Questa stessa cosa il Dizionario vuol fare emergere, quando indaga l’orizzonte musicale calabrese partendo dall’età magnogreca.
All’organizzazione del lavoro corrispondono l’idea ed il titolo stesso del Dizionario, cioè di una trattazione organica, sistematica, completa nel suo genere, rapida, agile nell’esposizione, facile da consultare ed esauriente nei contenuti.
Il testo possiede, cioè, tutti gli ingredienti utili allo scopo che si prefigge e le qualità della tipologia per cui si propone.
Vi sono, quindi, a me sembra, tutte le premesse per un pieno successo tra i cultori e gli appassionati della musica in tutti i suoi ambiti ed aspetti.

Cleto, 30 novembre 2010. Franco Pedatella

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Pezzenti degeneri discendenti da una stirpe nobile

A questo si giunge oggi in Italia, davvero “nave senza nocchiere (senza pilota) in gran tempesta”: i novelli padroncini, che grettamente respirano aria malsana di “bassa” pianura, lontani anni-luce da antenati sfruttatori ma nobili capitani d’industria, ignobili calcolatori di un ragionieristico interesse diabolicamente personale, nel senso peggiore del termine, vanno montando un’ignobile campagna propagandistica perché il 17 marzo, nonostante la solennità della ricorrenza, sia giorno lavorativo.

E fanno i conti meschini di quella che sarebbe la loro perdita; gli Italiani dovrebbero però chiamarla

“il loro indebito mancato guadagno”, se solo riflettessero sul significato e sul valore del giorno in cui ha avuto i natali il nostro giovane Stato moderno.

Davvero tanto ingorda meschinità può sminuire il significato di una data che ricordi quanti si sono sacrificati o hanno lottato con il pensiero e con l’azione per l’indipendenza e l’unità nazionale, per allargare, di fatto sul piano pratico, anche i tanti piccoli mercati regionali in un unico grande mercato nazionale in grado di competere su un piano più vasto con le altre nazioni entrando nel gioco politico sovranazionale?

Davvero avrebbero fatto tutto questo, se avessero previsto il risultato che abbiamo oggi sotto gli occhi: permettere a quattro discendenti degeneri, intellettualmente e spiritualmente straccioni, di riempirsi le tasche, non si sa quanto onestamente  e debitamente e meritamente?

Davvero tanta è l’insensibilità di questo Paese, che sembra avere smarrito se stesso ed il senso stesso di sé?

Davvero tanta è la miseria morale a cui si è giunti?

Davvero, se proprio la si vuole mettere sul piano ragionieristico, vogliono darla a bere al Paese, fingendo di dimenticare o di far dimenticare che il lunedì di Pasqua coincide con il 25 aprile, che il primo maggio, il Natale ed il Capodanno cadono di domenica e che nel 2010 appena trascorso, per fare i conti a lor signori dentro lo stesso periodo, era domenica il giorno, festivo di per sé, di S. Stefano, 26 dicembre?

Cerchi invece questo Paese di essere se stesso, di ritrovare la strada della riaffermazione dei princìpi di civiltà, riappropriandosi dei diritti al lavoro, alla dignità, all’eguaglianza civile e sociale, all’istruzione, alla libertà, quella vera, di contare, che si è lasciato in gran parte strappare e di cui s’è lasciato depredare da quei pochi, che sapevano, al contrario dei molti, dove andare, dove e come perseguire il loro gretto interesse personale freddamente e cinicamente, ma anche, devo dire, in maniera  miope, perché non ci vuole un profeta per prevedere e predire che ciò che ci sta succedendo intorno (Albania, Grecia, Tunisia ed Egitto, per ora) non è un novità inattesa, ma è la conseguenza logica e necessaria di quello che hanno preparato da tempo quei “pochi” che “comandano” egoisticamente, e non governano (governare è cosa diversa e parola troppo nobile per simile schiatta di omiciattoli), e questo dovrebbe farli riflettere anche in riferimento alle cose di casa nostra.

Basterebbe, in fondo,  un po’ di quella saggezza dei nostri padri: “Il troppo stroppia” oppure “La corda, se la tiri troppo, si spezza”.

Siate saggi ed operate di conseguenza!

Il mercato, che evocate a giustificazione del vostro operato, non è un’entità astratta.

Il mercato siete voi! Perché lo fate voi.

Il “villaggio globale” lo avete costruito voi, sapendo perfettamente cosa vi accingevate a fare.

Fare lo gnorri vale solo per i gonzi e non so fino a che punto vi conviene volere un popolo di gonzi.

Quanto ai vostri meriti, cari padroni e padroncini, vi ricordo con S. Agostino: Quid sunt regna nisi latrocinia?”.

E non voglio parlare in questa sede dei benefici effetti che avrebbe anche sull’economia una coesione nazionale su princìpi e valori condivisi!

05/02/2011                                                               Franco Pedatella

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